Approfondimenti

Pubblicato il 3 marzo 2014 | di Lettera in Redazione

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La moltiplicazione dei pani e dei pesci

Giovanni 6, 5-15. E levando Gesù gli occhi, e vedendo la gran folla, che era venuta a lui, dice a Filippo: «E dove compreremo noi dei pani affinché costoro abbiano di che mangiare?».

E questo diceva per metterlo alla prova, ché quanto a lui già sapeva che cosa stava per fare. Gli risponde Filippo: «Duecento denari di pane non bastano per essi, in modo che ciascuno ne abbia un qualche poco». E un altro dei suoi discepoli, Andrea, gli dice: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma cos’è mai questo per tanta gente?» Disse Gesù: «Fateli adagiare». E c’era molta erba in quel luogo. Si adagiarono adunque gli uomini in numero di quasi cinquemila. [E si adagiarono a compartimenti di cento e di cinquanta. Marco 6.40]. Prese allora Gesù i pani, e, rese grazie, li distribuì alla gente seduta, e lo stesso fece dei pesci quanti ne volevano. E quando furono sazi, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i frammenti sopravanzati, affinché nulla si perda». Li raccolsero essi e riempirono dodici canestri dei frammenti dei cinque pani d’orzo avanzati a quelli che avevano mangiato. Quella gente allora, veduto il prodigio operato da Gesù, dicevano: «Questi è davvero il Profeta, che deve venire nel mondo». E Gesù accortosi che stavano per venire a rapirlo e farlo re, tutto solo si ritrasse di nuovo sull’altura.

Dove compreremo noi dei pani affinché costoro abbiano di che mangiare? E costoro non sono i cinquemila del racconto evangelico, sono sette miliardi. Tanti siamo le persone sulla faccia della terra. Sette miliardi di bocche e di pance. Quanti duecento denari ci vorranno per dare da mangiare a tutti? Se Gesù avesse lasciato fare a Filippo, questi avrebbe procurato i duecento denari per darne un qualche poco e poi magari ne avrebbe preso in prestito altri duecento per darne un altro poco e poi, per pagare il debito, avrebbe stampato carta moneta e poi altro debito e altro debito ancora e avrebbe continuato a far felice. . . far felice?!. . . a riempire la pancia alla gente finché sto giro di carta falsa avrebbe retto. Ma non può reggere a lungo e viene il momento di porre rimedio. Ecco che scende in campo Mario Monti, il PROFESSORE, che provvede, intanto, a stringere la cinghia a chi ha fame e poi la ristringe di nuovo, sempre a chi ha fame, per procurare altri duecento denari per avviare la crescita perché, predica, senza crescita non si mangia. Ma che crescita? La crescita economica. Crescita economica. . .? e che è? crescita di che, di che cosa? del debito? delle armi? degli sprechi? dei morti di fame? dei precari? del consumo di petrolio? delle auto in circolazione? dei telefonini? se il petrolio da trasformare è quello che è e se India, Cina e Brasile crescono, come facciamo a crescere pure noi? c’è qualcuno che l’ha capito? io assolutamente no! Forse una bella guerra mondiale potrebbe servire alla bisogna: un po’ di gente si occupa nella produzione delle armi, un altro po’ nel fare la guerra e un altro bel po’ si toglie dal mercato mandandolo a miglior vita e l’economia cresce e magari si raggiunge la piena occupazione. Forse è la soluzione, chi lo sa?!

Per capire queste cose forse bisogna essere PROFESSORI e io non lo sono. Forse non lo era neanche Gesù che, infatti, non pensò di trafficare coi denari ma semplicemente rese grazie e distribuì i cinque pani e i due pesci e ce ne fu per tutti. E sicuramente non fece neanche parti uguali perché nel racconto c’è scritto che quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare donne e fanciulli. La precisazione può indicare che donne e fanciulli avessero mangiato di meno. Ed è anche naturale.

Non era PROFESSORE ma era Dio e ha moltiplicato i pani e i pesci. . . E dove è scritto? L’episodio è riportato in tutti e quattro i vangeli e in nessuno c’è scritto della moltiplicazione. C’è nel titolo del capitolo ma quello l’avranno messo dopo. E non si parla di moltiplicazione neanche nel secondo episodio, riportato solo nei vangeli di Matteo e Marco, quando i pani furono sette e pochi pesciolini. In tutti c’è scritto che rese grazie (o levati gli occhi al cielo pronunziò la benedizione) e distribuì i pani. E ce ne fu per tutti. Non c’è scritto da nessuna parte che prima li moltiplicò e poi li distribuì. Non fece come vuole fare Mario Monti: prima la crescita, la moltiplicazione, la ricchezza e poi la distribuzione dei pani. Il messaggio del racconto evangelico mi pare chiaro anche per la scansione dei quattro momenti: a) Gesù vede, sottolineo vede, ascolta, accoglie la folla; b) distribuisce quello che c’è, né di più né di meno; c) non solo ce n’è per tutti, ma, dei cinque pani, ne sopravanzano dodici canestri di frammenti; d) Gesù li fa raccogliere affinché nulla si perda. Immagino come si comporterebbe Gesù davanti alla gran folla dei giovani disoccupati: li vedrebbe, li accoglierebbe, li occuperebbe e creerebbe ricchezza. È questo, ovviamente, un mio desiderio, una mia speranza e non una pretesa nei confronti di Gesù. Semmai nei confronti della società. Ma forse è la stessa cosa. La ricchezza figlia dell’occupazione e non viceversa. La ricchezza figlia dello star bene e non viceversa. Stiamo bene e perciò siamo ricchi e non viceversa. Bandiamo l’idea liberista che per star bene bisogna prima essere ricchi.

Se Gesù avesse lasciato fare a Filippo questi, forse, non si sarebbe preoccupato dei frammenti sopravanzati e degli sprechi. In mezzo a tanta abbondanza perché perder tempo ed energie con gli avanzi? Quanti sprechi abbiamo praticato in questi anni di abbondanza! Forse Giuda avrebbe capito che con gli avanzi poteva farci business e avrebbe messo su il traffico della raccolta, magari differenziata.

Emblematica la storia della bottiglia del latte. Quando ero piccolo, passava il lattaio col bidone e metteva il misurino di latte nella tazza. Prima ancora passava con la mucca e mungeva il latte. Poi, alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, il lattaio diventò industria che pastorizzava il latte e lo vendeva in bottiglia che, svuotata, si riportava per essere lavata e riutilizzata. Lo stesso per la birra e altre bibite. Ora le bottiglie si buttano e si fa la raccolta differenziata e il vetro viene riciclato. E questo viene chiamato il nuovo, il progresso, la civiltà. In altre parole si preferisce rompere la bottiglia e rifarla anziché lavarla. È razionale, è logico, è economico? Non lo capisco. Sarà perché non sono PROFESSORE!

Poi c’è il top dello spreco: la guerra. Si fanno le armi che non servono a nulla. Primo spreco. Con le armi si distruggono case, palazzi, intere città. Secondo spreco. Si ricostruiscono case, palazzi e città e si ritorna come prima. Terzo speco. A ciclo chiuso chi ci ha guadagnato, perché c’è chi ci guadagna, si tiene il malloppo e magari apre una grande banca e ci mette Mario Monti come direttore generale. E così è nata la guerra continua. Ora qua, ora là, che importa, l’importante che il guadagno sia continuo e costante. Che con la guerra, poi, si uccidono degli uomini, è un dettaglio marginale. Tanto, prima o poi, devono pur morire, una sorta di prepensionamento o pre-sistemazione definitiva. Che sono cinquanta, cento mila uomini uccisi su sette miliardi? Dettaglio marginale! La fame ne fa morire di uomini e donne e bambini dai cinque ai venti milioni; la malaria oltre un milione. Ogni anno. Tutti gli anni.

Che la guerra sia il top dello spreco lo capisco anch’io, anche se non ho studiato da PROFESSORE. Esiste una facoltà universitaria in cui si studia e s’impara a fare come Gesù? A vedere la gente, a rendere grazie, a spezzare e a distribuire i cinque pani che ci sono e scoprire che ce n’è per tutti e magari ne avanza?  Esiste una facoltà universitaria in cui si studia e s’impara a fare business o, meglio, a ricavare il giusto guadagno dando da mangiare a chi ha fame?

Quella gente allora, veduto il prodigio [mangiare a sazietà senza far nulla] operato da Gesù, dicevano: «Questi è davvero il Profeta, che deve venire nel mondo». E Gesù accortosi che stavano per venire a rapirlo e farlo re, tutto solo si ritrasse di nuovo sull’altura. E magari avrà pensato: «Non avete capito proprio nulla. Sfamare la folla con una grande quantità di pane, bruciando carbone e petrolio e atomi, che prodigio è? Tutti sono capaci di farlo. Sfamarla con quello che c’è, questo è il prodigio!».

Si rese altresì conto che neanche i discepoli avevano capito bene la questione e nei vangeli di Matteo e di Luca, dopo il racconto della seconda distribuzione dei pani e dei pesci, c’è la precisazione. Si racconta che i discepoli, nel salire in barca, dimenticarono di prendere il pane e ne avevano uno solo e discorrevano di ciò. Gesù li ammonisce: «Badate! Guardatevi dal lievito dei Farisei (i Mario Monti di oggi) e dei Sadducei (i super potenti di oggi, quelli che da soli posseggono trenta e più volte il PIL di tutti gli Stati del mondo)». I discepoli pensarono che Gesù si riferisse al lievito del pane. Ma Gesù, accortosene, disse: «Uomini di poca fede, che state dicendo tra di voi, che non avete preso del pane? Ancora non capite! e non vi ricordate dei cinque pani per cinquemila uomini e quante ceste ne portaste via? Né dei sette pani per quattromila uomini e quante sporte ne portaste via? Come mai non capite che non di pane ho io voluto parlarvi? dunque, guardatevi dal lievito dei Farisei e dei Sadducei». Allora capirono che non aveva detto di guardarsi dal lievito del pane ma dalla dottrina dei Farisei e dei Sadducei. Matteo, 16, 8-12.

In uno dei “cunti” della tradizione popolare l’eroe, nel suo viaggio, s’imbatte prima in un campo pieno di tanta erba buona con dentro delle vacche magre, tanto magre, che non si reggevano in piedi e poi in un altro con poche sterpaglie con dentro delle vacche grasse, tanto grasse da affondare le zampe nel terreno. Stranito della cosa chiede spiegazione e ottiene questa risposta: le vacche magre sono quelli che hanno il bene e non sanno goderselo, vogliono sempre di più e mai sono contenti, le vacche grasse sono quelli che hanno l’amore di Dio e con poco vivono felici.

Vivere felici è quel che conta!

Ciccio Schembari

 

Articolo pubblicato sul n. 81/2012 “Di pancia” della rivista ondine www.operaincerta.it e sul n. 113/2012 della rivista OPPInformazioni

 

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