Società

Pubblicato il 11 Giugno 2026 | di Saro Distefano

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Kamarina riapre le sue porte alla storia

Finalmente aperto del tutto il Museo Archeologico di Kamarina, di proprietà del Parco Archeologico di Kamarina e Cava d’Ispica (organismo periferico della Regione Siciliana).

Grande soddisfazione per i vertici dell’organismo culturale, a partire dal direttore del Parco, il dottor Giuseppe Morando, agronomo vittoriese (con pregresse esperienze al Parco Archeologico di Lentini). Soddisfazione meritata. Non è stato semplice rimettere il museo nelle condizioni di poter essere visitato. E siccome stiamo parlando di una delle più importanti e frequentate aree archeologiche del sud-est isolano, bene è stato aprire dopo la conclusione di lavori che ad un certo punto erano sembrati certamente necessari ma molto temuti.

Nel luglio del 2025 la chiusura del Museo (subito dopo una inaugurazione che a molti era sembrata insensata, se è vero che la struttura era evidentemente bisognosa di altri interventi, anche massicci), s’era resa necessaria e, complice anche il crollo del ponticello sulla foce del Fiume Ippari (un tempo, oggi un ruscello) aveva di fatto isolato quel mitologico promontorio dove i siracusani del 598 avanti Cristo avevano costruito la città di Kamarina. Nessun archeologo, studioso, studenti, turisti ed appassionati. Nessuno. Tutto chiuso: strada e museo. Adesso si riapre, almeno il museo. Per il ponte siamo in febbrile attesa.

Quindi tutto bene? Non proprio. Almeno a giudicare dal semplice confronto tra due foto, scattate da un cellulare e nemmeno di ottima qualità. Identica inquadratura: dall’ingresso del Museo di Kamarina e verso l’edificio che fu parte della più grande masseria sette/ottocentesca sorta sulle rovine del tempio nella Acropoli della sub-colonia greca.

La differenza appare evidente. Nella foto più datata, ovvero la versione prima della riapertura del Museo è visibilissimo un bel rampicante (credo era una buganvillea) che era stato fatto crescere sulla parete dell’edificio dove erano i bagni ed alcuni uffici del museo. Se ben ricordo, il verde di quella pianta serviva ad ammortizzare i corpi edilizi. Adesso, solo una bella parete bianca rivolta ad est (e immaginiamo nelle calde mattine d’estate quanta luce sarà riflessa da quelle pietre private della macchia di colore vegetale). Poco male. Quando il Parco vorrà, sarà sempre possibile piantumare una vite americana, l’edera, una bignonia, un ficus pumila, la stessa buganvillea e così migliorare l’aspetto di quella parte del cortile che, a mio modesto avviso, rendeva anche più evidente ed apprezzabile la parte residua del muro della cella del tempio di Atena.

Ma dal confronto tra le due foto emerge anche un’altra notevolissima differenza. E questa più impattante dello sradicato rampicante. Nella foto precedente i lavori è visibilissimo il cortile interno quasi del tutto ricoperto da un bel prato verde, e poi una porzione in terriccio. Adesso, nella versione post-riapertura, il prato è completamente scomparso ed il cortile è diventato un intero quadrilatero di ghiaia bianca. Peccato, e non solo per motivi estetici. Per quanto io ricordi, quell’erba serviva per mettere in evidenza l’intera area sacra, mentre la ghiaietta serviva ad evidenziare e il profilo della cella del tempio di Atena. Quindi un preciso scopo museografico, non solo estetico.

Come che sia, anche in questo caso la Direzione del Parco potrà, solo volendolo, ripristinare quel “percorso” ottenuto semplicemente accostando due colori di altrettanti materiali semplici e naturali.

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Autore

Nato a Ragusa nel 1964 è giornalista pubblicista dal 1990. Collabora con diverse testate giornalistiche, della carta stampata quotidiana e periodica, online e televisive, occupandosi principalmente di cultura e costume. Laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, tiene numerose conferenze intorno al territorio ibleo.



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