Puntarazzi, dove i silenzi diventano memoria e le radici parlano al cuore
Puntarazzi è una piccola contrada alle porte di Ragusa, fatta di campi, muretti a secco e silenzi che sembrano raccontare storie più grandi di noi. È un luogo dove si sente il calore di una comunità nata dal desiderio di dare anima e vita a un pezzo di campagna. Dentro di me ho sempre sentito l’eco di quella storia, quella che mia nonna mi ha insegnato a conoscere e a raccontare.
Negli anni ’70, Puntarazzi era un fazzoletto di case immerse nella campagna iblea: lontano dal rumore della città, ma vivo di una semplicità autentica, fatta di natura, agricoltura e silenzi che profumavano di quotidianità. Ma mancava qualcosa: un luogo dove ritrovarsi, dove sentirsi una vera comunità.
Tutto cambiò nel 1973 con la costruzione della Chiesetta, nata dall’amore e dalla determinazione di chi abitava qui, dalla visione di Mons. Angelo Rizzo e dalla generosità del dottor Giorgio Floridia. Questa Chiesetta, dedicata a San Giovanni Maria Vianney, divenne presto il cuore della contrada: un luogo fatto di mani sporche di terra, mattoni posati con speranza e sogni condivisi.
Fu con l’arrivo di Padre Romolo Taddei, il primo parroco, che Puntarazzi trovò davvero la sua anima. Giovane, pieno di entusiasmo, seppe entrare nelle case e nei cuori delle persone. Era un amico capace di ascoltare e di creare legami. Con lui nacquero le tradizioni che ancora oggi portiamo nel cuore: le feste del villaggio di Puntarazzi, aste di beneficenza, giochi di condivisione, cavalli in giro per il villaggio, i meravigliosi e divertenti spettacoli teatrali e sagre di dolci che ancora oggi portano con sé il sapore della tradizione.
Era l’epoca in cui bastava poco per essere felici, e quel poco era tutto: la condivisione, la gioia semplice di stare insieme. Oggi, camminando tra i campi e i muretti a secco di Puntarazzi, si respira ancora quell’aria: resistente, viva, capace di custodire ciò che davvero conta.
Oggi, mentre io stessa vivo qui, capisco qualcosa che da bambina non potevo vedere: il valore delle radici.
Perché l’ho capito: Puntarazzi non si vive, si custodisce.
Oggi quell’energia ritrovata l’ha portata Padre Giuseppe Iacono, con la sua presenza discreta ma intensa, e con il suo impegno sincero nel farci sentire di nuovo una vera famiglia. Si respira amore, semplicità e il piacere autentico di stare insieme. Quest’anno, grazie alla sua determinazione, è tornata la festa del villaggio di Puntarazzi, un’occasione che ha ridato vita a momenti di gioia condivisa: giochi e sfilate per i nostri amici a quattro zampe, il calcio balilla umano, spettacoli equestri, la briscola, serate musicali, la sagra del pane cunzato, passeggiate e il palio delle contrade che ha visto uniti grandi e piccoli, portando sorrisi e leggerezza.
Io sono nata e cresciuta a Puntarazzi. È qui che hanno vissuto i miei nonni, qui sono cresciuti mia mamma e i miei zii, e poi i miei genitori. Quando ero bambina c’era un luogo magico: le panchine. Erano il nostro punto di ritrovo dopo una passeggiata in famiglia, o il posto dove confidarsi con gli amici. Con gli anni quelle panchine si sono arrugginite, dimenticate da tutti, come se il tempo avesse deciso di passarci sopra in silenzio. Così ho deciso di ridar loro vita, di vestirle di colori che parlassero al cuore.
Ho scelto ogni colore con cura, come si sceglie una parola per confortare. La panchina blu è il 𝐑𝐢𝐜𝐨𝐫𝐝𝐨: rappresenta mio papà e il tempo che abbiamo vissuto insieme. Su di essa ho scritto: “Questa panchina è per te che hai perso qualcuno caro. Per sederti e immaginarlo ancora accanto come un tempo. Qui dove il tempo sembra fermarsi e i ricordi continuano a vivere…”
La panchina azzurra è il 𝐕𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨: ci ricorda che dentro ognuno c’è un mondo intero ancora da esplorare e dice: “Viaggiate sennò finite per credere che siete fatti solo per un panorama e invece dentro di voi esistono paesaggi meravigliosi ancora da visitare…”
La panchina rossa è la 𝐂𝐨𝐧𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚: su di essa c’è scritto: “Fermati un momento, ascolta il tuo cuore, riconosci il valore di ogni esistenza. Agisci per il cambiamento. Non sei sola: chiama il 1522.”
La panchina arancione è l’𝐀𝐦𝐨𝐫𝐞: parla al cuore con parole semplici, perché l’amore è la forza che tiene tutto insieme. Dice: “Voglio parlare al tuo cuore, voglio vivere per te di sole e d’azzurro.”
Ognuna di queste panchine racconta una parte della nostra storia, invita a fermarsi e a guardarsi dentro. Perché anche un oggetto semplice, come una panchina, può essere testimone di vita, rifugio di ricordi, ponte tra generazioni. Con questi colori ho voluto ridare dignità non solo al ferro, ma alle emozioni di chi si siederà lì, anche solo per un istante.
Sono Roberta Raniolo, e questo è il mio modo di dire grazie alla mia Puntarazzi. Per ciò che è stata e che continua a essere: un abbraccio che non si dimentica.
Roberta Raniolo
