“Che cosa è la mafia” di Gaetano Mosca
L’opera di Gaetano Mosca (1858-1941), senatore del Regno d’Italia e storico delle dottrine politiche, inaugura la collana tascabile «Passato e presente» delle Edizioni di Storia e di Studi Sociali, casa editrice iblea con sede a Cava d’Aliga.
La casa editrice che si propone di editare “testi e documenti del passato ritenuti meritevoli di riletture”, ha al momento all’attivo sette pubblicazioni, fra le quali l’opera del geografo arabo Muhammad al-Idrisi, La Sicilia e il Mediterraneo nel Libro di Ruggero, tradotta dallo storico e arabista siciliano Michele Amari.
Lo scritto di Mosca è frutto di una conferenza tenuta a Milano e che venne pubblicata con il titolo Che cosa è la mafia sul «Giornale degli economisti» (vol. 20, 1900, pp. 236-262), quando nella Corte d’Assise di questa città si celebrava il processo per il delitto del marchese Emanuele Notarbartolo (1893), direttore del Banco di Sicilia e prima vittima eccellente della mafia.
Proprio il processo di Milano, che vede imputato il senatore Raffaele Palizzolo, permette al sociologo palermitano di porre la tragica vicenda siciliana in un contesto più ampio, di capitalismo criminale: «L’incaglio che hanno subito le funzioni delle nostre autorità poliziesche e giudiziarie ogni volta che si è trattato di scoprire e punire un reato intimamente connesso a grossi abusi bancari, si spiega in una maniera identica per tutta l’Italia, e la spiegazione è grave ma semplice. Quella stessa serie di errori e di colpe che rese possibile fra noi lo spesseggiare dei reati bancari ne ha prodotto la semi-impunità. Essa è dovuta al fatto che attorno al circolo, relativamente scarso, dei veri concussionari vi è stato un circolo molto più grande, nel quale è entrata buona parte del nostro mondo politico, ed i cui componenti consentirono che dalla legge si uscisse, che irregolarità fossero consumate, e, senza volerlo, senza quasi saperlo, furono avvolti in una specie di complicità coi concussionari, perché hanno con essi secreti comuni, che costituiscono il vincolo terribile per il quale sono costretti ad aiutarli» (pp. 69-70).
Mosca, già all’inizio del Novecento, riesce a leggere con chiarezza le linee evolutive del fenomeno e ne descrive le origini in maniera completamente diversa da chi, come il coevo Luigi Natoli, tenta di accreditare la mafia in maniera nobile, facendola derivare dai Beati Paoli.
Sebbene, come dice lo stesso Marcello Saija, curatore dell’opera, «dall’epoca di Mosca molta acqua è passata sotto i ponti», il suo valore resta immutato sia come duraturo ammonimento morale a espurgere simpatie del tutto ingiustificate, sia come primo tentativo di far chiarezza sul fenomeno mafioso, che da sempre è circondato da definizioni tutt’altro che univoche e spesso appositamente fuorvianti come nel caso del divertentissimo racconto di Leonardo Sciascia, Filologia, dove due mafiosi (un notabile istruito e uno che “l’università l’ha fatta in mezzo alle pecore”) si incontrano al costuirsi della prima Commissione parlamentare antimafia, all’indomani dell’attentato della strage di Ciaculli del 1963.
Il notabile, con aria da filologo e avvocato, in vista della chiamata della Commissione, cercava d’istruire il suo compare sulla vasta letteratura riguardante l’etimologia del termine mafia per dare un piccolo contributo alle indagini, «un contributo alla confusione… si capisce».
