Società

Pubblicato il 20 febbraio 2018 | di Mario Tamburino

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Non c’è integrazione senza amicizia

«Se fanno tante domande vuol dire che sono aperti. È questa apertura che dà speranza, che rende possibile l’integrazione». Le parole di Habiboullah, guineano di 21 anni, spiegano la ragione del largo sorriso che il suo amico Sow, coetaneo del Senegal, porta stampato in faccia da quando siamo usciti dalla quinta C del Liceo classico nel quale insegno. L’ora di italiano della professoressa Lucia Guastella si è trasformata oggi, in un’occasione di dialogo a cuore aperto sotto forma di un’intervista con loro come protagonisti.

La scintilla di questa singolare iniziativa di integrazione è stata la mostra “Migranti, la sfida dell’incontro”. Oggi i numeri e le storie letti sui pannelli si incarnano nel volto di questi due ragazzi africani.

Il fuoco di fila delle domande è tutto rivolto al presente: «Come trascorrete le vostre giornate», «chi vi ha accolti quando siete sbarcati», «vi capita di essere offesi»?

Attraverso la descrizione della sua giornata la timidezza di Sow comincia a sciogliersi. Inizia a lavorare alle sei e mezza del mattino nella struttura che lo accoglie. In qualità di dipendente di una cooperativa di servizi prepara la colazione per altri ospiti del Centro e continua sino al primo pomeriggio con le pulizie degli ambienti. Parlando del presente, però, anche il passato si rivela tra le righe.

Emergono così le immagini della fuga dal Senegal a causa dei conflitti tribali, la povertà del Burkina Faso, l’attesa di condizioni favorevoli per il passaggio del deserto del Mali sui Pick up dei contrabbandieri di uomini e infine, l’inferno: «la disumanità della vita in Libia» dove «persino i bambini sono armati e uccidono per niente».

In terra d’Europa alcune ferite si rimarginano, altre, invece, si aprono. Sara, figlia di padre tunisino e madre italiana chiede del presente: «Vi capita di sentirvi offesi?». «L’altro giorno ero al supermercato – racconta Habiboullah – e una signora comincia a dire: “Che telefono hai? Scommetto che è l’ultimo i-phone”. Io non capivo bene, ma poi ho compreso. Per lei siamo gente che non vuole fare niente, solo farsi mantenere. Ma io lavoro – afferma orgogliosamente – Faccio da interprete per la Polizia quando ci sono gli sbarchi e poi sono anche aiuto-cucina in un ristorante in centro». Le ferite di Sow, invece, passano per l’indifferenza della gente incontrata nei seminari di studio sul problema migratorio e che poi «ti vedono per strada e non ti salutano».

Essere riconosciuti, non essere considerati dei fantasmi che lo sguardo può attraversare è importante. «Cosa avete portato con voi che vi ricordi la vostra terra?» chiede Maria Cristina. «Quando scappi non hai tempo per nulla. Veniamo qui e dobbiamo lasciare la nostra cultura per prendere la vostra» commenta il ragazzo della Guinea indicando il giubbotto in ecopelle. Una cosa, tuttavia, non sono disposti perdere: «la religione».

Suona la campana che segna la fine dell’ora. «Posso fare io l’ultima domanda a voi» chiede a sorpresa Habiboullah. «Cosa pensate di noi dopo questo incontro?». Dall’ultimo banco, rompendo il silenzio con cui la classe a seguito il dialogo, Elisabetta esclama: «Io sono contentissima di avervi conosciuti, potete reputarmi vostra amica»! Una letizia che è segno di una distanza che inizia a colmarsi, di un muro che inizia a scricchiolare. È la forza delle domande che segna la strada dell’integrazione, perché, come sostiene Habiboullah Camara, «la via dell’ integrazione è proprio l’amicizia». Una via che passa anche per la scuola.

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