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Pubblicato il 18 Marzo 2026 | di Martina Lorefice

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La “Cena” di San Giuseppe e il cuore segreto delle donne

Nel mese che apre le porte alla Primavera, e inizia a imbandire la tavola per la Pasqua, rinasce un fiore particolare di tradizioni e ricordi, il cui profumo raggiunge il cuore di una comunità, e nel donare rende quel velo che divide passato e presente quasi invisibile. Al rinascere del sole, l’uscio di una porta si apre, un profumo inusuale si alza, e in un paese che ha voglia di crescere, portato via da un vento di zagare riempie le strade, entra nelle case, negli uffici, nelle scuole, nei nasi e negli occhi della gente più veloce di un raggio di sole. Si è schiusa pian piano quella porta chiusa, resa dura dall’ incedere forzato di pioggia di Gennaio e ancora un po’ afflitta dal freddo di Febbraio, al suono del mese in cui molti abitanti si svegliano presto e si spalmano le mani con un unguento di fede e devozione per lenire il peso delle fatiche dei giorni passati. È nel mese di Marzo che tutto succede.  Nei giorni che anticipano il saluto alla Primavera, e che festeggiano la donna con mazzi di mimose e fiori vari, è proprio lei che con calore accoglie San Giuseppe, amato Patriarca, e con un po’ di timidezza lo abbraccia, sporca di farina, di terra, con un sorriso che risplende d’amore. Un amore condiviso, che negli anni è passato da famiglia in famiglia, e ha coinvolto scuole, associazioni e perfino uffici comunali. Un sentimento dimostrato ogni giorno dell’ anno, che in questo mese si concentra in un insieme di gesti, e nel riunirsi di un bel gruppo di persone, familiari, vicini e conoscenti, che danno forma ad un qualcosa, bella più di un dipinto o di un affresco. Quel qualcosa che racchiude ogni cosa in un nome ormai conosciuto da un bel po’ di gente, e che per molti è davvero un bel ricordo. Un ricordo chiamato Cena di San Giuseppe. Difficile descrivere con poche parole ciò che in Sicilia viene fatto in molti paesi, iblei e non, ma che nel paese di Santa Croce Camerina ricopre una rilevanza tale da essere segnata in grassetto nel calendario della Festa del Patrono, e da essere protagonista di foto, post nazionali e internazionali. La sua scoperta nasce da un gesto semplice, quanto può esserlo lo schiudersi pian piano di una porta, fino a poco prima rimasta chiusa. Una mano delicata, di pelle ispessita da un lavoro preciso, da un’attenzione costante e una fatica che poco si può esprimere a parole, ha tolto ogni catenaccio, toppa, serratura, e con un semplice gesto ha invitato chi fosse rimasto sull’uscio e avesse il desiderio di vedere ciò che era stato preparato dentro, a varcare la soglia. Qualche passo, e davanti a colui che si è invitato la Cena, in tutta la sua bellezza e particolarità, si mostra. Il sole è ancora tiepido, e i suoi raggi sono decisamente timidi, eppure questa risplende a tal punto, che u’ lauri, i ucciddati, u’ pani pulitu, rappresentato da a varba, da u’ vastuni fiorito, dalle iniziali S. e G. e dalla sfera, o spera, risplende quanto la luce quasi ultraterrena della  lampa, che illumina un quadro che raffigura la Sacra Famiglia. E poi ancora le arance amare e i limoni,intrecciati attorno, i cicirieddi , a’ cubbaita, i pastizzi, la mostarda, le ceste delle primizie, i fiori, i ceri e altre cose aggiunte man mano da ogni famiglia, quasi a volersi differenziare per rendere la propria Cena unica e facile da ricordare. Un insieme di cibi, di oggetti, di primizie e ortaggi vari, dietro cui si celano giorni e giorni di lavoro, di notti insonni e gesti specifici, che sanno di una tradizione tramandata, nata ufficialmente nel 1832, grazie al Barone Guglielmo Vitale, che lasciò alla Chiesa Madre una rendita per solennizzare la Festa. Un fiore molto particolare, nato dal seme di una preghiera espressa in silenzio, per una grazia ricevuta o che ancora chiede di essere esaudita, il cui profumo inebria i sensi di chi guarda e la cui presenza riempie di gratitudine.

C’è una ragione più grande, per cui essa riposa in un posto speciale nel cuore del Santo. Una ragione che, oltre a riempire gli occhi di uno e le mani dell’ altro, nel suo piccolo riesce quasi a superare la grandezza dei gesti esperti di chi, in mezzo ad una folla, nei giorni stabiliti, scende la Statua di San Giuseppe, lo mette a riposare su un fercolo e poi lo ripone nell’ altare a Lui dedicato. La ragione è nel lavoro e nella cura dei giorni trascorsi a preparare ogni piatto della Cena, a disporre ogni primizia, ogni agrume, ogni oggetto. La ragione sta nei gesti che fanno poco rumore, nella scelta di tre persone per ciascuna Cena, rispettivamente un uomo, una donna e un bambino, per impersonare i Santi della Sacra Famiglia durante una scenetta, che si svolge davanti agli occhi dei presenti. La ragione sta nei tre pani, i’ ucciddati, dentro cui verrà riposto del cibo presente sulla Tavola, e che sarà donato ai Santi, mentre il resto verrà condiviso e dato in beneficenza dopo che tutto si svolge. La ragione sta nel cuore della persona il cui gesto nulla chiede, che rimane in disparte, che i frutti del suo lavoro dona al prossimo, anche se non lo conosce, e la sua fatica dona al Patriarca. La ragione sta in un magnifico, complicato essere umano, pieno di sfaccettature e variopinti sentimenti, chiamato Donna. È da lei, da una sua idea unita ad una preghiera, che prende forma la Cena. Sebbene aiutato da quello di alcuni uomini, il suo operato è un susseguirsi di fatiche, ore strappate dal sonno e gesti rubati al riposo e condivisi con figli e persone vicine e lontane, accorse ad aiutare, che si intrecciano in una trama più spessa della coperta, fissata su una parete, su cui è appeso il quadro della Sacra Famiglia.

E nel mese di Marzo, in particolare, la sua figura è accostata a quella del Santo Patrono della Chiesa Universale. A prima vista, però, queste due figure hanno ben poco in comune. Differenze fisiche a parte, la prima cosa che salta all’ occhio è anche la più evidente: San Giuseppe è un uomo, non una donna. La sua figura, di figlio della stirpe di Davide, di uomo di Galilea, di falegname capace e carpentiere gran lavoratore, di marito amorevole e di padre affettuoso, è stata associata, molto nel passato e ancora nel presente, a quella degli uomini. Nell’ immaginario collettivo, è l’ uomo che lavora, fatica, porta i soldi a casa e i pantaloni in casa. Lui che va in guerra, lui che prende le decisioni definitive, lui con il suo umore che fa il bello e il cattivo tempo. È su di lui che dovrebbero posare le fondamenta della casa, della famiglia. Lui dovrebbe essere il cardine di tutto. Un insieme di idee dal sapore un po’ datato, nate in passato da una serie di circostanze e avvenimenti scritti nella storia, divenute amare e velenose nella bocca di molti che non solo ci credono, ma che ne fanno una legge autoritaria e incomprensibile. Qualcosa da cui, negli anni, la nostra società cerca via via di staccarsi, dando alla donna il posto e il rilievo a lei sottratti, cercando di risolvere un numero incredibile di errori e soprusi seminati qua e là nella curva del tempo. Per quanto riguarda la Chiesa, poi, il discorso diventa un po’ più sfaccettato, per non dire complicato. Come esempi e modelli di donna, essa riconosce principalmente figure di donne quali Eva e Maria. La prima, Eva, complice del Malvagio Serpente e co-diretta autrice, assieme ad Adamo, suo compagno, di quello che sarà conosciuto per sempre come il Peccato Originale, condannata con lui alla cacciata dal Giardino dell’ Eden e al tormento su questa terra. La seconda, Maria, giovane donna pura e devota, vergine immacolata, nata senza peccato originale, scelta per portare in grembo Gesù, il Messia, per essere la moglie di Giuseppe, sua compagna devota e madre di Colui che è il più grande mistero vivente, e protagonista attiva del Progetto Divino per salvare gli uomini dalla dannazione eterna. E proprio quest’ultima è la figura a cui, specie nell’ immaginario collettivo del tempo passato, ma che recentemente sta tornando in auge, si associa maggiormente la donna. Femminile, dolce, pacata, silenziosa, laboriosa, volontariamente sottomessa e fedele: queste e altre caratteristiche simili sono quelle che si attribuiscono alla Madonna, vendendo la sua figura in maniera superficiale. In netto contrasto, naturalmente, quelle associate ad un uomo. Predominante, dominante, rumoroso, a tratti rozzo e sicuro di sé, senza mai dover dire scusa, o chiedere il permesso di fare o prendere qualcosa, con tutti i privilegi che far parte del suo genere gli comporta, seppur con qualche dovere, questa è la figura a cui principalmente si è accostato l’ essere uomo. Un qualcosa da cui, per fortuna, la Chiesa si è andata a distanziare, e che trova un esempio di linee guida in una Lettera Apostolica scritta da Papa Francesco. Nella sua “Patris Corde”, scritta da lui l‘8 Dicembre 2020, e pubblicata in occasione del 150° Anniversario della Proclamazione di San Giuseppe quale Patrono della Chiesa Universale, avvenuta 8 Dicembre 1870 ad opera del Beato Pio IX, il Santo Padre ci mostra un San Giuseppe diverso. Come a portare a compimento un discorso già iniziato nell’omelia della Messa di inizio del suo Pontificato, il 19 marzo del 2013, egli parte seguendo la definizione scelta da alcuni suoi predecessori: il Beato Pio IX lo ha dichiarato «Patrono della Chiesa Cattolica», il Venerabile Pio XII lo ha presentato quale “Patrono dei lavoratori”, e San Giovanni Paolo II come «Custode del Redentore». Dice, inoltre, che il popolo lo invoca come «patrono della buona morte». A mano a mano che si legge la Lettera, però, si può notare che egli attribuisce a Giuseppe diversi titoli. Per Papa Francesco, Giuseppe è Padre Amato, Padre nella Tenerezza, Padre nell’ Obbedienza, Padre nell’ Accoglienza, Padre del Coraggio Creativo, Padre Lavoratore, Padre nell’ Ombra. Titoli diversi, in cui si rispecchiano i vari modi in cui, durante ogni momento della sua vita, il Patrono della Chiesa Universale si mostra a chi crede in lui. Secondo quanto riportato dalle fonti ufficiali della Chiesa, infatti, prima ancora di essere padre putativo di Gesù, Giuseppe era un uomo umile, devoto e rispettoso della Legge, un artigiano instancabile, un gran lavoratore. Un uomo che incontrò Maria, e si innamorò di lei a tal punto che, scoperta la gravidanza, voleva ripudiarla in segreto. Nella sua incertezza e fragilità, pur di non vedere la donna amata sottomessa alle leggi del tempo, preferì soffrire, Credendo ad una voce in un sogno, ritornò sui suoi passi, e non solo la riprese con sé, ma, a dispetto delle opinioni altrui, la sposò e con lei ebbe il figlio portato in grembo. Presente con Maria nella mangiatoia, egli fu spettatore attivo della nascita del Messia tanto atteso da tempo, e finché ebbe vita amò quel bambino come se fosse carne della sua carne. Con amore, rispetto, preoccupazione e tenerezza. Fu per salvarlo che fuggi dalla famosa Strage degli Innocenti ordinata da Erode, in Egitto, per poi andare a Nazareth. Divenne un esule, un pellegrino che mai dimenticava, però, il valore del buon vicinato e della accoglienza. Per tutta la sua vita, Giuseppe ha semplicemente creduto. Concetti semplici, concreti e pieni di valore che, alla morte di Papa Francesco, sono stati ripresi dal suo successore, Papa Leone XIV, il 21 Dicembre 2025, in una Piazza San Pietro gremita di gente, durante l’ Angelus. Giuseppe:  un uomo fragile, che fa di questa sua fragilità una forza, e che si mette completamente a servizio degli altri, silenziosamente. Un faro per la Chiesa, e per tutti coloro che intendono seguire il suo esempio. Come ricorda Papa Francesco sempre nella Patris Corde infatti, «le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti». Non più soltanto una distinzione netta fra uomini e donne, ma semplicemente persone, capaci di mettersi in gioco ogni giorno, fin dai tempi a noi sconosciuti. Li vediamo ogni giorno compiere azioni che mettono in ombra gli eroi dei fumetti, dei romanzi e di qualsiasi storia inventata. Ogni giorno in ogni minuto, anche senza parole, essi sanno dimostrare il loro valore. Fra questi, la presenza delle donne è sempre più evidente. E non solo nei gesti più eclatanti. Nella loro complessità, le donne hanno in comune con San Giuseppe più di quanto si crede. In ogni momento nel lavoro, nelle scuole, in ogni ambiente ci sia bisogno di loro, in ogni situazione, loro sono presenti. Anche nelle piccole cose, sanno amare senza porsi dei limiti. Nella cura della Cena, hanno fatto dell’ attenzione, dell’ impegno, della fatica di prepararla non solo un modo per rappresentare le asprezze della vita, attraverso le arance amare e i limoni, o la durezza del lavoro, attraverso u’ lauri (il grano tenuto umido e al buio), ma un trattato di regole imprescindibili. In quell’ altare disposto su un gradino, non si celebra solamente la regalità di San Giuseppe, con u‘ vastuni fiorito, a varva, raffigurante il volto del Santo, o a sfera, in cui si raffigura l’ostensorio. Lì, attraverso le mani e il lavoro di una donna, si testimonia in maniera vera, concreta, ciò di cui i ucciddati sono il simbolo : l’ uguaglianza fra gli uomini e l’ aiutarsi a vicenda. Attraverso piccoli gesti, come le Cene di San Giuseppe, esse hanno fatto dell’ aiutare il prossimo in difficoltà, in maniera silenziosa e senza volere nulla in cambio, tradizione racchiusa nel tempo, un Amore che vive a dispetto di tutto.

 


Autore

Studi classici e in parte giuridici, passione per la letteratura e la poesia e formazione cristiana. Ha collaborato col giornale del Liceo Umberto I di Ragusa con la stesura di alcune sue poesie, continua il suo percorso collaborando col giornale Insieme



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