Approfondimenti

Pubblicato il 14 Gennaio 2016 | di Luca Farruggio

L’immaginario e la Grande Guerra

Il falso e l’immaginario trovano grande spazio nell’esperienza della prima grande guerra mondiale.

Nel 1975 Fussel pubblica La Grande Guerra e la memoria moderna. Nel libro l’autore esamina la situazione inglese durante il primo conflitto mondiale. Si ha l’idea di una cultura basata sui contrasti, specie tra le aspettative della guerra e i suoi esiti. All’inizio gli intellettuali nel loro immaginario guardavano alla guerra con innocenza.

Tuttavia con l’ingresso nel conflitto ci fu l’urto con la realtà della trincea, con la morte e con la sofferenza. Così nasce un concetto dicotomico e forte di “prima” e “dopo” la guerra. La stessa struttura duale si trasmise sui soldati: “noi” soffriamo da buoni contro i “nemici mostruosi”.

Ad aumentare l’immaginario ci pensa l’avanzata tecnologia (aerei, carri armati etc.), e perciò nelle trincee si poteva solo fantasticare. Quindi, in questo terreno le false notizie trovavano il loro spazio, e prendevano piede anche le allucinazioni collettive.

Proprio sulle false notizie si interroga Marc Bloch. Ne La guerra e le false notizie, l’autore narra in prima persona l’esperienza della guerra. Il sergente Bloch, al di fuori dei comunicati ufficiali, si trova durante la battaglia della Marna a non sapere nulla delle dimensioni della battaglia e della realtà della vittoria. Perciò è in questo luogo che le false notizie si diffondono.

La guerra diventa un esperimento immenso di psicologia sociale e, al di là della falsità delle notizie che circolano durante la guerra, esse rivelano in modo indiretto qualcosa di nascosto sulla società.

Infatti, la società accetta e diffonde le false notizie solo se queste corrispondono alle sue attese più sperate. Le false notizie si diffondono solo quando si creano le condizioni favorevoli alla loro accettazione.

Perciò la falsa notizia diventa “lo specchio nel quale la coscienza collettiva contempla i propri lineamenti”, ed è per questo che va studiata dagli storici.

Continuando sul tema della guerra e l’immaginario, in Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale del 1979, Leed insiste sulle aspettative dei giovani delle classi medio-alte e il contrasto con la realtà della guerra.

L’autore si chiede come i soldati hanno dato senso a questa vicenda. E la risposta è che la guerra ha avuto senso con la costruzione di forti legami emotivi tra compagni. Questi sentendosi dimenticati da politici, familiari e giornalisti, cercavano nella loro comunità combattente una forma forte di sollievo e di affetto. Tuttavia l’immenso stress della guerra causò in loro forme di pensiero fantasioso, mitico, magico e irrazionale.

Ma la lettura più interessante sul legame guerra-immaginario è quella di Mosse in Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti. Per l’autore dopo la guerra, l’ombra della morte viene scacciata dalla nobilitazione e dal sacrificio compiuto sia dai caduti che dai tornati. Il sentimento di aver combattuto per una nobile causa trasforma la guerra in una esperienza sacra.

La guerra ha aperto le porte a un martirio eroico e nasce così il mito dell’esperienza di guerra: fratellanza e cameratismo, santificazione della guerra, esaltazione della morte eroica e martirio per la propria nazione.

Tutto ciò fu fomentato dai luoghi sacri per il culto dei caduti, prima dei condottieri famosi, e poi con i monumenti collettivi per anonimi. Così dopo la Grande Guerra sui monumenti si riportavano i nomi dei soldati e la data di nascita e di morte.

Questo andamento mantenne i valori bellici al centro della scena e della mentalità collettiva. I morti ispiravano i vivi ad alimentare la vita spirituale della nazione. Le famose tombe al Milite Ignoto diffuse in tutta Europa ne sono un esempio.

Oltre a tutto ciò, così veniva banalizzato il conflitto con la vendita di oggetti che le davano un tono romantico e divertente (insieme al teatro, al cinema e alla fotografia che tacevano gli orrori della guerra).

La guerra era così accettata da chi non ne aveva fatto esperienza. A chi l’aveva fatta invece sembrava normale la morte e l’uccisione dei nemici. E anche se tutto ciò col tempo fece nascere nell’opinione pubblica europea un certo dubbio profondo sulla ragionevolezza del mito di guerra, questo poi non impedì la chiamata alle armi per il secondo grande conflitto mondiale.

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Autore

Luca Farruggio

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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