Cultura

Pubblicato il 15 Giugno 2026 | di Giovanna Inguanti

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A tutto volume, libri in festa

Ci sono manifestazioni che si raccontano con i numeri: gli ospiti, le presenze, gli eventi in programma. E poi ce ne sono altre che forse si comprendono meglio osservando quello che lasciano dietro di sé.

A tutto volume- libri in festa,  a Ragusa, anno dopo anno, è diventato uno di quei momenti in cui una città si ferma per ascoltare. Non è una cosa scontata. Viviamo in un tempo in cui tutti parlano, commentano, reagiscono. Ascoltare, invece, richiede uno sforzo diverso:  richiede tempo, attenzione, disponibilità a confrontarsi con idee che non sono necessariamente le nostre.

Camminando tra le piazze e le strade che ospitano gli incontri, si ha spesso la sensazione che il vero protagonista non sia il singolo autore, ma il dialogo che si crea attorno alle sue parole. I libri diventano un pretesto, nel senso più nobile del termine, per discutere di ciò che accade nel mondo, delle paure che attraversano la società, delle speranze che resistono, nonostante tutto. La letteratura, del resto, non è mai soltanto letteratura. Dentro un romanzo, un saggio o una testimonianza ci sono la politica, la memoria, l’economia, le relazioni umane. Ci sono le domande che una comunità si pone e quelle che spesso evita di porsi. Per questo appuntamenti come questi assumono un significato che va oltre la dimensione culturale. Offrono uno spazio in cui le persone possono incontrarsi senza l’obbligo di schierarsi immediatamente, senza la necessità di trasformare ogni confronto in una tifoseria. In un’epoca segnata dalla velocità e dalla semplificazione, non è poco.

Naturalmente un festival non cambia il mondo. Non risolve i problemi di un territorio e non colma da solo il divario culturale che il Paese continua a registrare. Ma può fare qualcosa di altrettanto importante: alimentare curiosità. E la curiosità è spesso il primo passo verso la conoscenza.

Forse,  il valore più autentico di A tutto volume sta proprio qui. Nel ricordarci che leggere non significa accumulare informazioni, ma allenarsi a guardare la realtà da prospettive diverse. Significa accettare la complessità, riconoscere i dubbi, comprendere che le risposte semplici raramente sono sufficienti.

Quando gli incontri finiscono e le sedie vengono lasciate vuote, ciò che resta non è soltanto il ricordo di una presentazione o di una firma su una copertina. Restano le idee che hanno trovato spazio nelle conversazioni, le riflessioni che continuano a lavorare dentro ciascuno, le domande che accompagnano il ritorno a casa.

Ed è forse questo il risultato migliore che un festival possa ottenere: non lasciare certezze, ma generare pensiero.


Autore

Nata a Vizzini (Ct) vive a Ragusa dal 2005. Laureata in Lettere Classiche e in Filologia Classica, è docente di Italiano, Latino e Greco presso l'I.I.S. Vico -Umberto I - Gagliardi di Ragusa.



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