Generare prossimità per costruire «città a misura di Casa»
Riportiamo l’intervento del professor Maurilio Assenza, in occasione del Giubileo dei giornalisti siciliani che si è svolto sabato 7 maggio 2016 a Modica presso la Casa don Puglisi.
Nel suo messaggio per la 50^ giornata delle comunicazioni sociali papa Francesco scrive: «L’incontro tra la comunicazione e la misericordia è fecondo nella misura in cui genera una prossimità che si prende cura, conforta, guarisce, accompagna e fa festa». Ovvero, la comunicazione e la misericordia si incontrano, non nel racconto del caso eclatante o dell’opera di beneficenza che magari colpiscono l’emozione (e spesso solo al momento), ma in un racconto attento e partecipe che genera prossimità. Che, a sua volta, diventa lievito di bene e di giustizia nella storia. E a noi piace pensare che, “varcare la soglia” della “Porta santa della misericordia” di questa Casa da parte di chi si dedica alla comunicazione, può accrescere questo potere di generare prossimità attraverso un ascolto che – dice sempre papa Francesco – «richiede la vicinanza [… e] consente di assumere l’atteggiamento giusto, uscendo dalla tranquilla condizione di spettatori, di utenti, di consumatori». Cosa si ascolta in questa Casa? Cosa può diventare contenuto e forma di una comunicazione che accresce prossimità proprio per il modo con cui è attenta ascoltando?
- L’arco della Porta santa della Casa don Puglisi porta iscritto un versetto di Luca in cui Gesù definisce la misericordia «misura pigiata e traboccante» che ci introduce nel cuore del Padre. È stato spontaneo esplicitarne così il senso per la cura verso ogni persona, accolta come un familiare, e per il contesto, che diventa quello di una grande famiglia. Mostrando – sono due preoccupazioni di papa Francesco che condividiamo – il volto vero di Dio, che è la sua misericordia, e il volto di una Chiesa “ospedale da campo”: qui si curano, infatti, anzitutto le ferite senza giudicare; si ricostruisce dignità e si aiuta a ritrovare la possibilità di farsi una casa propria, prima dentro di sé e quindi anche concretamente. «Misura pigiata» per la cura che comprende cammini personalizzati, lavoro in rete con i servizi socio-sanitari, attenzione specifica a mamme e … “non mamme” e ai bambini, cura dell’emergenza e del quotidiano, del feriale e del festivo. «Misura pigiata», ma anche «traboccante» per la pienezza di senso e la gioia che si sperimentano. Che mamme e non mamme hanno sintetizzato nella celebrazione del 25°: «La Casa per noi è una famiglia, ci viviamo come amici e fratelli e ci siamo sentite accolte dagli operatori e dalle altre ospiti fin dall’inizio e sempre. È un posto bello per ritrovare tranquillità. La Casa ci accompagna nei momenti di tristezza e in quelli felici. Qui siamo aiutate a crescere bene e a inserirci nella vita e, anche se a volte litighiamo, ci vogliamo però bene. Se ognuno di noi fa qualcosa, insieme possiamo fare molto. La Casa ci aiuta a recuperare il nostro ruolo genitoriale, è un aiuto per chi fa di tutto per avere con sé i propri figli. C’è la preoccupazione da parte della Casa perché i nostri figli crescano studiando, e questa cura ci dà un senso di sicurezza. La Casa è un nido che ripara quando si è feriti, un aiuto a guarire e la possibilità di maturare per poter ricominciare a volare. In tre parole la Casa è: crescita, speranza, famiglia! Siamo grate a chi l’ha costruita e portata avanti con sacrificio e amore: senza la Casa saremmo rimaste per strada. Per davvero! Lo sanno Dio e i nostri bambini! »
- «Fedeltà e tenerezza generano costanza»! Varcata la soglia, un’espressione di don Puglisi suggerisce come la misericordia ci aiuta a diventare adulti, ad assumere – per i credenti – «la statura di Cristo». Si tratta di un’altra preoccupazione di papa Francesco che condividiamo: nel nostro tempo si resta troppo adolescenti, liquidi, euforici, borderline – continuamente entrando e uscendo dalla realtà. Senza la pazienza del cammino educativo che, mentre aiuta l’altro, ci struttura come persone fedeli e affidabili. Permettendo anche ai giovani di scoprire la bellezza di una crescita vera. Come testimonia uno dei tanti giovani volontari della Casa, Sergio: «Fin da piccolo ho sempre sognato di cambiare il mondo, e nel corso degli anni questo sogno ha continuato a “camminarmi” davanti; ed ho compreso che, per cambiare qualcosa, non bisogna partire dalla vetta ma dalle fondamenta. Grazie all’esperienza di volontariato nella Casa ho capito cosa si deve fare e quale cammino percorrere: quella da rivoluzionare è la mentalità delle persone, e in particolare dei giovani, per avere in futuro una società più giusta, equa e solidale. Volontariato certo sembra una parolona grossa, una cosa difficile da fare e comprendere; invece è uno dei concetti più elementari del mondo ed una delle esperienze da tutti praticabile! Volontariato è giocare con un bambino togliendolo dall’attrazione della televisione; volontariato è dare consigli ad un adolescente che ha avuto un’infanzia difficile; volontariato è dare aiuto a genitori inesperti e spaventati; volontariato è … umanità e solidarietà».
- La Porta santa dà accesso alla Casa intitolata con forte convinzione a don Puglisi: che qui è vivo, non come una reliquia, ma come un’ispirazione che si incarna in modo nuovo e creativo nella nostra vita. Con forme esemplari come quella di fra Giuseppe Maria, diventato frate minore rinnovato e prete dallo scorso 16 aprile. Lui stesso così racconta il suo cammino: «Di porta santa in porta santa, di grazia in grazia, di giubileo in giubileo. Mese di gennaio del 2000, il grande Giubileo è appena iniziato e mi ritrovo, appena ventiquattrenne, appena trasferito da Scicli a Modica, con tanta voglia di abitare la città, di sposare il suo territorio, di prendere parte alla sua bellezza e di accettare le sue sfide. Tutto ciò, credo che abbia radici in quello che sento sia un’esigenza profonda: condividere ed appartenere. Così vado in giro per informarmi dove poter prestare servizio. Poi un giorno, passando per caso in una traversa del Corso, leggo una scritta “Casa Don Puglisi”. Senza pensarci troppo, mi ritrovo a suonare il campanello. Mi aprono il portone. Varco così, nel Giubileo del 2000, per la prima volta, quella porta giubilare. Non trovai quello che cercavo, ma molto di più. Quella esperienza di condivisione ha aperto in me un varco di grazia. La Casa è per me un’ancora che mi tiene stabile e mi ha permesso di vivere un tempo di discernimento fondamentale attraverso un servizio molto semplice: partecipare alla celebrazione dei Vespri, nella cappellina, “dove il cielo regge la terra”. Dopo, cenare tutti assieme, come una grande famiglia e rimanere a giocare con i bambini, finché il sonno prende il sopravvento. Cercavo un gruppo di ragazzi coetanei per appagare la mia sete di amicizia. Il Signore mi ha donato invece una famiglia, dove potermi sentire figlio ed imparare a fare il padre. Continuai questa esperienza di condivisone per tre anni, fino a che nel gennaio del 2003 entrai in convento. Adesso in quest’anno giubilare, per me tanto importante, ho sentito l’esigenza di tornare a Modica, per varcare di nuovo questa Porta Santa prima di diventare sacerdote e ripartire proprio da qui per fare memoriale della mia storia di salvezza». E andando alcuni di noi all’ordinazione, fra Giuseppe – tra la sua ordinazione e la prima messa, senza preoccuparsi di altro – ci ha fatto dono di sperimentare per qualche ora la sua vita: ci ha portato nel suo convento fatto di vagoni in un campo donato in comodato, per vivere la libertà da ogni forma di possesso; ci ha portato a Scampia, dove nessuno entra … ma dove può entrare chi porta solo Vangelo. Abbiamo attraversato passerelle sospese tra degrado e illegalità ma, entrando con fra Giuseppe, nelle case abbiamo incontrato persone! La mamma che lotta per strappare allo spaccio e il figlio e legge la Bibbia, con il volto segnato dal dramma, ma luminoso e contento per l’ordinazione di fra Giuseppe. Rosa che ha raccolto la sua famiglia, compresi i fratelli scappati da comunità che non comunicano la fuga per prendersi i soldi. E ci offre un caffè che accettiamo come “una comunione”, senza preoccupazioni igieniche ma con commozione. Due fratelli abbandonati dal resto della famiglia, con attorno cani che ululano come lupi. Non mangiano da giorni e fra Giuseppe li invita a passare dal convento. Non la Scampia di Gomorra, ma la Scampia di un’umanità anzitutto sofferente, che il Vangelo permette di incontrare … Commossi, comprendiamo come povertà scelta per amore e amore che accoglie nella povertà diventano Giubileo, perfetta letizia!
- Come pure diventa giubileo lo sguardo dei bambini! Lo sguardo dei 1500 bambini che sono venuti tra novembre e dicembre nella Casa per costruire un presepe pensato come grande manufatto comunitario (poi visitato da quattromila persone), fatto insieme alle scuole della città condividendo tensioni educative, proprio nel momento in cui diventava motivo di polemica costruire il presepe in altre parti di Italia. Dopo esser passati dalla Porta santa, il primo impatto dei visitatori era con 1500 angioletti preparati dai bambini che rallegravano tutta la Casa, fino ad arrivare alla biblioteca, dove si spiegava il cammino, e quindi al salone, dove era collocato il grande manufatto con le 1500 mattonelle di argilla fatte dei bambini, il cerchio accogliente la Luce del liceo artistico, gli angeli e i simboli della vita… Ed era bello vedere i bambini ritrovare, tra tante, la loro mattonella. Con i quattro angeli dal colore diverso che hanno risvegliato in molti il valore del silenzio, la bellezza della luce e degli affetti … nello stupore per la storia della creazione che, rovinata dagli uomini che litigano, ricomincia quando Dio manda Gesù. «Ci abbiamo messo un po’ a capire come funzionava ma dopo, davanti alle luci che si accendevano man mano, abbiamo capito che non si trattava di un semplice presepe: voleva trasmettere qualcosa e quel qualcosa abbiamo colto». «Vorrei descrivere quello che ho sentito: mi sono ritrovata nel grembo materno: gioia, pace e serenità. Un’esperienza di questo tipo è veramente emozionante, lascia senza fiato: la Casa che si apre alla città, ai suoi bambini, in un unico grande abbraccio … ». «Mia figlia ha detto: “Questa casa mi piace perché è piena di amore”. Non c’è bisogno di aggiungere altro»: sono solo alcuni tra i tanti commenti lasciati alla fine della visita al presepe e alla Casa.
- Storia di Dio con gli uomini quella che si racconta nella Casa, storia che si estende alla città attraverso l’esperienza del cantiere educativo Crisci ranni, nato sei anni fa perché – nel nome di don Puglisi – non si poteva restare solo Casa, occorreva diventare strada. All’inizio fu difficile, ma l’intuizione era chiara: la strada è il luogo in cui riscoprire Gesù, in cui aprirsi alle novità e alle sfide delle relazioni nuove, difficili, a volte anche pesanti, ma sempre motivo di vera crescita. La strada ancora è il luogo in cui leggere i fatti di ogni giorno e ritrovare il tessuto – a volte sfilacciato, altre volte bello seppur nascosto – della città. Le relazioni sono partite dai bambini, aiutandoli a crescere attraversando le sfide che pongono: ed ecco che a questa tensione si è trovato un nome, il nome dell’antico rito pasquale Crisci ranni, con il suo lanciare in alto ma anche l’esserci per non far cadere. E i fatti sono diventati i fatti di una città da ripensare bella nelle relazioni, da ripensare insieme a tutti: da qui il raccordo con le scuole e l’idea di tentarlo il rito … con trepidazione ma, già al primo anno, con la gioia di un momento semplice dal forte impatto emotivo e simbolico. I cantieri (dopo Crisci ranni ne sono sorti altri sette) sono collocati nella vita di tutti, ma certo lasciandosi condurre dal Signore. Per questo ad un certo punto si è pensato anche ad una preghiera precisa: una preghiera per la città partendo dalle sue periferie. Una messa prolungata nell’adorazione, in cui si portano davanti al Signore le varie situazioni della vita … Si attua quanto scrive papa Francesco sulla “Chiesa in uscita” al n. 24 dell’Evangelii gaudium: «La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano ». Il sigillo si ha quando, dalla voce dei piccoli, è come se parlasse il Signore stesso, ribaltando le nostre domande come fa Gesù con il dottore della legge che lo interroga sulla vita eterna. Chiedendo, al cantiere educativo di Pozzallo gli animatori ai bambini, cosa esso fosse per loro, si sono sentiti rispondere: «Diteci, piuttosto, chi siamo noi per voi …». Una presenza, quella dei cantieri educativi, che si inserisce nel raccordo e nel supporto che la Fondazione di comunità Val di Noto, sorta due anni fa, sta assicurando a 35 soggetti del territorio che si estende da Augusta a Scicli lungo tre direzioni: accompagnamento delle persone fragili, coesione sociale, economia civile. Negli orizzonti del welfare generativo, di un Sud che si riscatta a partire da se stesso.
- Porta santa sulla città, sul Paese e sul mondo quella della Casa… Questa Porta ci lega a Paganica, parrocchia dell’Aquila con cui si è avviato un rapporto di fraternità dopo il terremoto. Nella cappella tre icone scritte dalle Clarisse che, dopo la morte della badessa e il crollo del monastero, sono comunque rimaste in mezzo alla gente in un piccolo convento di legno. Questa Porta ci lega al mondo: in questa Casa si custodisce l’icona dell’ultima cena in stile africano con le firme dei missionari e di Mons. Nicolosi all’inizio del gemellaggio della diocesi di Noto con Butembo-Beni; e, proprio mentre si apriva la Porta, chiedevano un incontro missionari venuti a capire se c’era la possibilità di aprire nella nostra città una comunità come segno di un incontro con il mondo che arriva (migranti e rifugiati), aiutati da chi è esperto nel mondo come i missionari. Ora sono in quattro. A nome della Cimi, ovvero degli istituti missionari italiani, grazie all’accoglienza del vescovo Mons. Staglianò, hanno avviato il segno di una comunità missionaria. Possono dirci come si convive bene con l’Islam, come l’Africa ha grandi doni da darci, come l’Oriente è tutto da scoprire … Comprendiamo così meglio che i migranti non sono un peso, ma una risorsa. Sono una provocazione per l’apertura del cuore e della mente; sono un invito a porre segni di giustizia e di pace. Come i progetti della Caritas “rifugiato a casa mia”, con cui gli immigrati sono accolti in famiglia e da famiglie (a iniziare dall’episcopio), e “presidio”, ovvero un farsi presente per far emergere bisogni e sogni nascosti.
- Questa Porta santa ha molto da comunicare, come ogni Porta santa della vita … Suggerisce agli operatori della comunicazione di ascoltare per poter meglio comprendere una solidarietà generata da cammini pazienti e da presenze silenziose, e di raccontare per generare prossimità. Suggerisce di assumere per questo quello che Bonhoeffer chiamava uno “sguardo dal basso”, così da poter partecipare del giubilo dei piccoli nell’attesa della fine della storia in Dio: «Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato … a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti. Se in questi tempi l’amarezza e l’astio non ci hanno corroso il cuore; se dunque vediamo con occhi nuovi le grandi e le piccole cose, la felicità e l’infelicità, la forza e la debolezza; e se la nostra capacità di vedere la grandezza, l’umanità, il diritto e la misericordia è diventata più chiara, più libera, più incorruttibile; se anzi la sofferenza personale è diventata una buona chiave, un principio fecondo nel rendere il mondo accessibile attraverso la contemplazione e l’azione: tutto questo è una fortuna personale. Tutto sta nel non far diventare questa prospettiva dal basso un prender partito per gli eterni insoddisfatti, ma nel rispondere alle esigenze della vita in tutte le sue dimensioni; e nell’accettarla nella prospettiva di una soddisfazione più alta, il cui fondamento sta veramente al di là del basso e dell’alto ».
Buon Giubileo, cari amici, da questa Casa in cui si onorano i martiri (e non si chiama nessun altro onorevole) e in cui il “cielo” (la cappella dove ogni sera ci si ritrova insieme per il vespro) sorregge la “terra” (la sala da pranzo e gli altri ambienti della vita di ogni giorno)! Aiutate il Giubileo delle nostre città, della nostra terra, del nostro mondo ascoltando e raccontando, suggerendo prossimità.
