Cultura

Pubblicato il 22 aprile 2014 | di Lettera in Redazione

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Non si fa poesia impunemente

Nella mia ricerca umana e artistico-filosofica, ho avuto l’onore e il piacere di incontrare Manlio Sgalambro. Essendo sin da fanciullo un attento ascoltatore della musica di Franco Battiato, conobbi indirettamente Sgalambro quando questi cominciò a scrivere i testi per il cantautore di Jonia. Il loro primo disco fu L’ombrello e la macchina da cucire (1995). Mi accorsi subito che Battiato in quel disco si dissociava dal suo misticismo per cantare versi duri e intrisi di filosofia occidentale. Così, non solo continuai ad ascoltare i bellissimi brani che germogliavano dalla loro collaborazione, ma mi accinsi a leggere le opere filosofiche di Sgalambro, quasi tutte pubblicate dalla casa editrice milanese Adelphi. Tutti gli studenti di filosofia passano da manuali filosofici alle opere dei grandi maestri del pensiero. Ma mai in nessun autore si può trovare qualcosa di simile alla filosofia di Sgalambro. Infatti il filosofo di Lentini non ha mai studiato canonicamente filosofia, e amava definire i manuali di filosofia come “testi di tossicologia”. Cioè testi leggendo i quali ci si intossica. Egli era un pensatore libero da ogni istituzione, esplosivo e vulcanico, ma anche consolatorio e calmo come il mare in estate. La sua filosofia affrontava tutto con questo atteggiamento: de nobis ipsis silemus, de re agitur. Tuttavia, pur volendo scomparire come autore delle sue opere, il suo stile – così come la sua voce – erano inconfondibili. Mi piace spesso citare questa sua frase che è l’incipit del suo libro Anatol: “Il mistero del filosofo è tale che un numero incredibilmente piccolo di individui lo conosce. Egli è pacifico, con l’aria di un conciapelli in vacanza – per via della duplicità delle sostanze –, eppure i segreti del mondo passano per le sue mani. In effetti egli non sa più di quello che sanno gli altri, ma lo sa”. Oppure un altro grande concetto tratto da Dell’indifferenza in materia di società: “Che ‘io’ debba essere governato: ecco da dove inizia lo scandalo della politica”.

Era il 2006 e io, studente di filosofia al San Raffaele di Milano, mi accingevo a pubblicare il mio primo libro di poesie, Bugie estatiche. Non so da dove mi venne il coraggio, ma presi l’elenco telefonico di Catania e cercai il nome del grande filosofo. Il numero c’era, e io lo chiamai. Gli parlai di questo mio libro e gli dissi che per me avere un suo parere sarebbe stato importantissimo. Mi aspettavo un suo elogio, ma avevo dimenticato che il filosofo con cui parlavo era il filosofo più crepuscolare che esistesse sul pianeta. Così dopo qualche tempo ricevetti una sua lettera via fax: “Un noto pensatore tedesco ha detto che dopo Auschwitz non si possono scrivere poesie. La responsabilità davanti alla stessa poesia ci imporrebbe di riflettere sul divieto. Ma i massacri non hanno mai fermato i poeti. Stendere la bellezza sulle sciagure, è parso anzi, come si sa, uno dei compiti dell’arte. Là dove il bello appare tutto si trasforma: non è così? L’impiccagione delle ancelle, nel ventiduesimo canto dell’Odissea, trasforma in diletto lo stesso massacro: «Coi piedi scalciavano; per poco, però, non a lungo». La terribile catarsi l’ha purificato. Il toro di Falaride sublima in musica le orribili grida. In ogni caso, mio giovane poeta, le auguro che sia presente in lei quello che abbiamo chiamato «responsabilità». Non si fa poesia impunemente”. Non sapevo se piangere o ridere, ma misi lo stesso questa sua lettera come prefazione al mio libro. Per grazia la postfazione era curata dal Priore di Bose, e all’amaro si univa così il dolce della vita.

Un anno dopo questo fax, mi trovavo a Catania, e grazie a un amico molto vicino a Sgalambro riuscii ad andarlo a trovare personalmente a casa sua. Ero molto emozionato! Talmente emozionato che quando mi accolse mi sedetti al suo posto, dietro la scrivania. Mi fece notare lo sbaglio, ma io sorridendo pensai: “magari sono il suo erede!”. Parlammo molto di filosofia e di poesia. Si mostrò molto dolce e vicino alle esigenze dei giovani. Era come se la maschera del filosofo fosse caduta, e restava solo l’uomo. Mi disse che oggi non era di certo facile vivere facendo filosofia e poesia, ma mi incoraggiò a continuare i miei studi. Mi regalò un suo libro scritto per una piccola casa editrice catanese, e mi mise la dedica nella sua opera più importante, La morte del sole: “A Luca Farruggio, con amicizia in filosofia”.

Dopo questo incontro ci siamo sentiti alcune volte per telefono. Fu sempre molto gentile. L’ultima volta ci sentimmo due mesi prima della sua morte, e sinceramente non avevo capito che stesse male. Quando un uomo diventa così importante per un’altra persona, il concetto della morte non sfiora il pensiero che rimanda alla persona pensata. Ma il 6 Marzo 2014 seppi della sua morte, prima che la tv ne parlasse. E quando la tv “parlò”, vidi un altro mio maestro, Massimo Cacciari, che accogliendo la notizia proprio mentre si trovava in una trasmissione televisiva, disse: “Mi è difficile parlare di Manlio, è stato per me uno degli incontri più straordinari, anche umanamente. Manlio era molto isolato, non era un professore, non aveva fatto nessuna carriera accademica. Era anche molto polemico nei confronti di qualsiasi forma di ufficialità, ha scritto anche dei libri molto duri e molto veri. La sua filosofia era molto leopardiana: dolorosa, ma vera. Il suo sguardo era molto disincantato nei confronti delle nostre miserie, delle miserie della nostra natura. Ma alla fine il suo ero uno sguardo pietoso. Era un grande autore e un grande saggista, un importante filosofo, molto meno apprezzato e noto di quanto merita. Fa parte di quella corrente filosofica del pensiero italiano anti-idealistica, che non ha mai avuto grande ascolto ma che pure è così importante: i Tilgher, i Rensi, i Martinetti”. Cacciari, visibilmente commosso, concluse: “Ciao Manlio”.

Forse davvero il mio primo libro (scritto a 22 anni) fu scritto impunemente! Ma dopo l’incontro con Sgalambro la vita mi ha portato a far esperienza della sofferenza, del non senso, o forse più semplicemente delle cose per come sono e non per come dovrebbero essere. Ecco che da questo incontro ho imparato che sia la filosofia che la poesia sono missioni, sono stili di vita dai quali non puoi più allontanarti. Sono quindi scelte che segnano una esistenza, e che non possono fare a meno di confrontarsi sempre con il crepuscolo e la notte che abitano ogni uomo.

Luca Farruggio

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2 Responses to Non si fa poesia impunemente

  1. Andrea S. says:

    Appassionato e come sempre lucido ed essenziale, Luca Farruggio. Splendida testimonianza di un incontro di vita, vissuto con autenticità, emergenza di emozioni e passione, e rilievo di un umano contatto di scambio umanistico-personale che ha prodotto un trasferimento informativo analogico importante, rilevabile dal Pathos che questo articolo trasmette. Non si fa poesia impunemente. Commovente! Seppur quasi disfattistico (apocalittico), il pregnante nichilismo della precedente espressione che il Filosofo di Lentini ha magicamente speso per il Dott. Farruggio, trasmette candidamente, seppur per via traversa, il concetto di Missione verso la Società, che teleologicamente, a mio avviso, emerge dalle sue poesie in una maniera assolutamente accattivante. Tra l’Alba e il crepuscolo.

  2. Mané says:

    Grande Luca!

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