Società

Pubblicato il 5 aprile 2017 | di Maria Teresa Gallo

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Agricoltori soli davanti alla crisi, la politica non ha più risposte

Sono trascorsi più di tre mesi da quando è in atto la protesta permanente dei movimenti “Riscatto”, “Altra agricoltura”, “Donne per l’agricoltura” e “Comitato no aste”. In tutto questo tempo, hanno incontrato deputati nazionali e regionali, sindaci e consiglieri comunali, anche di altri territori, il sottosegretario all’agricoltura, Giuseppe Castiglione, il presidente della Regione, Rosario Crocetta, il prefetto di Ragusa, Maria Carmela Librizzi, la Commissione regionale antimafia e da ultimo la Consulta dei presidenti dei consigli comunali della provincia. Sono stati a Roma e a Palermo. Nelle scorse settimane dodici di loro, comprese alcune donne, si sono pure incatenati per un’intera giornata davanti al teatro comunale di piazza sperando di scuotere la politica e le istituzioni. Quello che hanno ottenuto finora sono tante belle parole di solidarietà, che comunque non riescono più a toccare il cuore dei produttori perché troppo sfiduciati, e pochissimi impegni che tra l’altro, al momento, non sembrano trovare seguito.

Come il caso del fondo di garanzia di cui ha parlato, nella sua visita a Vittoria, il presidente Crocetta «per permettere ai produttori l’accesso al credito ed eliminare ogni possibile ricatto nei loro confronti». Quello che i movimenti agricoli chiedono con maggiore insistenza sono l’applicazione delle clausole di salvaguardia per i prodotti provenienti fuori dall’Unione europea, trasparenza nella filiera commerciale e nella formazione dei prezzi al mercato, il riconoscimento dello stato di calamità naturale e non solo delle ultime gelate, nuove regole per attingere ai finanziamenti e ai ristori attraverso i progetti nazionali ed europei. C’è inoltre la grande questione legata alla moratoria dei debiti anche verso le banche e il blocco delle aste giudiziarie per fermare la mattanza delle aziende e delle prime case «svendute anche con ribassi di quasi il novanta per cento».

Un fenomeno che, sebbene non venga ancora percepito in tutta la sua drammaticità, ha già assunto i contorni di una vera questione sociale perché quando si lasciano centinaia e centinaia di famiglie senza un lavoro e senza un tetto, le istituzioni, volenti o dolenti, se ne dovranno pur far carico. A meno che non li si voglia costringere a chiedere l’elemosina o peggio ancora a delinquere e magari diventare manovalanza delle mafie.

L’aspetto sicuramente piacevole è che la mega serra realizzata in piazza Gramsci, come simbolo della protesta e nel contempo per garantire un riparo ai manifestanti, in questi tre mesi è diventata anche una sorta di centro sociale che richiama soprattutto anziani e bambini. Per sedersi usano le pedane in legno, dove solitamente vengono poggiate le cassette per essere sollevate. I tavoli se li sono portati da casa. C’è chi gioca a carte, chi realizza piccoli manufatti artigianali, chi cerca di tenersi informato soprattutto quando arriva qualche delegazione. Le loro conversazioni riguardano soprattutto la politica verso la quale però manifestano grande delusione.

 

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Autore

Maria Teresa Gallo

Docente di italiano e storia e giornalista pubblicista, amante dello sport.



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