Le chiamano missioni di pace
L’elenco dei nomi si aggiorna ogni due o tre mesi, quando cade qualcuno degli uomini in “missione di pace”. Se è italiano, ci tocca di più. Ma è sempre un paradosso che chi è partito con intenzioni generose, perché gli hanno insegnato che non si può negare una mano al fratello in difficoltà, per quanto lontano, debba poi tornare in una bara, perché è vero che siamo fratelli, ma è anche vero che non ci siamo mai amati come tali. E si uccide “un uomo di pace” come se rappresentasse un pericolo, come se fosse un nemico di cui prevenire le mosse.
Gli fanno il funerale di Stato, avvolgono nella bandiera la bara, dicono che il suo sacrificio non è stato inutile. Invece, la “missione di pace” fallisce ogni volta che la pace deve immolare una vittima sull’altare della guerra, che compie anch’essa una “missione”, da sempre. A favore della sua più stretta alleata e complice, la morte, che s’aggira, occhiuta e furtiva, là dove è sicura di trovare prede giovani e forti. Acquietata per un po’ la sua “bramosa voglia”, tornerà, quando vorrà, a far bottino. Dove infuria una guerra d’aggressione o di difesa, dove si combatte per la pace, dove non alligna l’amore.
Si sa che il mondo non è fatto di isole, che la globalizzazione ci ha stretti in una sorta di lunga cordata, che la solidarietà internazionale è un dovere. Quello che non si capisce è perché non ci decidiamo a globalizzare anche la pace.
Manca, si dice, l’educazione alla pace, ma è strano che lo si dica, come se l’uomo fosse comparso ieri o l’altro ieri sulla faccia della terra. Non si dovrebbe essere già educati alla pace nel terzo millennio dell’era cristiana?
La denuncia-lamento di Quasimodo conserva la sua attualità, e ci piacerebbe tanto che l’avesse perduta: «Sei ancora quello della pietra e della fionda,/ uomo del mio tempo». Significa che l’uomo è rimasto primitivo “dentro”, nonostante la sua moderna “scienza esatta”, come la chiamava il poeta. O, piuttosto, anche per quella «scienza esatta persuasa allo sterminio,/senza amore, senza Cristo», che ha utilizzato in gran parte per affinare gli strumenti di guerra, ignorando l’amore e il sacrificio del suo Redentore.
Piangiamo gli uomini che muoiono in Afghanistan o in Libano o in qualunque altra parte del mondo bisognosa di pace. Ma quei morti non ci sarebbero, se nessuno avesse dato inizio a una guerra o a una guerriglia. O a una “guerra preventiva”, che è contraddittoria anche nella definizione. Se l’eterna dicotomia guerra/pace si risolvesse, finalmente, a favore della pace, non ci sarebbe bisogno di una “missione” per restituire a qualcuno un bene di tutti.
Maria Laura Andronaco
Insieme n. 509 del 04 luglio 2010












