Società

Pubblicato il 6 Giugno 2017 | di Maria Teresa Gallo

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«Valorizzare i medici di famiglia»

Pronto soccorso intasato inutilmente e con il paradosso che poi si creano anche estenuanti lunghe ore di attesa. Dei 46 mila accessi che si sono registrati lo scorso anno l’ottanta per cento circa ha presentato casi che potevano tranquillamente essere affrontati dal medico di famiglia. Ne è convinto, dati alla mano, il segretario provinciale dei Medici di Medicina generale, il dottor Roberto Licitra. In questo caso è quanto sostiene pure il direttore generale dell’Asp di Ragusa Maurizio Aricò, al quale, anche se parte da un’analisi diversa, non mancano però gli strumenti, il potere e forse anche i mezzi per intervenire rimuovendo o correggendo le cause. Se è vero che la strada sembra essere l’attivazione del servizio di primo livello, quello che infatti sarebbe interessante capire è il perché finora non si è intervenuti.

«La stragrande maggioranza dei cittadini si reca al pronto soccorso – spiega il dottore Licitra – senza prima farsi visitare o consultare il proprio medico di famiglia che potrebbe consigliarlo diversamente e curarlo anche ambulatorialmente».

Come fa ad escludere che potrebbe invece essere l’impossibilità a mettersi in contatto con il proprio medico a spingere i cittadini al pronto soccorso?

«Non mi risulta, ma non si può escludere. Le faccio però un esempio. Nello studio di medicina associata di base dove io lavoro, operiamo diversi medici e due infermieri garantendo, tra mattina e pomeriggio, ben dodici ore al giorno di ambulatorio e se qualcuno di noi manca o è in ferie gli assistiti sono garantiti ugualmente. Inoltre, non siamo i soli a svolgere questo tipo di servizio nel territorio. Si da pure il caso che i picchi più alti di accesso al pronto soccorso si verificano proprio quando gli studi dei medici di famiglia sono aperti. Ecco perché diciamo che non c’è filtro».

Quindi?

«A nostro modo di vedere, se nel 2016 rispetto agli accessi al pronto soccorso i ricoveri sono stati circa cinque mila, è evidente che si tratta solo di una questione culturale, nel senso che i cittadini vogliono sapere tutto e subito senza però capire che non tutto rientra nell’urgenza-emergenza e che quindi basta anche il medico di base. Inoltre il pronto soccorso è utilizzato per saltare le liste di attesa e anche per non pagare il ticket».

Cosa si può fare per cambiare questa situazione facendo nel contempo sentire tranquilli i cittadini, che evidentemente quando si tratta di salute diventano ansiosi?

«Con il servizio di primo livello di cui si discute ormai da decenni, previsto già dalla legge Balduzzi. Si tratta di garantire ai cittadini, attraverso la quotidiana presenza di medici e infermieri, un servizio prolungato dalle ore 8 alle 20, dotando però gli ambulatori di strumentazione per la diagnostica di primo livello (ecografie, analisi del sangue, spirometria e quanto serve per un primo riscontro) e creare un collegamento con i diversi reparti dell’ospedale per lo scambio di dati e informazioni sui pazienti».

Gli ospedali sono pronti a tutto questo? 

«Basta intanto regolarizzare meglio l’intramoenia, rapportandola ai livelli di produttività in regime di convenzione. Si tratta di far almeno coincidere, così come recita la legge, le visite svolte privatamente con quelle mutualistiche e non allungare ancora di più le liste di attesa».

Qual è invece la posizione della direzione generale dell’Asp?

«Abbiamo già avviato un percorso e nei prossimi mesi potrebbe essere stilato un primo protocollo. I medici di famiglia dell’Asp di Ragusa siamo invece pronti da anni».

Tutto questo richiede sforzi finanziari?

«Solo quelli per la struttura e per comprare i macchinari. Per il personale medico e infermieristico rimane come sempre».

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Autore

Docente di italiano e storia e giornalista pubblicista, amante dello sport.



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