Resurrezione di Gesù e sconfitta della morte
Nessuno ha materialmente assistito alla risurrezione di Gesù. Gli apostoli, Maria Maddalena, i discepoli di Emmaus lo hanno visto già risorto, hanno constatato che il sepolcro era vuoto, ma non erano presenti nel momento della risurrezione. Hanno potuto contemplare il Cristo risorto, ma non il Cristo nell’atto del risuscitare.
Il processo del risuscitare è avvenuto nel mistero del dialogo trinitario: il Padre risuscita il Figlio per la potenza dello Spirito Santo. Il Padre attesta così in modo inequivocabile la signorìa di Cristo sul mondo e l’inizio pieno della storia di salvezza, guidata dallo Spirito di Gesù risorto.
Nessuno degli uomini può assistere al mistero della risurrezione. I testimoni del Risorto possono solo contemplare nella fede colui che è tornato dalla morte alla vita, ma possono anche toccarlo con le proprie mani e mangiare con lui, come hanno fatto gli apostoli.
La risurrezione è così contemporaneamente fatto storico, realmente accaduto e dimostrabile, ma anche mistero della fede, dinanzi al quale i soli occhi umani non sono sufficienti, in quanto si esige il possesso degli occhi della fede. Ragione e fede non si oppongono, ma si completano a vicenda nell’unitarietà della persona umana, che dinanzi alla risurrezione di Cristo contemporaneamente indaga e contempla, riflette e sa fermarsi di fronte al mistero.
Giovanni e Pietro fecero una corsa affannosa quando sentirono dalle donne che il sepolcro di Gesù era vuoto (Gv 20, 1-10). Giovanni, che era più giovane, arrivò prima di Pietro, ma si fermò davanti all’ingresso del sepolcro, sia per dare la precedenza a Pietro, sia forse per contemplare il mistero. Così noi: possiamo e dobbiamo indagare e riflettere sul fatto storico della risurrezione, ma davanti a quel sepolcro vuoto dobbiamo fermarci per contemplare il mistero. Padre Cantalamessa dice che è come quando corriamo incontro al mare: ad un certo punto, di fronte alla maestosità dell’oceano dobbiamo fermare la nostra corsa, non possiamo più proseguire, possiamo solo ammirare l’abisso infinito che sta davanti a noi.
Quello che Pietro e Giovanni videro nel sepolcro vuoto li indusse a credere nella risurrezione di Gesù. Che cosa videro di preciso? Il telo funerario posato in forma distesa, come se il corpo di Cristo si fosse sfilato da esso, e il sudario, che era stato posto sul capo, fisso in una posizione unica, che verosimilmente era eretta o, per così dire, inamidata: come se l’energia sprigionatasi dalla risurrezione avesse fatto essiccare gli oli aromatici che con abbondanza erano stati usati per la sepoltura di Gesù. Queste prove indussero i due apostoli a credere nel mistero della risurrezione e sono sufficienti anche per noi, che crediamo nel racconto apostolico. Possiamo perciò dire: Cristo è veramente risorto, alleluia!
Come San Serafino di Sarov desideriamo annunciare a tutti: «Gioia mia, Cristo è risorto!». Questo è l’annuncio capace di salvare l’uomo di ogni tempo e di sottrarlo all’insignificanza, al grigiore, alla violenza e alla morte. Questo è il fondamento più solido della nostra speranza e ci apre le porte dell’eternità. Questa è l’unica certezza di sconfiggere la morte.
Gli uomini hanno paura della morte. È inevitabile. Tutti la temono. Né valgono a molto i diversi tentativi di esorcizzarla: toccare ferro, fare gli scongiuri, evitare di parlarne facendo finta che non esista….Sono tutte vane modalità di sfuggire alla paura più grande che l’uomo ha dentro di sé: quella di morire!
Ora, tutto ciò è perfettamente comprensibile, perché l’uomo non è fatto per la morte, ma per la vita. Egli perciò sente il morire come qualcosa di innaturale, come un fatto che non gli appartiene. Eppure sa che la morte, con certezza, lo attende al varco. Non sa quando ciò succederà, ma sa con sicurezza che prima o poi accadrà. Questa consapevolezza lo fa sentire male, lo scombussola interiormente, gli fa avvertire un tragico paradosso: egli è creato per la vita, eppure deve morire!
La fede nella risurrezione di Gesù offre all’uomo una speranza contraria a quella della morte: egli vivrà, vivrà in eterno, perché Cristo ha sconfitto la morte! Con Gesù la morte è morta per sempre. Si realizzano in Lui le parole di Isaia: «Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime in ogni volto» (Is 25,8). La paura della morte non ha più cittadinanza nell’animo del credente. Egli fa sue le parole del profeta Osea e di S. Paolo: «Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione» (1 Cor 16,55; Os 13,14). In Cristo noi tutti siamo vincitori, perché egli ha sconfitto la morte per noi, cioè in nostro favore, e ci ha riaperto le porte dell’eternità. Cristo non ha “conservato” la sua vita, non è sceso dalla croce per salvarsi, ma ci è rimasto per salvarci. Egli ha donato la sua vita, e proprio per questo l’ha riacquistata in modo nuovo e più sublime. La sua donazione d’amore è stata contemporaneamente uccisione della morte e dono della vita nuova ed eterna per tutti noi.
La speranza di vita è diventata certezza di eternità, a patto che, pensando alla morte, invece di toccare ferro…tocchiamo Cristo e ci aggrappiamo con tutte le nostre forze a Lui.
