Un’estate tossica: quando l’ambiente brucia
Ancora un’altra estate trascorsa a respirare i fumi tossici delle fumarole. L’accresciuta sensibilità da parte della comunità, anche grazie al lodevole contributo di associazioni ambientaliste, come “Terre pulite”, non è però sufficiente a contrastare il fenomeno. Né la repressione può essere l’unica risposta da parte delle istituzioni di fronte ad uno scempio che, tra l’altro, sembra avere diverse regie, se dovesse essere accertato che nel territorio agiscono pure le ecomafie. Servono quindi anche altre strategie e indagini che aiutino a capire se le fumarole siano diventate anche un alibi per liberarsi di altri tipi di rifiuti ancora più pericolosi e magari trasportati da altre regioni. Ad analizzare le dinamiche che portano a questi roghi ci hanno provato negli ultimi due anni gli studenti di una classe dell’istituto superiore “E. Fermi” di Vittoria, attraverso un concorso su tematiche ambientali promosso dalla Camera dei Senatori. Al di là dell’enorme mole di lavoro portato avanti, i punti di criticità che sono emersi sono soprattutto legati ai costi di smaltimento per dividere gli scarti vegetali dai filamenti e ganci in plastica e dalla mancanza di discariche speciali per il conferimento della plastica nera. Non a caso tra le possibili soluzioni individuate dagli studenti c’è soprattutto il riconoscimento di eco incentivi per l’acquisto di ganci e fili biodegradabili, i cui costi sono particolarmente alti, oltre, ovviamente, alla realizzazione di discariche dove conferire la plastica nera che nessuno è disposto a ritirare. L’attivazione del centro di raccolta di contrada Perciata che sarebbe dovuta essere una prima risposta, non ha finora sortito i risultati sperati perché sono pochi gli imprenditori agricoli che, grazie all’utilizzo di questo materiale biodegradabile, vi possono conferire. Per il resto tutto rimane uguale. Ed è proprio perché il fenomeno è troppo esteso e riguarda anche altri territori, che serve sinergia e l’intervento delle istituzioni. Da decenni i governi nazionale e regionali riconoscono aiuti economici al settore industriale, non si comprende quindi il perché non estendere i benefici anche all’agricoltura che, almeno nel Sud, rappresenta ancora la prima economia ed è quindi fonte di guadagno e sostentamento per centinaia di miglia di famiglie. Per carità, ci sono tante altre forme di aiuto che vengono riconosciute anche in agricoltura ma, oltre al fatto che ad avvantaggiarsene sono in pochi, perché non destinare dei fondi specifici per l’acquisto di materiali ecosostenibili così da eliminare ogni forma di alibi ai produttori e nel contempo quello che oggi è uno scarto non farlo diventare una risorsa riciclabile per altri scopi. Stesso discorso vale per la plastica nera. Se nessuno la prende e non si provvede a realizzare opposite discariche, come fa il produttore a liberarsene. Pretendere quindi il rispetto delle regole e delle leggi è giusto, ma bisogna anche mettere il produttore nelle condizioni di uscire dall’illegalità. La sola repressione non funziona perché il medio-piccolo imprenditore, già schiacciato da logiche di mercato sfavorevoli che ne mettono a rischio la stessa sopravvivenza, non può farcela senza l’aiuto dello Stato. Invece sul menefreghismo di abbandonare e bruciare anche contenitori di polistirolo, bidoni per i fitofarmaci e altri materiali speciali, non ci sono scusanti: se non ti adegui scattano sanzioni
