Società

Pubblicato il 6 dicembre 2016 | di Mario Tamburino

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Conosciamo meglio il progetto “Presidio”

Per gli immigrati che vi si rivolgono nei giorni di lunedì, martedì e giovedì pomeriggio, dalle 15 alle 20, il Presidio della diocesi di Ragusa a Marina di Acate rappresenta una specie di porto franco.

La struttura sorge, infatti, esattamente tra due distese immense ed egualmente insidiose.

La prima è quella del mare aperto, che molti di essi hanno attraversato a rischio della vita. Il secondo pericolo, invece, è costituito dal mare di plastica che copre le serre e che, insieme alla promessa di un futuro migliore al prezzo di giornate trascorse respirando l’aria asfissiante sotto i teli, nasconde il rischio dello sfruttamento, dell’abbrutimento e dell’indifferenza in cui la vita può annegare anche sulla terraferma.

La struttura religiosa, costituita da un ampio sagrato in cui d’estate si celebra la messa all’aperto con  annessa una dignitosa costruzione dotati di salone ed alcune stanzette,  per il resto dell’anno è il luogo di accoglienza della Caritas con tanto di infermeria e magazzino dove sistemare i vestiti da distribuire. La piccola cucina è l’unico luogo a mantenere immutata la propria funzione. Qui si preparano tè e biscotti da offrire alla piccola folla di immigrati che, dalle loro case nascoste tra le serre del vittoriese, per mille rivoli diversi, confluiscono infine all’intero del Presidio.  I più fortunati arrivano in bici.

Farouq ci attende davanti al cancello. È giunto tra i primi, seguito dalla moglie con l’hijab che le copre i capelli e dai tre figli bellissimi, i cui occhi verdi tradiscono l’origine berbera. Si siedono compostamente a destra dell’entrata dove sono disposti alcuni tavoli e la fila di sedie di plastica lungo la parete. Un gruppo di magrebini si accomoda, invece, sul lato opposto.

Giuliana e Chiara, giovanissime volontarie del servizio civile, offrono i famosi tè e biscotti e il clima è subito quello di una cordiale accoglienza. Incoraggiata dal papà e dallo sguardo di approvazione della mamma, persino la piccola Chada accetta un dolcino. Anche quando, dopo un’ora, il saloncino è affollato da una cinquantina di persone, la stanza mantiene un ordine segreto. I rumeni rimangono in fondo alla stanza.

Loro, del resto, sono gli ultimi arrivati. In questa terra in cui, per gli agricoltori del luogo, alcuni decenni fa le coltivazione in serra rappresentarono una breve, illusoria, promessa di benessere economico,  l’arrivo dei lavoratori rumeni ha improvvisamente messo scompiglio in equilibri faticosamente raggiunti. La paga giornaliera, ad esempio, si è abbassata persino sotto la soglia dei trenta euro, mentre l’orario di lavoro si è allargato in maniera indefinita per il fatto che si è accettato di vivere fuori dal paese, dentro le serre.  D’altronde, si è ripetuta tra nordafricani e rumeni la stessa dinamica verificatasi anni orsono tra italiani e lavoratori tunisini. «In passato – racconta Vincenzo La Monica, operatore della Caritas – ci sono stati  momenti di tensione tra i due gruppi di immigrati, ma qui, noi, accogliamo tutti».

E l’accoglienza deve essere contagiosa perché nella sala, pur in modo guardingo, le due comunità scambiano qualche parola mentre il barattolo dei biscotti corre da una parte all’altra del salone. Un dialogo certo cauto; non tanto per il pericolo che l’altro possa sottrarre lavoro, quanto per la presenza delle giovani donne provenienti dall’est europeo. Mentre, infatti la comunità nordafricana è costituita soprattutto da maschi o, più raramente, da famiglie, quella rumena, oltre ad essere anagraficamente più giovane, annovera una folta presenza femminile.

Arriva il giovane avvocato vittoriese che, insieme ad un sindacalista della Cgil, fornisce consulenza gratuita su questioni lavorative e relative ai permessi di soggiorno. Al suo tavolo si succedono ordinatamente diverse persone, la maggior parte dei presenti, però, è qui per i vestiti.

«Mai c’ha statu ca», confessa Mustafà. I suoi folti baffi e la barba incolta nascondono un sorriso di apprezzamento e un’età oramai non più giovane. Emiliano Amico, l’altro responsabile del progetto Presidio, ne raccoglie i dati anagrafici ed i bisogni.

Le persone censite in due anni sono oramai quasi mille e continuano ad aumentare. Anche Jamel ed Adil da due mesi fanno parte di questo popolo che vive in una specie di sottosuolo della realtà che vediamo. Entrambi sono poco più che ragazzi e per sbarcare in Sicilia hanno sborsato mille euro a testa, che devono affrettarsi a rimborsare. Hanno bisogno di tutto: «Sì, anche l’intimo, sì». E poi «Un giubbotto» – l’articolo più richiesto – «scarpe, magliette, pantaloni». «Sì, anche la coperta»! Nel casolare abbandonato in cui vivono insieme ad altri dal loro arrivo, infatti, non c’è luce, né acqua «e manca la porta». Le volontarie della parrocchia di San Nicolò di Marina di Acate fanno del loro meglio per riempire un sacchetto con le richieste, cercando di tenere presente l’età dell’interlocutore. Sulle schede che vengono loro passate si alternano i nomi: Fakir, Hassan, Michaela, c’è un’Agrippina, e le città: Maadia, Kala.

Tra le questioni affrontate da Dario, l’avvocato, ritorna spesso il tema dello sfruttamento. «Fai un mese e ti fanno la richiesta di lavoro per cinque giorni», afferma Mohamed, in Italia da due anni. Almeno lui abita in una casa decente: «C’è luce e c’è acqua» ed è contento «così così».

Anche Farouq è stato sfruttato dal “padrone” e quando se ne è andato, non gli ha dato quello che gli doveva «dopo sedici anni di lavoro». Ma non si arrende; anzi rilancia. Sotto la spinta della sfida della “concorrenza” dei rumeni e la necessità di dimostrare un reddito per potere rinnovare il permesso di soggiorno in Italia, a nome della moglie (sic!) ha preso in affitto una serra e così, adesso, il  “padrone” è lui. Il nostro amico è tra i primi a dare vita ad un fenomeno nuovo: «I margini di guadagno sempre più ridotti – ci spiega La Monica – spingono i proprietari ad accontentarsi di un reddito certo e ora sono gli ex operai ad assumersi il rischio di divenire imprenditori».

Ci chiediamo se Farouq avrà nei confronti dei suoi futuri operai un atteggiamento diverso da quello che è stato riservato a lui, oppure, se ne riprodurrà le dinamiche, magari proprio col pretesto di averle subite per primo? I cambiamenti in atto rivelano che anche a Marina di Acate non basta più gestire l’emergenza migranti.  È necessaria un’educazione della persona. «Ma lo stato, qui, è quasi del tutto assente – nota il responsabile della Caritas – solo i vescovi sono disposti ad aprire le porte».

A proposito di emergenze, uno dei piccoli si è schiacciato un dito. Per fortuna in infermeria, Gaetano e Salvatore, infermiere in pensione l’uno, medico l’altro, mettono a disposizione competenza e professionalità che fanno del Presidio un luogo di speranza dove le ferite di tanta gente possono  essere guardate con cura e iniziare a guarire.

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