Vita Cristiana

Pubblicato il 4 Marzo 2026 | di Gabriella Chessari

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Una Chiesa che si fa prossima

La celebrazione diocesana della XXXIV Giornata Mondiale del Malato, vissuta l’11 febbraio nella Cattedrale di Ragusa, è stata molto più di una semplice ricorrenza liturgica. È diventata un incontro di fede e di fraternità, nel quale la Chiesa si è stretta attorno ai suoi figli più fragili. Lo ha ricordato subito il Vescovo La Placa, aprendo l’omelia con parole che hanno dato il tono all’intera celebrazione: «Carissimi fratelli e sorelle, carissimi ammalati, oggi siamo qui non per adempiere a una ricorrenza, ma per vivere un momento di vita profondamente ecclesiale: la Chiesa che si ferma, guarda, si avvicina e si prende cura».

La liturgia, animata dal Coro “Mariele Ventre” di Ragusa, ha raccolto attorno all’altare malati, persone con disabilità, medici, operatori sanitari, volontari delle associazioni diocesane e fedeli provenienti dalle parrocchie. Un popolo variegato e unito, guidato dalla Parola di Dio e dal Messaggio di Papa Leone XIV, che quest’anno ha invitato a riscoprire la bellezza della compassione attraverso la parabola del Buon Samaritano.

Nell’omelia, il Vescovo ha intrecciato le letture del giorno con l’esperienza concreta della fragilità. La pagina di Isaia ha offerto un’immagine luminosa della tenerezza divina: «Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò» (Is 66,13). Non una semplice metafora, ha spiegato, ma «una rivelazione profonda del volto di Dio», che non risponde alla sofferenza con teorie, ma con una presenza che sostiene e rigenera. Una consolazione che non cancella il dolore, ma lo trasfigura dall’interno.

Il Vangelo delle nozze di Cana ha poi aperto uno sguardo nuovo sulla mancanza e sulla speranza. «Quante volte, soprattutto nel tempo della malattia, ci sembra che venga meno il vino della forza, della serenità, del futuro», ha osservato il Vescovo. E proprio lì, nella mancanza, emerge lo sguardo attento di Maria: «Non hanno vino» (Gv 2,3). Una preghiera semplice, che affida a Dio ciò che non riusciamo più a sostenere. Gesù risponde con un segno che non elimina la fragilità, ma la rinnova: l’acqua diventa vino nuovo, abbondante, migliore. «Così – ha ricordato il Vescovo – Dio entra nelle nostre ferite per salvarci, e anche la malattia può diventare luogo di rivelazione e di speranza».

In questo orizzonte si inserisce il Messaggio di Papa Leone XIV, che ha accompagnato la celebrazione. Il Papa denuncia la «cultura che passa oltre», incapace di fermarsi davanti alla fragilità, e invita a riscoprire «il valore dell’incontro, che non è mai una perdita di tempo, ma il luogo in cui Dio ci attende». Il Vescovo ha ripreso queste parole, ricordando che il Samaritano non si limita a un’emozione, ma compie un gesto totale: «vede, si commuove, si avvicina». La compassione autentica, ha ribadito, «non resta sentimento, ma diventa responsabilità concreta».

Il Samaritano fascia le ferite, si fa carico dell’altro, lo affida a una rete di cura. È l’immagine di una carità perseverante, capace di continuità. «Gesù è il vero Samaritano dell’umanità ferita – ha affermato il Vescovo –: si è fatto prossimo, ha preso su di sé le nostre ferite e ci ha affidati alla cura della Chiesa». Una cura che non è mai individuale, ma comunitaria: nessuno si salva da solo, nessuno si prende cura da solo. La Chiesa è chiamata a essere «corpo vivo, solidale e ospitale».

Il Vescovo ha poi rivolto un sentito ringraziamento a quanti, ogni giorno, rendono visibile la compassione di Cristo: il Direttore, sac. Giorgio Occhipinti, e l’Equipe dell’Ufficio diocesano per la Pastorale della Salute, i cappellani degli ospedali della Diocesi, il personale medico e sanitario, l’UNITALSI, i volontari, i familiari che assistono con dedizione nelle case, negli ospedali e nelle strutture di cura. «Il vostro servizio – ha detto – è un autentico atto di culto, perché servire il prossimo è amare Dio nei fatti».

Ai malati ha dedicato parole particolarmente intense: «Voi non siete soltanto destinatari di cure, ma parte viva e preziosa della missione della Chiesa. La sofferenza, unita a Cristo, diventa una risorsa spirituale per tutta la comunità». La loro preghiera, la loro pazienza, la loro offerta silenziosa sono un dono che edifica la Chiesa e la rende più simile al suo Signore.

La celebrazione si è conclusa con l’affidamento alla Madonna di Lourdes, memoria liturgica del giorno. Maria, «donna dell’ascolto e della tenerezza», è stata invocata come Madre che accompagna chi soffre e sostiene chi cura. «Ci aiuti a credere – ha pregato il Vescovo – che anche quando il vino sembra finito, il Signore è già all’opera, e nella nostra povertà prepara il vino nuovo della sua misericordia».

La XXXIV Giornata Mondiale del Malato si è così trasformata in un segno di speranza per tutta la comunità diocesana: un invito a vivere la compassione come stile di vita, a farsi prossimi con coraggio e delicatezza, a riconoscere nei malati non un peso, ma un dono prezioso per la Chiesa e per il mondo.

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Autore

Giornalista pubblicista e condirettrice della testata diocesana "Insieme". Moglie, mamma e collaboratrice dal 1998 dell'Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi di Ragusa.



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