Società

Pubblicato il 2 aprile 2017 | di Mario Tamburino

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Le parole della tv su dj Fabo e i ragazzi di fronte al fine-vita

La scelta di dj Fabo di morire in una clinica svizzera e l’accusa all’Italia di non assecondarla si ripete infinitamente sui canali televisivi e, come una valanga emotiva che precipitando a valle man mano s’ingrossa, alla fine della giornata, ci investe e ci seppellisce tutti sotto la pietra tombale della domanda di un sondaggio: siete favorevoli all’introduzione dell’eutanasia?

Anche i miei alunni ne sono stati travolti di modo che, così a occhio e croce, anche in quinta l’esito di un sondaggio riproporrebbe le stesse proporzioni della tv: a favore il 96 per cento.

«Penso che non possiamo sapere cosa faremmo noi in quelle condizioni» sostiene Rosalba. «Ogni situazione fa storia a sé. Alcuni – osserva Marta – nella sofferenza estrema trovano risorse inimmaginabili, altri non ce la fanno. Non li si può costringere». «Chi è nato dentro una certa condizione di disabilità – osserva ancora Laura – magari si adatta, ma chi, come dj Fabo ha vissuto pienamente la vita …».

È strano notare come, nel volgere di pochissimi anni, parole come “eutanasia” o “suicidio assistito”, assimilate un tempo alle logiche aberranti dell’eugenetica, siano assorte oggi a simbolo incontestabile della difesa della dignità umana a tal punto che chi avanza dubbi può essere impunemente  etichettato dall’intellettuale di turno intervistato su Sky, come espressione di un’etica – quella cattolica – alla cui radice c’è «cattiveria se non perversione».

Discorso chiuso. Niente domande. Zitti e mosca!

Ma quali ripercussioni sociali può avere una concezione della vita in cui essa è riconosciuta degna solo a determinate condizioni? Quale l’impatto sulla ricerca medica? Peccato non si alzi la voce di un Pietro Barcellona a mettere “laicamente” in dubbio il fatto che possa esistere una reale “neutralità” dello Stato relativamente alla scelta di un suo cittadino se vivere o morire. «Sarebbe come se io, adesso, salendo sulla balaustra della finestra minacciassi di buttarmi giù – sostengo provocatoriamente nell’epoca del crollo delle evidenze davanti ai miei ragazzi – e voi reagiste chiedendomi: “Prof! ma è proprio sicuro di volerlo fare? Sappia che noi rispetteremo qualsiasi sua decisione. Intanto ripassiamo, per non influenzarla». Non somiglia questa pretesa neutralità ad una pericolosa indifferenza? Cosa significa il principio giuridico per cui “la vita non è un bene disponibile” che non si può, dunque, vendere o acquistare né sacrificare alle logiche della convenienza economica? E, infine, la vera pietra di inciampo per la cultura post moderna: la ragione laica può davvero rinunciare impunemente a ricercare il senso del dolore senza finire per eliminare la vita?

Per fortuna oggi la lezione è su Oscar Wilde. Lui, il dandy, l’esteta il quale ad un’amica aveva detto che «in uno solo dei vicoli di Londra c’è abbastanza sofferenza per dimostrare che Dio non ama l’uomo» ora, da dietro le sbarre della prigione di Reading afferma: «Avevo torto!». Dopo avere vissuto «senza rimpianti» nel piacere, adesso gli era dato di assaporare i frutti «dell’altra metà del giardino» della vita «e i suoi segreti». E qual è il segreto dell’esistenza? «Il segreto della vita è la sofferenza» scrive Wilde nel De Profundis. Una singolare scoperta che lo conduce a comprendere che «nulla di tutto quanto esiste manchi di un significato» tantomeno «i patimenti».

Spariglia sempre le carte il genio, e ci invita “scandalosamente”  a ricercare il seno di tutto, a non smettere di domandare, a non confondere – come insegna l’autore de “Il Principe Felice” – il piacere con la felicità.




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