Società

Pubblicato il 13 febbraio 2018 | di Mario Tamburino

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L’adulto: una risorsa per un adolescente o piuttosto una minaccia?

L’adulto costituisce una risorsa per un adolescente o rappresenta piuttosto una minaccia?

Dalla violenza gratuita ed insensata delle baby-gang che, infine, si rivolta anche contro i grandi, a quella imperdonabile degli adulti che, approfittando del loro ruolo insegnanti o di genitori, tradiscono l’umanità in fieri loro affidata per piegarla alle proprie voglie, il rapporto educativo sembra in agonia.

È il caso dell’insegnante di 53 anni “innamorato” dell’alunna di 15, della quale si approfitta tra le mura della scuola, ma anche del padre che costringe la figlia quattordicenne ad avere rapporti sessuali con lui e che tragicamente pone fine alla propria vita.

In effetti, dall’assassinio del piccolo Loris da parte della sua mamma, l’alito fetido del male si è insinuato così profondamente all’interno dei rapporti più intimi da appestare e sporcare con l’ombra del sospetto chiunque.

Sui media si corre al riparo con minacce di pene tanto severe quanto improbabili per i piccoli e rigorosi codici di comportamento per gli adulti. Tutti individuano colpevoli, pochi si mettono in questione. Ed invece dovremmo farlo tutti quanti. Non abbiamo forse tutti propagandato che “love is love”? Ovvero, che il sentimento provvisorio e cangiante a cui attribuiamo il nome di “amore” giustifichi, di per sé, ogni possibile combinazione affettiva e sessuale in nome dell’impossibilità di porre un limite al sentimento. Ma, come ha scritto Oscar Wilde: “Ogni uomo uccide la cosa che ama”. L’amore, cioè, non giustifica tutto affatto, e ogni rapporto ha in sé la tragica possibilità di tradire il bene che pur desidera fare. Le molestie del professore “innamorato” ripropongono a tutti (ma per quanto tempo?) la questione del limite. Nella “società fluida” nella quale siamo immersi, tuttavia, è proprio il senso del limite a risultare insopportabile.

Nel suo saggio, L’ora di lezione, Massimo Recalcati denuncia il disagio giovanile causato dalla rinuncia degli adulti a stabilire delle differenze tra le generazioni. Abbattuti tutti gli “argini simbolici”, in assenza di riferimenti certi, l’unico imperativo è «godere al di là di ogni legge». Tale dinamica, però –afferma Recalcati- sfocia «nel campo chiuso del godimento incestuoso». La riscoperta sociale della necessità del limite, però, è possibile solo in rapporto con un senso globale in cui il limite sia accettabile dalla libertà. Pena la violenza e il caos.

Mi strappo dalle mie elucubrazioni e, ritrovandomi con alcuni amici insegnanti ed educatori, pongo la domanda che mi urge: «Per voi, oggi, l’adulto è una risorsa o una minaccia»?

«Dipende» replica Ignazio, studente di teologia che si occupa di giovani e dei loro genitori in una parrocchia di Agrigento, spostando sorprendentemente su di sé la questione. «Se, stando con loro, mi aspetto che i ragazzi facciano proprie le mie categorie mentali, probabilmente rappresento una minaccia. Se, invece, sono disposto a percorrere con loro la via per riconquistare la verità delle ragioni che mi permettono di affrontare la vita allora, forse, posso essere loro alleato». «Come vedi i genitori in questa prospettiva?» mi viene da chiedere.

«Li vedo bloccati –risponde- La loro preoccupazione riguarda la conseguenza psicologica che potrebbe avere sul figlio il loro intervento: “L’ho rimproverato troppo aspramente oppure troppo poco? Dovevo dire così o cosà?”». È lo specchio di una società che ha smesso di educare e cerca di condizionare dei comportamenti.

«Penso che l’unico vero errore in ambito educativo sia proprio la paura di sbagliare» commenta Alfonso, insegnate catanese di Matematica. «L’adulto non è uno che sa tutto – precisa- È uno che testimonia che tutto finisce bene, perché se ne può scoprire il significato». Enzo fa il poliziotto, quasi senza accorgersene si è ritrovato coinvolto in una responsabilità educativa all’interno della realtà ecclesiale a cui appartiene. Con semplicità sintetizza, innanzitutto per sé, il compito di un adulto che non voglia disinteressarsi del destino dei ragazzi che gli sono stati affidati. «Io assecondo con serietà quanto emerge nel rapporto con loro e cerco di capire» afferma.

Mi chiedo cosa permetta ai miei amici di essere così convincenti ai miei occhi e mi viene in mente la parola “gratitudine”. Sono uomini grati, ad un maestro o ad un padre. Non sono i maestri e i padri, infatti, a rappresentare una minaccia per i nostri giovani, ma la loro assenza o, peggio, la rinuncia di tanti a desiderare di esserlo.

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