Don Pino Iacono ha toccato cuori, cambiato vite, ispirato persone
Un incontro di poche parole con un uomo i cui ricordi sanno sorprendere ancora e ispirano a guardare oltre le semplici colonne del tempo.
Un’intervista lontano dagli schemi del solito dialogo domanda e risposta programmate, capace di condividere ricordi e parlare con semplicità, senza per forza mettere a disagio chi protagonista non si sente di essere. Questa è l’ intervista che ho cercato di fare Martedì 18 Agosto 2026 a Don Giuseppe “Pino Iacono”, che ad oggi è il vicario della Chiesa Madre “San Giovanni Battista” di Santa Croce Camerina.
Un semplice scambio di parole, di ricordi, con uomo dall’ apparenza semplice che ha da da poco compiuto il 60° Anniversario di Ordinazione Sacerdotale. Il 15 Agosto 1966 nella Cattedrale San Giovanni Battista di Ragusa, sotto l’ allora Vescovo Mons. Francesco Pennisi, egli è stato ordinato sacerdote. In quest’occasione , la Parrocchia ha deciso di dedicargli tre serate, di cui due il 15 e 16 Agosto, che hanno visto partecipi la Diocesi, la Giunta Comunale e numerosi fedeli. Giorno 15, Solennità dell’ Assunzione in cielo della B.V. Maria, Festa della Madonna di Portosalvo, in Piazza Faro a Punta Secca è stato Padre Pino a presiedere la Concelebrazione Eucaristica vespertina con Don Tonino Puglisi e Don Luca Roccaro. Giorno 16, invece, ricordando la prima Messa di P. Iacono nel suo paese natio, a presiedere la celebrazione delle ore 19:00 nella Chiesa Madre “San Giovanni Battista” è stato Mons. Giuseppe La Placa, Vescovo di Ragusa. Insieme a lui erano presenti Padre Antonino “Tonino” Puglisi, Padre Luca Roccaro, Padre Giuseppe “Pippo” Occhipinti, Padre Giuseppe “Peppino” Cascone, Padre Alessio Leggio, Padre Mario Modica, Padre Paolo La Terra, Padre Andrea Pomillo e Padre Salvatore Puglisi. Giorni impegnativi, in cui la figura di Padre Pino , uomo semplice, sacerdote fedele e umile, ha assunto un’importanza tale da sentirsi un po’ in imbarazzo. Infatti il suo operato costante, pieno di serietà ed entusiasmo, non ha mai preteso alcun riconoscimento. Soltanto un sorriso, un gesto di amicizia o una parola buona da parte di chi aveva aiutato o cercato di aiutare. “Io non sono diventato sacerdote per questo !”, dice spesso, un po’ sorpreso e stizzito.
Il tempo di trovare un locale dove svolgere l’ intervista, dati l’ora e il tran tran in Chiesa, e si può iniziare. Ci si siede lì, nella vecchia Segreteria parrocchiale, un ambiente tanto silenzioso da racchiudere segreti, riunioni, discorsi, adatto per il nostro scopo, dove sono presenti un grande tavolo antico, delle sedie e l’armadio in cui conservare i paramenti clericali. Fra uno scambio di parole e un altro è come se un lucchetto si aprisse, il libro di una vita spiega le sue pagine. Attraverso i gesti di quest’uomo con i capelli canuti, gli occhiali spessi, il cui fisico asciutto indossa dei pantaloni e una camicia semplici come armatura per difendersi dal resto del mondo, ciò che è scritto diventa realtà. All’inizio è una goccia , racchiusa negli occhi di un neonato venuto al mondo il 18 Settembre 1941: Giuseppe Iacono nasce proprio a Santa Croce Camerina, in una famiglia umile, devota e profondamente religiosa. Terzo maschio, arrivato dopo una bella femminuccia, si dimostra subito un vero monello: suona ai citofoni e poi scappa, prende delle piccole lucertole e le usa per fare scherzi ai parenti. Parole sue. Nel suo fare scherzoso, però, non dimentica gli insegnamenti della religione cristiana. Anzi, non passa giorno che lui non trovi un modo per farli suoi e per metterli in pratica nella realtà che vive e che lo circonda. Sono gli anni del dopoguerra, i popoli del vecchio e del nuovo continente, insieme a quelli del continente asiatico, si stanno ancora riprendendo dal terremoto della Seconda Guerra Mondiale che per circa cinque anni li ha fatti tremare fin dentro le radici delle loro società. Vari tumulti, incomprensioni e disparità, venuti fuori proprio quando si cerca di ristabilire un equilibrio e dare un nuovo volto ai tempi che seguono, sono come scosse di assestamento in un terreno che è già fragile e sconnesso per conto suo. L’ infanzia del giovane Giuseppe, assieme a quella di altri bambini come lui, ci passa attraverso. La piccola goccia d’acqua si è trasformata in un rigagnolo, destinato a crescere e diventare fiume nel periodo dell’ adolescenza. Durante tutto questo tempo, però, il ragazzo non ha mai dimenticato ciò che nella sua famiglia e in Chiesa ha imparato. Regole, principi, insegnamenti, valori fondamentali che hanno fatto nascere in lui il desiderio di appianare ogni conflitto, ogni diseguaglianza , di curare e di difendere chi ne ha davvero bisogno. Vorrebbe intraprendere un percorso per diventare medico o avvocato. E’ a questo punto che il fiumiciattolo incontra il suo primo bivio, ed il ragazzo è costretto a fare la sua prima scelta: lui sa che ciascuno porterebbe al raggiungimento di uno solo obiettivo, ma non gli basta. Lui vorrebbe raggiungerli tutti. Non sa proprio come fare, finché non gli viene tracciata davanti una nuova strada: quella del seminario. La direzione punta ad un nuovo e inaspettato percorso, a cui il giovane Giuseppe è stato indirizzato da Mons. Vincenzo Di Quattro, allora Parroco del paese, un sacerdote che con il suo operato ha ispirato generazioni di giovani, molti dei quali hanno deciso di intraprendere a loro volta la strada religiosa. È una scelta semplice, e nel contempo difficile. Andare in seminario era allora gratuito. Molti giovani così continuavano a studiare, qualcosa che non tutti potevano fare. Questo non comportava necessariamente diventare sacerdote. Purtroppo, nel fare questa scelta si è costretti ad andare via di casa, a volte allontanandosi dalla famiglia, e voltando le spalle a un lavoro sicuro, ad un terreno già battuto, intrapreso da altri prima di noi. Ci si concentra su qualcosa di poco conosciuto , senza sapere a quale futuro tutto quello che si è appreso potrà portare. È in un tale momento, pieno di incertezze, che l’esempio del suo Parroco viene in aiuto. In quest’uomo di sani principi, capace di parlare con semplicità ai cuori di chiunque incrociasse la sua strada, che ha sempre messo la sua persona al servizio del prossimo, il giovane vede un’ulteriore conferma che quella è per lui la strada giusta.
Così decide di continuare la sua formazione e di andare a Ragusa. Da qui le parole che escono dalla bocca di Padre Pino sono un fiume in piena. In questa parte d’intervista comincia a condividere alcuni ricordi del seminario, partendo da alcuni cenni storici che lo riguardano. Il Seminario Diocesano “San Giovanni Battista” di Ragusa ha sede in una parte dell’ antico Palazzo Schininà, donato dalla famiglia nobile alla Diocesi di Ragusa nel 1950, quando fu eretta con la bolla pontificia Ad dominicum gregem di Papa Pio XII, dapprima suffraganea dell’Arcidiocesi di Siracusa, sotto la guida dell’arcivescovo Ettore Baranzini, poi dal 1º ottobre 1955 pienamente autonoma. Nello stesso giorno viene nominato Vescovo Mons. Francesco Pennisi, un sacerdote catanese che ha alle sue spalle una lunga serie di importanti incarichi ecclesiastici dentro e fuori il territorio siciliano, e che l’11 Novembre 1955 prende ufficialmente possesso della sua carica. Un impegno costante il suo, egli dedica grande attenzione al Seminario e alla formazione che i giovani da esso ricevono. Questa si manifesta nella scelta delle vocazioni, nell’ attenzione mostrata per scegliere superiori e professori validi e nella promozione delle giornate pro seminario per i fedeli, nella creazione di nuove parrocchie, di alcune chiese e di parecchi centri di attività per le opere di ministero parrocchiale. Nel mondo sono anni complicati: ogni nazione sta cercando a suo modo, con i propri mezzi, di affrontare i vari conflitti interni ed esterni, nel frattempo lavora per dare al popolo che governa uno stile di vita stabile, andando incontro al progresso senza cancellare il passato. Nella lotta fra fame e ricchezza, fra istruzione, cultura e analfabetismo, non sempre si vince. Luoghi come il seminario, ambienti in cui doti come creatività, voglia di apprendere e di confrontarsi di ogni giovane hanno spazio per crescere e diventare lavori, professioni importanti, rappresentano non solo una scuola , ma oasi di pace, rifugi in cui riflettere e trovare una nuova strada da percorrere. Qui Giuseppe cresce in mezzo a tanti ragazzi, con cui condivide lo studio coscienzioso e impegnato, gli scherzi e le risate. Aiutato non soltanto dalla natura viva, semplice e meravigliosa del territorio, ma dai tanti sacerdoti conosciuti, dai professori capaci di condividere il loro sapere, oltre alle materie prescritte nel programma di insegnamenti, impara, ad esempio,l’ iconografia e l’imbalsamazione, che negli anni rappresentano non soltanto una passione, ma un modo per creare e far fluire pensieri ed energie.
Non solo libri da leggere, lezioni da ascoltare e appunti da scrivere, ma un confronto costante fra alunni desiderosi di conoscere e comprendere e professori che sanno insegnare. Confronti fra generazioni diverse, fra mondi che spesso sono destinati a scontrarsi, per capire e comprendere la realtà che li circonda e che nel frattempo si evolve. Menti che crescono, e amicizie che iniziano e si rafforzano. Don Pino racconta che ne ha strette molte. Alcune ricordate con un’allegria velata da uno strato leggero di tristezza, come quello di Don Giuseppe Iurato, giovane santacrocese un po’ più grande di don Pino, anche lui proveniente da una famiglia umile e devota, a volte “vittima” degli scherzi del più giovane seminarista. Altri con più leggerezza e allegria, come quella stretta e tuttora mantenuta con Padre Giovanni Nobile, Vicario parrocchiale della Parrocchia S. Paolo Apostolo in Ragusa, ordinato sacerdote insieme a Don Pino. Il 15 Agosto, infine, mons. Pennisi pone le mani sopra la testa di Giuseppe e altri giovani uomini. Da quel giorno Don Pino Iacono comincia il suo operato. Portando con sé gli insegnamenti appresi non solo in seminario ma anche in famiglia e nelle esperienze della vita di ogni giorno, si avvicina alla realtà che si era lasciato dietro da ragazzo, e la trova cambiata. Mentre lui concludeva i suoi studi, Angelo Roncalli, allora Cardinale, diventato Papa sotto il nome di Giovanni XXIII il 28 ottobre 1958, muore il 3 giugno 1963. Sarà da tutti ricordato come “Il Papa Buono”. Un’era di confronti fra varie religioni, di mediazioni per la sopravvivenza di un popolo e per non far creare i presupposti per scatenare una nuova guerra mondiale, di visite a sorpresa in luoghi inconsueti, quali carceri e ospedali, e di “fuori programma”, spesso coinvolgenti per i partecipanti, si è conclusa. Tante le opere da lui scritte e pubblicate, inclusa la “Pacem in Terris”. Fra le tante azioni compiute si ricorda l’apertura del “Concilio Vaticano II”, da lui fortemente voluta, ma non portato a termine. La Sua eredità verrà raccolta dal Cardinale Giovanni Battista Montini, divenuto Papa sotto il nome di Paolo VI. A lui il compito di continuare i lavori di quel Concilio cominciato nell’ Ottobre del 1962, e di portarli a termine l’8 dicembre 1965. Un Concilio ecumenico, un’assemblea composta da tutti i vescovi convocata dal Papa e da lui diretta, per deliberare sui problemi della dottrina e della disciplina della Chiesa, durato ben quattro anni. Anni in cui, come disse il Santo Padre Paolo IV nel Suo Messaggio ai giovani dell’ 8 dicembre 1965, alla chiusura del Concilio, la Chiesa ha lavorato per ringiovanire il proprio volto, per meglio corrispondere al disegno del proprio Fondatore, il grande Vivente, il Cristo eternamente giovane. In questa Chiesa in continuo cambiamento e costruzione, i Padri Salesiani, i Padri Gesuiti, i Frati minori Conventuali, i Padri dottrinari, e altri religiosi, per Mons. Pennisi fonti preziose di forza ed esperienza per saper comprendere il valore dell’ unione, del confronto e dell’ ascolto oltre l’ obbedienza, scoprono di avere più movimento per poter fare davvero la differenza nella vita di ogni persona. In questo clima di speranza e innovazione, Padre Pino segue gli insegnamenti dei suoi maestri, e ne incontra uno proprio durante il suo primo incarico da vicario. Siamo nella Parrocchia S. Maria di Portosalvo, e il parroco è mons. Vincenzo Di Quattro. È proprio qui, in mezzo alla gente, che il sacerdote appena uscito dal seminario impara la lezione più importante: il prendersi cura di tutte le persone senza pregiudizi. Soprattutto dei giovani. Un insegnamento che si convalida attraverso le tante esperienze vissute negli anni. Una verità riconosciuta e condivisa da molti Papi, a partire proprio da Papa Giovanni XXIII. “Amerò i giovani come una mamma”: questo è ciò che Roncalli è stato capace di dichiarare nel suo “Giornale dell’anima”. Un’intenzione semplice, chiara, scaturita dagli anni vissuti accanto ai giovani da cappellano militare, da fondatore della Casa dello studente, a Bergamo, e soprattutto da persona piena di passione per i ragazzi. In seguito, nel Suo “Messaggio ai giovani” durante la chiusura del Concilio Vaticano II, Papa Paolo VI li esorta ad ampliare i loro cuori secondo le dimensioni del mondo, ad intendere l’appello dei loro fratelli, ed a mettere arditamente le loro giovani energie al loro servizio. “Lottate contro ogni egoismo. Rifiutate, di dar libero corso agli istinti della violenza e dell’odio, che generano le guerre e il loro triste corteo di miserie. Siate: generosi, puri, rispettosi, sinceri. E costruite nell’entusiasmo un mondo migliore di quello attuale!”. Per lui, la Chiesa è la vera giovinezza del mondo, poiché possiede ciò che fa la forza e la bellezza dei giovani: la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di darsi senza ritorno, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste. Per Papa Francesco la società ha bisogno dei giovani, come la Chiesa. Ma non dei giovani “astratti”, bensì di quelli che , ognuno con la propria storia, attraversano le strade di tutti i giorni e chiedono di essere ascoltati. È sempre lui che li implora a non perdere la capacità di sognare: “Quando un giovane perde questa capacità, non dico che diventa vecchio, no, perché i vecchi sognano. Diventa un “pensionato della vita”. È molto brutto. Per favore, giovani, non siate “pensionati della vita”, e non lasciatevi rubare la speranza! Mai! La speranza non delude mai!”. Papa Leone XIV, infine, invita i giovani ad abbandonare le troppe voci che illudono e comprano, e a cercare la verità che resta. Uomini di fede, di cui Padre Pino, negli anni, ha seguito l’esempio. Vicario, Animatore in Seminario, Professore di Antropologia Culturale, sono soltanto alcune delle cariche da lui ricoperte, che negli anni gli hanno dato l’ opportunità di conoscere Mons. Carmelo Ferraro, suo compaesano, Arcivescovo emerito di Agrigento, di incontrare nuovamente Padre Enrico Arena (nato a Bengasi il 28 gennaio 1940, ordinato presbitero il giorno 1 novembre 1964 e successivamente, per quattro anni, è stato animatore del Seminario Vescovile), e attraverso le quali è riuscito ad entrare in contatto con i giovani. Nella visione da lui maturata nel tempo ogni membro della comunità ha il suo valore, la sua importanza, e merita i suoi tempi e i suoi spazi per crescere, capire, comprendere, cadere e potersi rialzare. Ogni fedele è visto come un essere umano, pieno di sfaccettature, di contraddizioni, ma anche di magnifiche eccezioni, di qualità, capace di commettere errori sì, ma anche sorprendere e riuscire a cambiare in meglio anche le peggiori delle giornate. Questo è il bagaglio che questo piccolo, grande sacerdote ha portato con sé ovunque sia andato. Perfino quando è tornato a Santa Croce Camerina da pensionato. Queste sono state le parole con cui ha concluso la sua intervista. Parole che dimostrano il suo valore, il suo essere presente e concreto nella vita reale, sperando nel presente. Come da lui detto nell’ omelia del 15 Agosto 2026, facendo suo un pensiero di Kierkegaard, gli uomini di oggi, soffocati dai problemi e dalle illusioni per sfuggire alla realtà, non alzano più lo sguardo verso il cielo.
“È nel ridare valore alla gioia, all’umiltà e alla fede, che l’uomo ha la possibilità di ritrovare sé stesso, il suo equilibrio, e la pace eterna”. Nei suoi gesti sono presenti vivacità e amore, per poter difendere la Chiesa che cresce e sa mostrarsi umana e piena di vita e di sentimenti veri. I suoi successi sono nello sguardo di chi lo incontra o lo ha già incontrato, e lo rivede nel tempo. L’esempio lampante di questo si è reso manifesto quando, in una pausa durante l’intervista, Padre Giovanni Giaquinta, ha portato i seminaristi Denis Nkuba, Alphonce Mkumi e Aloyce Bulugu, originari dell’Africa, per conoscerlo, nonostante lui non sia più l’Amministratore Parrocchiale della Chiesa “San Giovanni Battista” di Santa Croce Camerina. Il risultato del suo operato è in ciascuno dei suoi alunni, delle persone che da lui hanno appreso come essere uomini e donne di gran valore e come dimostrarlo ogni giorno in tutte le cose che fanno. Alcuni di loro sono diventati persino insegnanti. Molti di loro hanno voluto essere presenti Domenica 16 Agosto 2026. In tutto ciò che Padre Pino ha portato a termine durante tutto il suo cammino i tanti perché che hanno portato il Vescovo Giuseppe La Placa a condurre da lui sempre nuovi seminaristi, affinché diventino dei sacerdoti validi in una realtà che è sempre in movimento. Quest’uomo semplice dimostra ogni giorno quale sia il vero cuore della Chiesa Cattolica.
