Luigi Sturzo e l’urgenza etica di una grande politica alla Persona
Luigi Sturzo è stato l’artefice di un fecondo ripensamento teorico e pratico del personalismo politico come base di una grande politica di servizio alla Persona,da parte dei Cattolici italiani ed europei agli inizi della ripresa nel primo dopoguerra del Novecento. Il popolarismo sturziano è stata una espressione politica antitotalitaria e democratica, sociale e riformatrice, laica e spirituale di forte tradizione religiosa e cattolica.
Dentro la “filosofia perenne” don Luigi Sturzo prese i concetti fondamentali e i valori portanti della persona umana e del personalismo con una chiarezza e una teoreticità così forte da giustificare un neo-storicismo laico di impronta cristiana destinato ad incidere in modo originale,autonomo e anticonformista nella cultura e nell’azione politica dei cattolici.
Se consideriamo il contesto storico-culturale della sua opera filosofica e teologica fondamentale, La Vera Vita – Sociologia del soprannaturale (1943), Zanichelli, Bologna 1960 – ora in Rubbettino, Soveria Mannelli 2005) si possono cogliere serenamente molti aspetti di novità e di condivisibilità che sorprendono per la loro capacità anticipatrice, multidisciplinare e prospettica. Ci troviamo così di fronte ad una nuova idea di liberalismo e di politica, ad una nuova relazione tra cristianesimo e politica e fede-cultura che toccano direttamente la formazione e l’agire politico convergente sia di laici di cultura moderna che di laici di cultura cristiana impegnati in un servizio di responsabilità nei confronti del bene comune. Per certi aspetti il dibattito politologico del Novecento si è misurato con le stesse fatiche e difficoltà di don Sturzo e non sempre è riuscito a delineare prospettive laiche e “comunitarie” senza colpire la libertà e la solidarietà nei suoi fondamenti e nelle sue reciproche prospettive relazionali, valoriali e politiche.
Come ha evidenziato e sottolineato Giorgio Campanini, sul pensiero politico di Sturzo ha pesato per troppo tempo il giudizio di Croce che in Terze pagine sparse (Firenze 1952) ha separato lo Sturzo “vero”, lucido leader politico, dallo Sturzo “minore”, quello dei “dilettamenti teorici e filosofici”. (Giorgio Campanini, Il pensiero politico di Sturzo, Salvatore Sciascia edit., Caltanissetta-Roma 2001, p. 5 e pp. 19-21). Il pregiudizio crociano divide l’unità teorico-pratica del pensiero politico di Sturzo. Grande politico “liberale” sul piano della prassi e conservatore sul piano filosofico secondo Croce. Anche il senso e il valore della sua sociologia risente di questa sottovalutazione del livello teorico della scientificità fondativa del pensiero di don Luigi Sturzo. La stessa definizione di Antonio Messineo, uno degli studiosi più accreditati, secondo il quale la sua sociologia sarebbe “storicista”, è condizionata da una concezione implicitamente “idealistica” dello storicismo sturziano (cfr. La sociologia storicista di Sturzo). E’ vero che don Luigi Sturzo parla di sociologia storicista ma lo fa nel contesto teorico de La Vera Vita – Sociologia del soprannaturale nella quale occorre partire pertanto dall’opera centrale La Vera Vita – Sociologia del soprannaturale (I edizione italiana – Ediz. di Storia e Letteratura, Roma 1947. II ediz. Zanichelli, Bologna 1978. Seconda ristampa Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2005) per ritrovare il filo di un nuovo rapporto tra antropologia, scienza sociologica e impegno politico al fine di una nuova maieutica civile e sociale, religiosa e politica. Come si vede La Vera Vita recupera la saggezza antica, la evangelizza e la sviluppa, facendola risorgere come ideale umanistico organico laico, integrale e comunionale di ogni uomo, di ogni cittadino, di ogni persona, credente o solo ragionevole. Per questo Don Sturzo sostiene che essendo l’esistenza «nel suo grado fruizione…ciascun uomo ha il suo proprio modo di esistere e di fruire della sua esistenza» (La Vera Vita, p. 225). E’ chiaro l’impianto metafisico di scuola tomista che viene così riassunto da Sturzo: «Ogni essere si ricapitola in Dio come a proprio termine: tutte le creature inferiori sono ordinate agli esseri intelligenti e da questi interpretate ed espresse nel loro essere e grado… Gli esseri intelligenti sono appellati a Dio per la loro stessa natura spirituale, ma Dio li ha voluti ancora più vicini a sé e li ha elevati alla vita soprannaturale». (La Vera Vita, II ristampa, op. cit. p. 236). Dio è il centro, l’origine e la finalità, di natura e di grazia, di via e di termine. «Gli esseri puramente spirituali…(anche gli uomini!) sono chiamati a partecipare a questa società umano-divina: appellati alla conoscenza e all’amore di Dio. La società nostra è con Dio e con i fratelli ed è una società effettiva e produttrice di bene. La società naturale coesiste allo stesso tempo con la società soprannaturale» (ivi, p. 237). «La Vera Vita è amore: naturale e soprannaturale, umano e divino, sulla terra e nel cielo, in una funzione ineffabile nella quale noi, pur assorbiti in Dio, non perderemo la nostra personalità ma la trasformeremo» (ivi, p. 241). «Il cristianesimo non sopprime la vita: la corregge, la eleva, la perfeziona. Si può essere di diverso partito, di diverso sentire, anche sostenere le proprie tesi sul terreno politico o economico e pure amarsi cristianamente. Perché l’amore è anzitutto giustizia ed equità; è anche eguaglianza, è anche libertà, è rispetto degli altrui diritti, è esercizio del proprio dovere, è tolleranza, è sacrificio. Tutto ciò è la sintesi etica della vita sociale, è la forza morale della propria abnegazione, è l’affermazione dell’interesse generale sugli interessi particolari. Lo spirito cristiano entri nella politica; altrimenti diverremo peggiori dei pagani» (cfr. Crociata d’Amore in La Vera Vita, op. cit. pp. 248-249). Come la “Vera Vita”, tutt
Con il naturalismo si tramuta l’orizzonte della spiegazione filosofica e la domanda sull’uomo diventa ricerca senza fine di una unità perduta, la persona, e di un valore trascendente smarrito che è la meta storicità dell’essenza umana che abita ogni individuo e lo rende intimamente connesso e profondamente “fratello” di un altro per creazione e redenzione a parte Dei. Questo è il senso antropologico creazionista della ricerca di don Luigi Sturzo mentre in suo fratello, il vescovo Mario, si esplicitava e approfondiva la complessità teoretica e pedagogica della somiglianza dell’uomo con Dio (imago Dei!) nella sintesi di essere, conoscere e amare (cfr. Pino Giuliana, Mario Sturzo, Ediz. OREB 1993, pp. 194-195). Prima la natura e le cose erano illuminate e personalizzate da Dio e dall’uomo, ora è la persona ad essere naturalizzata, codificata e separata da Dio, Creatore, specchio e modello archetipo. Oggi a mio parere prevale la superficie dell’uomo, l’esteriore sull’interiore, la sua pelle nasconde “ciò che sta sotto” e sostiene come sostrato d’essere più la familiarità e la ricerca dell’avere che il movimento totale dell’essere, dell’individuo-persona. La persona umana è ritornata ad essere come nell’etimo una “maschera”, un oggetto funzionale ad una regia teatrale e ad una rappresentazione filosofica e tecnica.Per ricomprendere lo Sturzo filosofo della persona e maestro del cittadino democratico, è opportuno ricorrere, per concetti e linguaggio, all’impostazione teoretica non solo scolastica tradizionale ma anche maritainiana e mounieriana e all’antropologia di Virgilio Melchiorre. (Virgilio Melchiorre, Essere Persona (natura e struttura), Fondazione Achille e Giulia Boroli, Milano 2007, pp. 17-26 e pp. 147-244). La persona è ciò che sta dentro la maschera ; è la profondità, cioè l’intimità della coscienza relazionale dell’individuo. In questo senso in ogni intimo individuale c’è la coscienza di qualcosa che, essendo comune, è un ponte di dialogo e di conoscenza intersoggettiva, attraverso la riflessione analogica, mediante la quale il movimento verso di sé si dirige primariamente verso l’altro. Il soggetto obiettivandosi assume originariamente una struttura relazionale, intersoggettiva come coscienza di Altro e si allarga agli altri come fonte di posse, nosse et velle attraverso la conoscenza e l’educazione. In Sturzo la persona è presidio per sè e per gli altri di libertà e di autonomia. Nello stesso tempo, come in Mounier, sulla scia di Maritain, è sostanza e atto «essendo movimento d’essere verso l’essere», è capacità intima di relazioni sociali ambivalenti, cioè aperte all’uso della libertà nella direzione del possesso e del dominio o del servizio e della gratuità fraterna del dono e della carità. Così l’uomo è spirito incarnato in un corpo complesso,individuale e sociale oltre che in un corpo organico. Nella coscienza personale l’orizzonte dell’individuo si allarga così dalla situazione alla sorgente della sua trascendenza e dall’interesse individuale alla complicità e alla solidarietà di una condizione umana intersoggettiva e di una universale prospettiva di bene comune. La persona è così signoria spirituale e autonomia responsabile del singolo sui gruppi sociali. E’detto chiaramente da Sturzo che la fonte della verità che è l’Amore di Dio deriva a noi dalla ricerca razionale e dalla fede religiosa per cui Egli ha creato un mondo meraviglioso di possibilità materiali e spirituali, di sacrifici e gioie incommensurabili. L’utopia politica del popolarismo sturziano era più ambiziosa .Non era semplice descrizione fenomenica ma appello etico e fondativo della persona umana per fare di questo pilastro dell’autonomia personale un presidio paradigmatico di libertà, responsabilità e solidarietà a livello locale e globale. Dal Carteggio si coglie l’influenza del fratello Mario, vescovo di Piazza Armerina, nel fratello Luigi Sturzo. A ragione Mario Sturzo sostiene che l’individualità come la società, se separate, sono un’astrazione logica. Gli elementi costitutivi e fondamentali dell’individuo, animale sociale, sono da ricercare nella libera e razionale natura della persona umana per cui «la base del fatto sociale è da ricercarsi solo nell’individuo preso nella sua concretezza e complessità e nella sua originaria irrisolvibilità» (ibidem).
La metastoricità della persona rende sacra e inviolabile la dignità umana di ogni individuo e fonda la tavola dei diritti umani universali in una sorta non di giusnaturalismo ma di giuspersonalismo (cfr. Giuseppe Limone, Dal giusnaturalismo al giuspersonalismo, Ed. Graf., Napoli 2004). Le cui categorie antropologiche sono: sostanza, razionalità, libertà, relazionalità intrinseca alla identità sostanziale e individualità storica e solidarietà strutturale e teleologica come derivazioni epistemologiche della persona umana creata da Dio come ens intelligens et liberum et frater.
Che si collochi Luigi Sturzo nell’alveo del personalismo sociale dice poco. Si ripete in modo stantio la convinzione e il paradigma originario di Luigi Stefanini. Si ripete l’errore del veteropersonalismo, spiritualista e disincarnato di Severino Boezio e di Agostino di Tagaste, ma non si recupera né il personalismo maieutico e“storico” di Aldo Agazzi né il personalismo comunitario di E. Mounier né il personalismo organico di J. Maritain. Il problema ancora una volta è il senso forte della persona come valor d’essere ontologico e teleologico, come paradigma teoretico fondamentale degli uomini e della cultura umanistica delle diverse formazioni sociali e delle attività economiche e politiche porre come postulato di vocazionalità forte e includente ,cioè come affermazione etica veritativa” l’uomo sempre come fine e mai come mezzo”. Sulla via dell’illuminismo di Kant, si costituisce come primo fratello nel pensiero politico di ispirazione cristiana della philosophia perennis il nuovo filone sociale del personalismo.mondiale! del pensiero metafisico.).Così quindi diventa più chiaro(,evidente e convincente) esplicitare il fondamento nascosto della sua struttura antropologica e personale a livello metafisico…….
Ritengo a ben vedere che sia possibile in Luigi Sturzo fondare la primalità incarnata della persona nella sua identità metafisica di creatura e la sua storicità civile e politica nella sua dimensione sociale, fabrile e solidale. In questo senso il personalismo sturziano è decisamente attuale.
