Cultura

Pubblicato il 25 Luglio 2017 | di Luca Farruggio

Da “Donne” di Camilleri a “Gesù e le donne” di Enzo Bianchi

Accade che un bookstore, ogni tanto, ti conceda l’occasione di scegliere un libro in regalo. Senza pensarci troppo, mi sono regalato “Donne” di Andrea Camilleri (Rizzoli 2014). E’ un libro molto lieve e piacevole, in cui lo scrittore siciliano fa un viaggio con la memoria, ricordando le tante donne che ha conosciuto attraverso i libri e attraverso la propria vita. Le donne che appaiono nel libro sono molto diverse tra loro: alcune molto fragili e indifese, altre abbastanza misteriose e sfuggenti ed altre ancora molto forti e determinate. Lo sguardo di Camilleri è quello dello scrittore che cerca sempre la bellezza, da quella fisica a quella intellettuale.

Accade pure che nel 2016 usciva “Gesù e le donne” (Einaudi) di Enzo Bianchi. Anche se il libro di Camilleri è giustamente “profano”, mi ha riportato alla lettura del testo del fondatore di Bose. Le donne sono importantissime nella vita dell’uomo e nella società, e – non me ne vorranno Camilleri e Aldo Cazzullo (autore del libro “Le donne erediteranno la terra”, Mondadori 2016) – il primo ad accorgersene fu proprio quell’uomo divino nato a Betlemme di Giudea in una notte misteriosa, che ricordiamo ingiustamente con i nostri inutili e sfarzosi festeggiamenti natalizi.

Le donne al tempo di Gesù non erano ridotte al nulla, perché avevano la dignità di essere chiamate “persone” e avevano una posizione – anche se marginale – nella società. Ma non bisogna dimenticare che al mattino di ogni giorno, l’ebreo osservante recitava (e lo fa ancora oggi) questa preghiera: “Benedetto il Signore che non mi ha creato pagano, né donna, né schiavo”. Soltanto Gesù fu capace di stravolgere il rapporto uomo-donna, incontrando ogni persona nella verità del cuore e liberandosi dal rigido sfondo religioso e culturale tipico della sua epoca. La “buona novella” è predicata a tutti, e le donne hanno un ruolo centrale nella vita di quest’uomo che ci ha “raccontato Dio”.

Chiunque ha letto i Vangeli può ricordare l’avvicinamento di Gesù alle donne. Gli esempi sono davvero tanti. Ma qui voglio ricordare solo un episodio fondamentale, paradigmatico e a me molto caro: quello della vedova povera (cfr. Lc 21, 1-4). Siamo al Tempio Santo di Gerusalemme. Qui tutti fanno le loro abbondanti offerte e i loro sacrifici. Gesù, semplicemente, osserva! E vede una povera vedova che fa un’offerta misera, solo due monete di rame. Un gesto inutile agli occhi di tutti, ma Gesù capisce che quella donna aveva donato tutto quello che le era rimasto per vivere. E’ paradossale che questa donna, che va al Tempio per amore di Dio, non viene in contatto con Gesù; però viene da lui notata con entusiasmo. Questa donna è l’immagine dei tanti poveri della terra, e Gesù la indica come esempio di beatitudine: ella è dimostrazione di vera fede e di vero amore, proprio quell’amore che Cristo stesso ha donato a tutta l’umanità! Cristo, vedendo il gesto di questa donna, vede il compimento straordinario e silenzioso del centro del proprio messaggio agapico.

Altra cosa da non dimenticare è che sono proprio delle donne ad assistere al messaggio della resurrezione di Cristo. Proprio coloro che non avevano facoltà di testimonianza, sono chiamate al messaggio più forte di tutta la vita di Gesù. Non a caso San Paolo afferma: “se Cristo non fosse risorto, sarebbe vana la nostra fede”. Ecco che le donne sono custodi della verità più paradossale della predicazione di Cristo.

Paradossale è tutta la logica del Vangelo, e –anche se usando lo stesso termine in senso diverso – paradossale è il fatto che la donna non abbia automaticamente un ruolo essenziale e primario nella vita dell’uomo e nella nostra società. Se da un lato ci sono ancora donne che restano sottomesse a una mentalità arcaica, dall’altro lato c’è il mito dell’emancipazione della donna a tutti i costi. La donna posta tra questi due estremi non sarà mai una persona piena di dignità. Solo un sano equilibrio può portare l’uomo e la donna a camminare sempre insieme! Sarebbe poi così difficile attuare questo paradosso?

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Autore

Luca Farruggio

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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