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Pubblicato il 21 Gennaio 2024 | di Alessandro Bongiorno

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Terremoti, un’area ad alto rischio

Come ogni anno, l’11 gennaio abbiamo fatto memoria di un giorno che resterà scolpito nella storia della nostra terra. È infatti l’anniversario del “terremotu ranni”, il sisma che nel 1693 devastò Ragusa e l’intero Val di Noto. Manifestazioni e momenti di preghiera si sono tenuti sia in cattedrale che a Ibla con il suono delle campane e le note solenni degli organi storici che hanno rinnovato quei tragici momenti: un modo per commemorare i nostri predecessori e celebrare un momento che ha generato lutti e dolore ma anche posto le condizioni per una rinascita della città nella nuova magnificente veste del barocco.

Sono trascorsi 331 anni da quelle scosse che causarono in Sicilia oltre 50mila morti (5.000 a Ragusa che allora contava una popolazione di 9.950 abitanti e vide quindi dimezzata la sua popolazione). L’evento è considerato il terremoto più forte mai registrato nell’intero territorio italiano.

In realtà le scosse che colpirono la Sicilia Orientale nel 1693 furono due. La prima il 9 gennaio con epicentro tra Melilli e Sortino che causò vittime e il crollo di numerosi edifici. L’11 una serie di scosse, la più potente delle quali nel primo pomeriggio con epicentro al largo di Catania, rase al suolo una cinquantina di centri abitati, innescando un maremoto le cui onde raggiunsero persino le coste della Grecia.

Oggi come allora a minacciare questa parte di Sicilia è un sistema di faglie che ha nella scarpata ibleo-maltese, in pieno Canale di Sicilia, un possibile punto di innesco di nuove devastanti scosse. Tutti i sismologi convergono sulla possibilità che in quest’area possano verificarsi altri eventi in grado di sprigionare forte energia. Non solo la presenza di queste faglie e la natura delle rocce su cui poggia la Sicilia Sud Orientale autorizzano queste previsioni ma anche la periodicità con la quale, in passato, la terra ha tremato. La fascia orientale della Sicilia è stata infatti colpita da terremoti disastrosi nel 1169, nel 1542, nel 1693, nel 1848.

Nonostante gli studi dei più prestigiosi istituti di ricerca e gli allarmi della Protezione civile, si è dovuto attendere il 24 febbraio 2022 per classificare il territorio ibleo come area ad elevato rischio sismico (Zona 1). Cinque i comuni del Ragusano inseriti in questa fascia (Chiaramonte Gulfi, Giarratana, Monterosso Almo, Modica e Ragusa), a cui vanno aggiunti anche Noto, Buccheri, Buscemi, Palazzolo Acreide, Militello in val di Catania, Vizzini, Licodia Eubea che ricadono tutti lungo i versanti dei Monti Iblei.

Da quella terribile giornata di 331 anni fa, Ragusa e la Sicilia Orientale hanno saputo rinascere a nuova vita. La ricostruzione avvenne sia riprendendo le trame caratteristiche delle piante medioevali, sia riedificando in nuovi siti le città distrutte, in ogni caso aprendosi alla magnificenza del barocco che nel 2002 è stato proclamato dall’Unesco patrimonio dell’Umanità. Ragusa custodisce 18 beni (14 dei quali a Ibla) e l’intero centro storico è classificato come patrimonio dell’Umanità.


Autore

Laureato in Scienze politiche, giornalista professionista, redattore della Gazzetta del Sud, già condirettore di Insieme e presidente del gruppo Fuci di Ragusa



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