Vita Cristiana

Pubblicato il 21 Settembre 2026 | di Redazione

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Padre Dionisio Amato il primo missionario monterossano

Dionisio Amato è stato il primo missionario monterossano. Nacque a Monterosso Almo il 18/6/1890 da Giovanni e da Rosa Giaquinta ed era l’ultimo di sei fratelli. Quando era ancora bambino il padre aveva preso uno stacco di terra in “gabella” vicino Mineo e lì il piccolo Salvatore ebbe modo di frequentare il convento dei frati Minori Cappuccini. Così cominciò a nascere in lui la vocazione di farsi frate. Presso il convento apprese i primi rudimenti di latino che poi continuò in paese sotto la guida di un ex frate francescano, un certo P. Bonaventura, che era stato costretto a vivere presso parenti dopo l’espropriazione del convento di Monterosso da parte dello stato italiano. A vent’anni, nel 1910, entrò nel noviziato dei frati Cappuccini della provincia monastica della Campania ad Arienzo (CE) e poi, l’anno dopo, intraprese gli studi di filosofia e teologia.

Allo scoppio della prima guerra mondiale, mentre era ancora chierico, fu richiamato alle armi e fece il servizio militare a Palermo[1]. Terminato il servizio militare, fu ordinato sacerdote a Pedalino, frazione di Comiso (RG), il 12 marzo del 1916. All’inizio degli anni venti gli fu dato l’incarico di assistente presso il seminario serafico di Gela. Mentre era in questa città, gli venne offerta l’opportunità di recarsi come missionario in Brasile in una vasta zona a cavallo tra gli stati del Mato Grosso, del Minas Gerais e dello Spirito Santo, dove c’era una missione affidata ai frati Cappuccini della provincia monastica di Siracusa. P. Dionisio, che era stato sempre pronto a mettersi al servizio del prossimo, non si fece scappare questa occasione e partì insieme ad un altro frate, un certo P. Lorenzo: era il 7/9/1927. Arrivato in Brasile, dopo aver imparato i primi rudimenti della lingua portoghese, si diede subito da fare per organizzare la missione e poi si buttò nell’apostolato percorrendo enormi distanze a piedi o a cavallo per raggiungere i villaggi più sperduti di questa parte desolata del Brasile e portare a quegli indigeni una parola di conforto, oltre che la parola di Dio. Avere a che fare con popolazioni primitive, però, non era molto facile a quei tempi. Una volta infatti, trovandosi in un villaggio sperduto dell’interno, il capo tribù lo invitò ad entrare in una capanna dove c’era un suo parente che stava male. Quel capo era convinto che P. Dionisio avesse dei poteri magici e che quindi sarebbe stato capace di guarire quell’ammalato. L’imbarazzo del padre era grande perché se non fosse riuscito a ottenere quella guarigione, il capo tribù avrebbe potuto anche ucciderlo o quanto meno lo avrebbe screditato agli occhi degli indigeni. Si mise perciò il cuore in pace e pregò affidandosi alla Misericordia di Dio, chiedendogli fervorosamente di aiutarlo ad uscire da quella difficile situazione. Dopo un po’ quell’ammalato guarì e tutti credettero che fosse merito del padre missionario e per questo si convertirono e chiesero di essere battezzati. Nella città di S. Teresa, nello stato dello Spirito Santo, egli in seguito fece costruire il primo seminario serafico di quella missione e una casa di cura per gli ammalati, uniche istituzioni del genere in quella vastissima parrocchia. La sua opera missionaria fu così imponente e meritoria che gli fu fatta anche la proposta di essere consacrato vescovo, ma lui, abituato a stare a diretto contatto con la povera gente e avulso dalle onorificenze terrene, rifiutò quest’offerta. Dopo trent’anni di intenso lavoro e di proficuo apostolato presso quella terra di missione, ormai vecchio e provato nella salute, fu richiamato in Sicilia dai suoi superiori nel 1957. Qui, dopo un breve periodo di riposo, gli fu subito assegnato l’incarico di P. Guardiano nel convento di Caltagirone, riaperto qualche anno prima, dove c’è la tomba del servo di Dio P. Innocenzo Marcinò. Vi rimase, però, solo pochi anni, appena il tempo di riorganizzare il nuovo convento, e poi fu trasferito a Siracusa dove trascorse il resto della sua lunga vita che si concluse il 12 maggio 1981, colpito da un attacco di pleurite acuta. In questa città fino a qualche anno prima della morte, fu confessore presso il santuario della Madonna delle Lacrime. Quando si accorse che era giunta la sua ora, volle vedere per l’ultima volta i suoi confratelli, i parenti e gli amici più stretti ai quali confidò che ormai era pronto a raggiungere il Padre Celeste e a quelli che gli proponevano di farsi visitare da qualche esperto specialista rispondeva che non voleva prolungare ulteriormente la sua permanenza in questa Terra dal momento che si sentiva in grazia di Dio.  Nonostante si fosse già ritirato da diversi anni dalla missione in Brasile, nel suo intimo tuttavia rimase sempre un missionario: si teneva sempre in contatto, attraverso un’intensa e vasta corrispondenza epistolare, con persone non solo dell’Italia, ma anche di varie altre nazioni del mondo che egli aveva avuto modo di conoscere o attraverso il confessionale o con la comunicazione diretta. Rimase sempre particolarmente legato alla Missione del Brasile e agli amici che aveva lasciato laggiù, anche dopo il suo rientro in Italia. Lui aveva sempre una parola di conforto per tutti e tutti, stando accanto a lui, dimenticavano i propri problemi e si sentivano felici. Col suo sorriso e con le sue battute spiritose riusciva a riportare gioia e serenità anche in coloro che erano afflitti da gravi problemi. Era una grande figura carismatica, anche se intimamente era un’anima semplice. Il suo motto era “ad maiora”, infatti si sforzava di dare sempre il meglio di sé prodigandosi interamente per gli altri che a loro volta lo ricambiavano con una grande stima. Sapeva parlare con tutti: con gli umili e con i potenti e tutti ne ricavavano un gran bene spirituale. A chi non era in grazia di Dio diceva che anche lui era un grande peccatore e molti non sapevano resistere al fascino della sua parola e si pentivano. Era “un signore”, dicevano alcuni suoi ammiratori. Sapeva stare in mezzo al mondo, ma non si lasciò attrarre dalle sue lusinghe. Gli piaceva scherzare, conversare con le persone e concedersi anche qualche lazzo, ma sempre nei limiti del decoro cui la sua funzione lo legava. Fisicamente era un bell’uomo e gli piacevano anche le cose belle, tanto che si interessò pure di arte, dedicandosi in particolar modo al disegno e al ritratto usando la tecnica della pirografia. Fece moltissimi quadri che poi regalava ad amici e parenti e alcuni di essi sono anche bene riusciti: molto bello è il ritratto del francescano P. Pacifico Amato, suo compaesano.  Ancora oggi tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo lo ricordano con grande affetto e ammirazione. La sua salma riposa nella cappella del PP. Cappuccini a Siracusa.

(Notizie ricavate da riviste e documenti forniti dalla famiglia).

[1] Allora infatti non esisteva ancora il Concordato del 1929 fra lo stato italiano e la Chiesa cattolica che prevede l’esenzione  dal servizio militare per i membri del clero.

Giuseppe Scollo

 


Autore

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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