Approfondimenti

Pubblicato il 11 Febbraio 2014 | di Silvio Biazzo

Foibe: la crudeltà umana

Il ricordo di quelle migliaia di vittime innocenti delle foibe dove la crudeltà umana si prolungò ben oltre le atrocità nazi-fasciste
Iniziative volte ad esaltare il valore storico della Memoria, in concomitanza con la giornata nazionale dei martiri delle Foibe che ricorre il 10 febbraio, promuovendo un concorso di idee aperto a scuole, associazioni, comitati, al fine di individuare dieci iniziative incentrate su tale tematica da realizzare nel corso dell’anno. A deciderlo è stata la Giunta Municipale che ha approvato la delibera che ha come obiettivo quello di sensibilizzare giovani e meno giovani sull’importanza della memoria storica per non smarrire il senso profondo dell’umanità contro le barbarie e la discriminazione che ha portato agli orrori delle persecuzioni razziali in concomitanza con la giornata nazionale in memoria dei martiri delle Foibe.
La crudeltà delle foibe rivive nel Giorno del Ricordo : è una solennità civile nazionale che ricorre il 10 febbraio di ogni anno. Istituita con la legge 30 marzo2004 n. 92, commemora le vittime dei massacri delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.
Le foibe sono cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo: è in quelle voragini dell’ Istria che fra il 1943 e il 1947 sono gettati, vivi e morti, quasi diecimila italiani.
La prima ondata di violenza esplode subito dopo la firma dell’armistizio dell ‘8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano e poi gettano nelle foibe circa un migliaio di persone perché considerate ‘nemici del popolo’. Ma la violenza aumenta nella primavera del 1945, quando la Jugoslavia occupa Trieste, Gorizia e l’ Istria, fu allora che le truppe del Maresciallo Tito si scatenano contro gli italiani. A cadere dentro le foibe ci sono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini: toccante il racconto di Graziano Udovisi, l’unica vittima del terrore titino che riuscì ad uscire da una foiba. È una carneficina che testimonia l’odio politico-ideologico e la pulizia etnica voluta da Tito per eliminare dalla futura Jugoslavia i non comunisti. La persecuzione prosegue fino alla primavera del 1947, fino a quando, cioè, viene fissato il confine fra l’ Italia e la Jugoslavia.
Ma il dramma degli istriani e dei dalmati non finisce qui:
nel febbraio del 1947 l’ Italia ratifica il trattato di pace che pone fine alla Seconda guerra mondiale, l’ Istria e la Dalmazia vengono cedute alla Jugoslavia, trecentocinquantamila persone si trasformano in esuli. Scappano dal terrore, non hanno nulla, sono bocche da sfamare che non trovano in Italia una grande accoglienza. La sinistra italiana li ignora: non suscita solidarietà chi sta fuggendo dalla Jugoslavia, da un paese comunista alleato dell’ Unione Sovietica, in cui si è realizzato il sogno del socialismo reale. La vicinanza ideologica con Tito è, del resto, la ragione per cui il PCI non affronta il dramma, appena concluso, degli infoibati. Ma non è solo il PCI a lasciar cadere l’argomento nel disinteresse. Come ricorda lo storico Giovanni Sabbatucci, la stessa classe dirigente democristiana considera i profughi dalmati ‘cittadini di serie B’, e non approfondisce la tragedia delle foibe. I neofascisti, d’altra parte, non si mostrano particolarmente propensi a raccontare cosa avvenne alla fine della seconda guerra mondiale nei territori istriani.
Per quasi cinquant’anni il silenzio della storiografia e della classe politica avvolge la vicenda degli italiani uccisi nelle foibe istriane. È una ferita ancora aperta ‘perché, ricorda ancora Sabbatucci, è stata ignorata per molto tempo: solo il 10 febbraio del 2005 il Parlamento italiano ha dedicato la giornata del ricordo ai morti nelle foibe.
Il fenomeno dei massacri delle foibe è da inquadrare storicamente nell’ambito della secolare disputa fra italiani e popoli slavi per il possesso delle terre dell’Adriatico orientale, nelle lotte intestine fra i diversi popoli che vivevano in quell’area e nelle grandi ondate epurative jugoslave del dopoguerra, che colpirono centinaia di migliaia di persone in un paese nel quale andava imponendosi un regime dittatoriale di stampo comunista, con mire sui territori di diversi paesi confinanti.
Nel dopoguerra e nei decenni immediatamente successivi non furono mai effettuate stime scientifiche del numero delle vittime, che venivano usualmente indicate in 15.000 ( talvolta aumentate fino a 30.000 ): studi rigorosi sono stati effettuati solo a partire dagli anni novanta. Una quantificazione precisa è impossibile a causa di una generale mancanza di documenti: il governo jugoslavo (e successivamente quello croato) non ha inoltre mai accettato di partecipare a inchieste per determinare il numero di decessi. Gli studi effettuati recentemente valutano il numero totale delle vittime (comprensive quindi di quelle morte durante la prigionia o la deportazione) come compreso tra poco meno di 5.000 e 11.000. Calcoli volumetrici eseguiti tenendo presente la profondità del pozzo prima e dopo la strage della Foiba di Basovizza hanno ipotizzato la presenza di oltre duemila vittime in quella sola foiba. Nell’uso comune, comunque, anche gli uccisi in altre circostanze legate all’avanzata delle forze jugoslave lungo il confine orientale italiano vengono considerati vittime o martiri “delle foibe”.

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Autore

Silvio Biazzo

Giornalista Pubblicista dal 1980 , ha collaborato con Radio Insieme, Avvenire, Giornale di Sicilia e Gazzetta del Sud e tv locali, diploma di Maturità Classica, studi universitari in Giurisprudenza , dal 1993 insignito della Onorificenza di Cavaliere dell’ O.M.R.I.



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