Società

Pubblicato il 16 Ottobre 2026 | di Redazione

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Sanità, una nuova governance per garantire il futuro del Servizio Sanitario Nazionale

Tra invecchiamento della popolazione, carenza di personale e disuguaglianze territoriali, il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è chiamato a ripensare il proprio modo di funzionare. Perché la sfida non riguarda soltanto quante risorse mettere in campo, ma anche come governarle e come trasformarle in servizi capaci di rispondere davvero ai bisogni delle persone. Il SSN attraversa una fase decisiva della sua storia. A quasi cinquant’anni dalla sua istituzione, quel modello universalistico che ha garantito a milioni di italiani il diritto alla salute si trova oggi di fronte a una società profondamente cambiata. Viviamo più a lungo, le malattie croniche sono sempre più diffuse, aumenta il numero delle persone anziane e cresce il bisogno di assistenza, soprattutto per chi convive con la non autosufficienza. A tutto questo si aggiungono la carenza di medici, infermieri e altri professionisti sanitari, le difficoltà di accesso alle prestazioni e le profonde differenze tra i territori. Dietro questi numeri ci sono persone concrete: chi aspetta mesi per una visita, chi deve spostarsi da una provincia all’altra per curarsi, una famiglia che si prende cura di un anziano non autosufficiente, un professionista sanitario che lavora ogni giorno sotto pressione. È in questo scenario che si inserisce il dibattito sulla necessità di una nuova governance del SSN. Aumentare gli investimenti è indispensabile, ma non è sufficiente. Occorre anche cambiare il modo in cui il sistema viene programmato, coordinato e valutato, rafforzando la capacità delle istituzioni di leggere i bisogni e di trasformarli in risposte concrete. Una governance moderna significa innanzitutto avere obiettivi chiari, misurare i risultati e utilizzare le informazioni per decidere meglio. I dati possono aiutare a capire dove esistono le maggiori criticità, quali servizi funzionano e dove invece è necessario intervenire. Anche la digitalizzazione può rappresentare una risorsa importante, a condizione che sistemi e banche dati possano dialogare tra loro e che la tutela della privacy resti una priorità. Ma la trasformazione del SSN non può fermarsi alla tecnologia. Deve partire soprattutto dal territorio. L’ospedale continuerà a essere un presidio fondamentale, ma non può essere la risposta a ogni bisogno di salute. Una popolazione che invecchia e vive più a lungo con patologie croniche ha bisogno di essere accompagnata anche vicino a casa, attraverso servizi di prossimità, équipe multidisciplinari e una vera integrazione tra assistenza sanitaria e servizi sociali. È qui che diventa importante anche la collaborazione con il Terzo settore e le Organizzazioni civiche. Non per sostituire il servizio pubblico, ma per rafforzarne la capacità di essere vicino alle comunità, intercettando bisogni che spesso rischiano di rimanere invisibili. Un esempio concreto arriva dall’Asp di Ragusa, attraverso un progetto realizzato in collaborazione con Enti del Terzo settore e già attivo da diversi mesi. Il progetto si è recentemente arricchito di tre motorhome: uno odontoiatrico, già pienamente operativo, e due motorhome clinici acquistati nell’ambito del PNES, il Programma Nazionale Equità nella Salute 2021-2027. È un’esperienza che mostra come l’innovazione sanitaria non debba necessariamente significare soltanto nuove tecnologie o grandi strutture. A volte innovare significa semplicemente portare una risposta là dove le persone vivono, soprattutto nei territori più fragili e difficili da raggiungere. La costruzione di reti territoriali e di partnership tra pubblico e privato sociale può quindi contribuire a creare un welfare più vicino alle comunità, capace di mettere insieme competenze diverse e di integrare sempre meglio le politiche sanitarie con quelle sociali. Altro tema da approfondire è la collaborazione tra la sanità pubblica e quella privata. È un tema vasto e non esente da criticità, ma nella misura in cui quella privata possa alleggerire il peso e i costi di quella pubblica, penso ad esempio alla gestione dei codici bianchi di pronto soccorso, credo debba essere seriamente analizzato.

Resta poi una questione decisiva: le persone che nella sanità lavorano ogni giorno. La difficoltà nel reperire medici, infermieri e altri operatori sanitari è una delle principali criticità del sistema. Non basta programmare nuovi servizi se non ci sono professionisti in grado di farli funzionare. Investire nella formazione, migliorare le condizioni di lavoro, ridurre il peso della burocrazia e rendere più attrattive le professioni sanitarie significa garantire la continuità e la qualità dell’assistenza negli anni a venire. Ripensare la governance del Servizio Sanitario Nazionale significa, in definitiva, smettere di inseguire soltanto le emergenze e cominciare a governare il cambiamento. Significa programmare prima che i problemi diventino emergenze, ridurre le distanze tra i territori, mettere le persone nelle condizioni di curarsi senza che il luogo in cui abitano diventi un ostacolo e utilizzare meglio le risorse disponibili. Perché difendere il SSN non significa soltanto difendere un modello organizzativo nato quasi cinquant’anni fa. Significa difendere l’idea che la malattia non debba mai diventare una questione di reddito, di residenza o di fortuna. E questa è la vera sfida della nuova governance: fare in modo che, anche domani, il diritto alla salute non sia soltanto scritto sulla carta, ma possa essere incontrato concretamente nella vita di ogni persona.

Renato Meli

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"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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