Vita Cristiana

Pubblicato il 16 Giugno 2021 | di Redazione

Le quattro insegne proprie del vescovo: croce, anello, mitria, pastorale

 

L’attesa del nuovo vescovo ci proietta verso la straordinarietà della sua ordinazione e, allo stesso tempo, verso l’ordinarietà della sua fondamentale presenza nella vita della diocesi.

Questa particolare situazione ci consente di ritornare su alcuni elementi che, presenti nel rito dell’ordinazione episcopale, accompagnano e connotano il vescovo nella quotidianità della sua missione pastorale.

Si tratta delle insegne episcopali, le quali, con la loro materiale presenza, ci dicono chi è il vescovo e cosa è chiamato a fare nei confronti del popolo di Dio che gli è stato affidato.

Da un punto di vista antropologico, noi ci nutriamo di segni: ne abbiamo bisogno perché ci aiutano a rendere concrete realtà invisibili e difficilmente descrivibili con semplici definizioni verbali. La caratteristica fondamentale del segno è che – diversamente dal simbolo – vi è una precisa coincidenza tra il significante (l’oggetto concreto) e il significato che gli viene attribuito.

I segni, nel momento in cui servono a esprimere e connotare esteriormente la condizione e il ruolo di una persona, vengono chiamati insegne: da qui l’uso dell’espressione insegne episcopali.

Le insegne episcopali sono quattro e ciascuna di esse denota la condizione del vescovo (chi è) e il suo ruolo nella diocesi (cosa fa).

La prima – e più visibile – insegna episcopale è la croce pettorale: si tratta di una croce preziosa portata al collo con un cordone o, talora, con una catena o un nastro. Il suo uso nella Chiesa da parte dei vescovi è abbastanza recente e si fa risalire al periodo del Concilio di Trento. Secondo Papa Ratzinger, il suo significato non è «né di ornamento, né di gioiello, ma di simbolo prezioso della fede e segno visibile e materiale del legame con Cristo». Il vescovo, infatti, come successore degli apostoli, è chiamato a condividere la croce del Signore e a proclamare la fede, che affonda le sue radici nell’evento pasquale.

Un’altra insegna che connota il vescovo è l’anello, che porta all’anulare destro. Secondo il Cerimoniale dei vescovi, esso è «segno della fedeltà e dell’unione sponsale con la Chiesa, sua sposa». Se portare l’anello significa, da un lato, la scelta di obbedienza e di servizio alla Chiesa da parte del vescovo, dall’altro, a causa del ministero ricevuto, è segno del potere che egli esercita sui fedeli a lui affidati, dei quali si deve prendere cura e che deve guidare e condurre alla salvezza. Proprio per questo, fino a tempi non lontani, si era soliti inchinarsi e baciare l’anello del vescovo, quando si salutava, oppure si concludevano le lettere a lui indirizzate con la formula: «Mi inchino al bacio del sacro anello». Infine, la forma circolare dell’anello – normalmente di metallo prezioso – rimanda all’eternità, come infinito privo di inizio e fine.

La terza insegna episcopale, utilizzata nelle celebrazioni liturgiche è la mitria (a volte  chiamata anche mitra o mitrea). Letteralmente, dal greco, la parola significa “fascia per la testa”, “benda” o “turbante”. Adottata dai vescovi a partire dal X secolo, era all’inizio in tela rigida con galloni dorati e, successivamente, si andò impreziosendo. Col passare del tempo le sue due punte (cuspidi) divennero sempre più appuntite e alte: il loro significato indica l’Antico e il Nuovo Testamento, dei quali il vescovo è sommo annunciatore, custode e interprete per il popolo di Dio a lui affidato. Dalla mitria scendono sulle spalle due strisce di stoffa, dette infule.

La quarta e ultima insegna è il baculo pastorale, che viene chiamato più semplicemente pastorale. Baculo viene dal latino e significa “bastone”: si tratta del bastone con cui il pastore guida e difende il suo gregge. Il vescovo, modellato su Cristo capo e pastore, deve prendersi cura della fede e della morale del gregge che il Signore gli ha affidato, come Egli ha detto di sé e fatto con Pietro alla fine del Vangelo di Giovanni. La sua forma, con il passare del tempo, è andata stilizzandosi soprattutto nella parte superiore, diventata un ricciolo. Secondo la tradizione, che si fa risalire a S. Ambrogio, il pastorale deve essere appuntito in fondo per spronare i pigri, diritto nel mezzo per guidare i deboli, e ricurvo in alto per recuperare e radunare gli smarriti. Infatti, quando il vescovo porta il pastorale, tiene il ricciolo sempre rivolto verso il popolo.

Riflettere già da ora sui profondi – e impegnativi – significati delle insegne episcopali ci potrà aiutare ad apprezzarne l’importanza nel contesto della liturgia di ordinazione, alla quale ci stiamo preparando. Ma ci consentirà, soprattutto, di concentrarci sulla identità e la missione del vescovo nella diocesi a lui affidata, al quale – come gregge docile – siamo chiamati a garantire la nostra sincera obbedienza; un’obbedienza fondata sull’amore che, attraverso di lui, ha come termine ultimo lo stesso Cristo Signore.

 

Di Paolo La Terra

 


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Redazione

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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