Società

Pubblicato il 16 Gennaio 2014 | di Gian Piero Saladino

La pastorale dei divorziati: attualità e prospettive

l processo dell’accoglienza nella Chiesa dei divorziati risposati è progressivo ed ancora in corso.

Se guardiamo alla storia della chiesa recente notiamo che c’è stato su questo tema un progressivo movimento di apertura.

Il fenomeno dei divorzi è scoppiato dopo la seconda guerra mondiale, interessando prima i paesi anglosassoni, poi quelli dell’Europa centrale ed infine i paesi Mediterranei.

La Chiesa ha cercato di rispondere a questa emergenza ricorrendo ai due criteri fondamentali della pastorale: la verità e la misericordia. Ciò ha creato progressivamente una sorta di incontro verso queste persone.

All’inizio, ha permesso le esequie religiose dei defunti divorziati risposati nel caso che avessero espresso il desiderio di avere le esequie religiose. Poi, nel 1979 la CEI ha dichiarato che i divorziati risposati non debbono essere considerati scomunicati ma membra della chiesa, in quanto sono solo in una situazione irregolare, e quindi partecipano con pieno diritto alla vita liturgica e di carità della Chiesa ed educano i figli, e per la prima volta, in modo ufficiale, i vescovi dicono che non è necessario che la coppia si separi perché i due partners vengano ammessi alla confessione e alla comunione. Se non è possibile ricostruire la prima unione, la coppia può rimanere insieme per motivi di salute, etc, purché dia un senso nuovo alla loro unione, di amicizia fraterna e non più di tipo coniugale. Nel 1979, questo fu un forte passo avanti, perché non si chiedeva più la separazione.

Poi, nel 1983, con il nuovo codice di diritto canonico, c’è un ulteriore passo avanti perché rinvia al concetto di “maturità” dei coniugi al momento dello scambio del consenso. Se non erano maturi, il matrimonio è dichiarabile nullo. Anche questo è un passo avanti, perché aumentano i fallimenti legati alla immaturità, e la Chiesa coglie questa possibilità.

Nel 1993, viene pubblicato il Direttorio della Pastorale della Famiglia in Italia, per cui ogni diocesi deve dotarsi di un servizio di accoglienza, assistenza, accompagnamento e vicinanza dei divorziati risposati. Vero è che la comunione è sempre subordinata alla condizione indicata nel documento del 1979, ma così la Chiesa mostra di voler stare vicina alle persone divorziate risposate perché sono a tutti gli effetti suoi membri. Dopo queste indicazioni in molte diocesi italiane si sono istituiti percorsi di accompagnamento e vi sono stati vescovi che hanno accompagnato per anni coppie di divorziati risposati, non dando assoluzione e comunione, però dimostrando che non c’è alcun disprezzo da parte della Chiesa.

Negli ultimi 20 anni, c’è stato un boom di tentativi di trovare il modo di risolvere il problema della piena accoglienza nella Chiesa delle persone divorziate risposate.

Proprio attraverso questa ricerca si è visto che c’è un problema di base, che la Chiesa, mentre dà una chiara collocazione ai matrimoni nulli e ai matrimoni validi, non la dà ai matrimoni falliti che non siano dimostrabili nulli.

010_150_Petra (1)

Don Basilio Pedrà

Per la soluzione di questo problema vi sono vari tentativi:

– ampliare gli elementi di nullità, ampliando alcune categorie giuridiche;

– dare grande rilievo alla coscienza della coppia, illuminandola e dandole la responsabilità di decidere se sussistono cause che giustifichino la separazione;

– guardare a Oriente, dove gli Ortodossi hanno il divorzio fino alla terza volta con penitenze canoniche crescenti (e così anche per i vedovi che intendono risposarsi), ritenendo che lo stesso Gesù lo abbia concesso, interpretando i passi del Vangelo di Matteo 5,32 e 19,9 nel senso che in caso di adulterio di un coniuge, se ci si risposa, non si commette adulterio. Gli Ortodossi risolvono i matrimoni falliti meglio dei cattolici.

C’è anche chi propone percorsi penitenziali per essere riammessi alla comunione, (in Belgio, USA e altrove ci si muove anche in questa direzione).

Altri ancora propongono di ampliare la possibilità di accoglienza, riconoscendo il fallimento del matrimonio. In questa direzione va anche la mia proposta che va oltre la via della nullità, che inevitabilmente riguarda pochi casi rispetto al grande numero di matrimoni falliti. Infatti la ricerca di ampliamento delle nullità nasce con il fallimento del matrimonio, ma non tutti i matrimoni che non funzionano possono essere considerati nulli.

La mia proposta è che si passi dall’implicito all’esplicito.

La Chiesa sino ad ora ha usato il suo potere andando incontro ai matrimoni falliti ampliando le possibilità ed arrivando a riconoscere situazioni estreme, ed allora io propongo che, ciò che è stato esercitato sul piano di fatto, diventi esplicito cioè che la Chiesa utilizzi consapevolmente il suo potere di andare incontro ai matrimoni falliti aprendo nuove possibilità. La Chiesa ha da Dio il potere di andare incontro all’uomo che soffre e di sollevarlo. Essa può perdonare tutti i peccati, quindi anche il fallimento del matrimonio.

Non si può partire dal presupposto che i matrimoni non devono fallire, perché il fallimento dei matrimoni è una realtà, ed è questa realtà il presupposto. Certo, si devono prevedere seri percorsi di conversione e riconciliazione, anche perché ci sono di mezzo altre persone, anzitutto i figli. Sono necessari percorsi di accompagnamento.

 

Diventerebbe così possibile, attraverso il potere del romano pontefice e seguendo anche un percorso penitenziale, non solo ammettere alla comunione i divorziati, ma permettere anche le seconde nozze.

Questo è possibile. Tutte queste proposte, da anni vengono fatte. I teologi che se ne sono occupati hanno dovuto pagare un certo scotto. Ma c’è un fatto molto positivo, che in questo momento queste cose si possono dire, scrivere, farle arrivare al Papa e metterle a disposizione perché la Chiesa ha bisogno del contributo di tutti.

Stiamo arrivando sempre più avanti nel percorso della Chiesa, che chiede a tutti di esprimersi con il questionario che, come sappiamo, impegnerà tutto il Popolo di Dio.

Oggi la Chiesa chiede al Popolo di essere presente, inviando testi e suggerimenti, per l’assemblea sinodale del 2014.

È evidente che nella Chiesa c’è chi soffre per il divorzio, nessuno in esso ci prova piacere, questo è il momento in cui la sofferenza si può dire. Ci può essere una soluzione alla sofferenza dei matrimoni falliti passando come s’è detto dall’implicito all’esplicito.

Il passaggio che stiamo vivendo sul piano storico è impressionante, dalle dimissioni di Papa Ratzinger alle dichiarazioni di Papa Bergoglio, che ci invita ad assumerci la nostra responsabilità, a comunicare le nostre attese ed a dire qual’è in tal senso il nostro impegno. Si avvicina un tempo in cui il problema dell’accoglienza diventerà un problema del passato.

Sintesi della relazione del prof. don Basilio Petrà tenuta il giorno 8 novembre del 2013. Testo raccolto da Gian Piero Saladino e rivisto dall’Autore.

 

Tags: ,


Autore

Gian Piero Saladino

(1961) Responsabile della Formazione e Comunicazione di Sicindustria Ragusa e Direttore della Scuola "F. Stagno D'Alcontres" di Modica (sede di un Corso di laurea in Scienze del Servizio Sociale e di un Corso di perfezionamento per “Manager del Terzo Settore”), è anche Presidente dell’AVIS provinciale di Ragusa. Già Dirigente della Comunicazione Istituzionale del Comune di Ragusa e, per 9 anni, Direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali della Diocesi di Ragusa, ha fatto parte del Consiglio Nazionale dell'A.I.F. - Associazione Italiana Formatori ed è stato Presidente del MEIC diocesano di Ragusa. Scrive articoli e piccoli saggi di argomento sociale, politico, economico e religioso per varie testate giornalistiche locali.



One Response to La pastorale dei divorziati: attualità e prospettive

  1. Laura Barone Laura Barone says:

    Sono pienamente d’accordo con Don Basilio Pedrà. I matrimoni falliti ci sono stati sempre. La generazione anteriore alla mia (ho 70 anni) continuava la convivenza anche perchè la donna non aveva risorse economiche e sopportava tutto. La mia generazione, e mi riferisco ai credenti sposati in chiesa, ha praticato la separazione giungendo al divorzio con grandi crisi di coscienza e allontanandosi dalla Chiesa. Le nuove generazioni non si pongono più alcun problema. Molti fra i figli dei miei amici, cattolici praticanti ,sono divorziati, o, per non dover giungere al divorzio, convivono.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna Su ↑