Società

Pubblicato il 5 maggio 2017 | di Mario Tamburino

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Dall’ingresso a Gerusalemme alla Resurrezione nel presepe di Pasqua di Peppe Fiaccavento

Cosa ci fanno Nicodemo, Pilato e i soldati romani, Giuda e Barabba, Pietro e Giovanni, le figure di Gesù alla colonna e poi appeso alla croce in un presepe? Cosa significa quella grotta vuota? È Peppe Fiaccavento, l’autore di questo originalissimo presepe di Pasqua, a dipanare l’enigma.

«In effetti – afferma – la tradizione dei presepi pasquali, benché non molto diffusa in Sicilia, esiste da tempo», e quello realizzato in occasione della scorsa Pasqua dal cuoco vittoriese resterà aperto al pubblico sino al 28 maggio prossimo nella struttura attigua al ristorante “Al Giardino di Bianca”, in contrada Vignazze a Punta Secca.

Nel susseguirsi dei “quadri” che rappresentano in miniatura gli eventi della passione del Cristo, una drammaticità inconsueta percorre le vie di Gerusalemme, e la notte placida del Natale di Betlemme cede il passo «alla vita fatta di prova, di debolezza e di gloria». Accolti  dal profumo della curcuma, della paprica, del tufo di caffè e persino del curry, le spezie utilizzate dall’appassionato di cucina e di presepi per dipingere le case di ambientazione palestinese realizzate in gesso e polistirolo, i visitatori sono condotti ad immergersi nell’euforia superficiale che percorre Gerusalemme la Domenica delle Palme, «con  la folla pronta ad osannare» e, con uguale tempismo, a dimenticare.

Senza indulgere a compiacimenti estetici, che certo la sua opera di 75 metri quadri meriterebbe, Peppe Fiaccavento incalza l’uditorio volgendo al presente la domanda inquietante: «E noi, siamo disposti ad osannare Dio solo quando risponde ai nostri desideri e realizza i nostri progetti»?

Il percorso proposto, espressione artistica di uno studio comparato dei vangeli sinottici «che offrono punti di vista diversi sullo stesso avvenimento», è il frutto di un lavoro di immedesimazione personale nel quale l’autore è stato introdotto ed accompagnato dall’amicizia col neo parroco di Santa Croce, don Francesco Mallemi. Addentrandosi tra le viuzze della Città Santa si viene condotti davanti alla scena della lavanda dei piedi, per poi assistere all’ultima cena, in cui Giuda è rappresentato già nell’atto di abbandonare i commensali. Pochi passi permettono di gettare uno sguardo all’interno del Getsemani, dove sorprendiamo i discepoli assopiti sotto gli ulivi. E poi il tradimento di Pietro, che fugge coprendosi il volto mentre il gallo canta; il Cristo alla colonna, con la figura del discepolo prediletto che, pietosamente, cerca di impedire alla madre del condannato la vista delle torture del figlio. E ancora, quasi come in un quadro di De Chirico, il paesaggio surreale e metafisico del Golgota, con le colonne sparse per il paesaggio lunare «a simboleggiare i  peccati a cui ci incateniamo».

Una via crucis che interpella chi la osserva, durante la quale ci si scopre, di volta in volta, curiosi ed indifferenti come il popolo che crede di potere assistere alla condanna di Gesù senza dovere prendere una posizione, oppure, dilaniati tra la possibilità di accettare e di offrire anche noi, per amore, il dolore che la vita ci impone  e quella di sbraitare contro la sua insensatezza. «La questione per ciascuno – sintetizza infine Peppe Fiaccavento davanti alla scena della crocifissione – è se crediamo che Gesù sia risorto vincendo la morte o se si tratti di un’invenzione dei preti».

Una domanda che percorre i secoli e che sfida l’uomo di ogni epoca attraverso l’immagine di un’altra grotta dopo quella della natività: quella del sepolcro vuoto. Anzi, «traboccante di una speranza che arriva sino a noi».

Mario Tamburino

Tags: Peppe Fiaccavento




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