Vita Cristiana

Pubblicato il 3 novembre 2017 | di Simona Brugoletta

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L’importanza del Ministrante

Il ministrante è quel ragazzo o ragazza che serve all’altare durante le celebrazioni liturgiche. Il ministrante è anche chiamato “chierichetto”. Il termine ministrante ha sostituito col tempo il termine “chierichetto” poiché riesce a far capire meglio il suo significato. Esso, infatti, deriva dal latino “ministrans”, cioè colui che serve, secondo l’esempio di Gesù che non ha esitato Egli stesso a servire per primo e che invita a fare anche noi la medesima cosa amando i nostri fratelli.

Ma essere ministrante non si riduce soltanto al servizio all’altare, che presta con diligenza, generosità, impegno, precisione, puntualità. Perché:

  •  Il ministrante è un ragazzo/a che attraverso il Battesimo è diventato amico di Gesù che ci ha mostrato che Dio è Amore.
  • Il ministrante è un ragazzo che nella vita di ogni giorno e con tutti cerca di vivere quello stile di amore e di servizio che Gesù ci ha insegnato.

 

Il ministrante svolge un vero e proprio ministero liturgico,ossia  un compito tutto speciale e originale perché  sanno che Gesù è quell’amico che sa dare un colore speciale alla vita di ogni giorno vissuta nell’amore.

Essere ministranti oggi è diverso rispetto al passato. Che cosa significa essere ministranti oggi? Significa scoprirsi parte di una realtà più grande nella quale siamo chiamati a far brillare la luce della gioia che nasce dal mettersi in gioco sempre, subito, con passione. E’ anche prendere consapevolezza dei propri doni per metterli a servizio degli altri e così crescere sempre più per diventare se stessi. Fare il chierichetto è sempre stato percepito, infatti, come un servizio ma anche un privilegio ,perché porta al cuore della celebrazione liturgica, nello spazio dell’altare, a contatto diretto con l’eucaristia. L’esclusione delle bambine da tutto questo, per il solo motivo di appartenere al sesso femminile ha significato una disuguaglianza profonda all’interno dell’educazione cattolica, che per fortuna è stata cancellata ormai da qualche decennio. Anche se forse molti parroci si sono rassegnati alle chierichette solo in assenza di ragazzi disponibili, per le giovani superare questa frontiera è stato molto importante. Per le ragazze entrare nello spazio dell’altare ha significato la fine di ogni attribuzione di impurità al loro sesso, ha significato la possibilità di vivere anch’esse questa esperienza formativa di straordinaria importanza nell’educazione religiosa, ha significato un’attenzione diversa alla liturgia e un avvicinamento alla fede nell’accostarsi al suo stesso cuore. Inoltre,i ministranti sono organizzati in gruppi liturgici parrocchiali  con assistenti per la formazione e responsabili per l’organizzazione, a loro volto essi sono inseriti nei movimenti diocesani. Si entra a far parte del gruppo dopo un periodo di prova e di formazione, ricevendo il mandato durante una celebrazione e impegnandosi a svolgere al meglio il servizio.

Il problema che si pone oggi è la  poca voglia dei giovani di frequentare la  Chiesa e di conseguenza scarseggiano i  ministranti. Infatti,quando eravamo freschi genitori coltivavamo una certezza: i nostri figli, vedendo che noi partecipiamo alla Messa con entusiasmo, ci seguiranno senza far problemi. La fede si succhia con il latte materno, pensavamo. Avevamo in mente foto e immagini che ritraggono famiglie belle serene a Messa e ci vedevamo proiettati in esse. Ma ben presto abbiamo dovuto iniziare a fare i conti con una realtà molto diversa, meno poetica e ben più prosaica. Fino ai quattro-cinque anni i bambini a Messa ci sono venuti senza porre grosse obiezioni. Tentativi di resistenza talora ci sono stati, ma non è stato difficile vincerli. Il bello, però, è venuto con l’inizio della scuola elementare. Perché lì il nostro “sogno” si è incrinato del tutto dinnanzi ad “argomentazioni” difficili da controbattere con il ragionamento: “la Messa è tempo perso”; “non ci capisco niente”; “è una cosa per grandi”; “della mia classe ci sono solo io”; “solo voi ci obbligate, gli altri genitori sono più buoni e lasciano che siano i figli a scegliere”, “perché devo ascoltare la predica in cui viene ridetto il vangelo?”; fino all’attacco più doloroso sferrato da un tipetto di nove anni: “voi mi portate a Messa, e se Dio non esiste?”.Evidentemente i piani del confronto sono molto distanti: da un lato noi genitori puntiamo sull’importanza di un tempo dedicato a chi ci ha creato e ogni giorno ci accompagna con il suo sguardo; dall’altro i figli che valutano in base al criterio del mi piace/non mi piace e dell’utile/inutile. Nonostante tutto non abbiamo mollato e non molliamo. Ogni settimana riprendiamo il filo del discorso sperando che qualche nuova breccia si apra. I figli a Messa continuano a venire anche se mal volentieri. Sappiamo bene che la questione è complessa. Non dipende solo dai genitori, come la nostra esperienza insegna, e non dipende solo dalle liturgie più o meno animate. Dipende da entrambe. E dipende forse anche dal fatto che nelle celebrazioni la comunità non si rivela come “famiglia di famiglie”. Soprattutto per i ragazzi. Noi adulti, infatti, a Messa incontriamo sempre persone con cui coltiviamo relazioni e quindi in chiesa ci sentiamo conosciuti, da Dio in primis, ma anche da qualcuno con cui ci scambiamo parole non formali. Ma i bambini? Tolti i pochissimi chierichetti, quelli presenti assiduamente con i genitori e i nonni si contano sulle dita di una mano. I banchi loro riservati sono deserti. Quindi quelli che a Messa ci vanno non possono gustare la bellezza dello “stare insieme”. Forse c’è un “prima” e un “dopo” Messa su cui si potrebbe ragionare per far tornare ai bambini la “voglia di Messa”.

 

 

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Autore

Simona Brugoletta

Sono nata a Ragusa, il 2 Luglio 1976, ho conseguito il diploma di perito commerciale all'Istituto "F. Besta" di Ragusa e poi la laurea in Scienze Politiche indirizzo internazionale presso l'Università degli Studi di Catania. Sono appassionata di diritto e dedita al volontariato.



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