Politica

Pubblicato il 21 Marzo 2018 | di Mario Cascone

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Populismo, nazionalismo e protesta

I risultati delle elezioni politiche del 4 marzo sono molto chiari. C’è stata una netta affermazione del Movimento 5 stelle, che ha spopolato al Sud e al Centro; la Lega Nord è diventata il primo partito della coalizione di centro-destra, affermandosi soprattutto al Nord; la sinistra è la grande sconfitta, vittima delle sue divisioni interne e della sua incapacità di ottenere il consenso popolare. Alla luce dei seggi attribuiti nei due rami del Parlamento nessuna coalizione ha la maggioranza per governare, per cui qualunque soluzione si possa trovare per sostenere un governo non sarà mai una soluzione “politica”, ma di compromesso.

Ci chiediamo: cosa c’è dietro questo risultato elettorale? Quali sono i motivi che hanno spinto una massa di persone a votare per i partiti di Grillo e Salvini? Mi pare che la risposta a queste domande si possa racchiudere in tre parole: populismo, nazionalismo e protesta.

Il populismo è l’atteggiamento demagogico di chi attira il favore della gente con promesse elettorali allettanti, ancorché velleitarie, fantasiose, difficili da attuare. Il Movimento 5 stelle che promette un reddito di cittadinanza congruo a tutti i disoccupati non può non incontrare il favore delle regioni meridionali, dove la disoccupazione è galoppante. Salvo poi a dover spiegare dove si troveranno i soldi per finanziare questo reddito, la sola proposta in sé ha un suo indubbio fascino per le classi meno abbienti. A questo si aggiunge la pratica dei rimborsi di parte del loro stipendio da parte dei parlamentari e la proposta di tagliare gli stipendi alla classe politica e burocratica. Sulla stessa linea si situa la proposta del centro-destra della “flat tax” o “tassa piatta” che, proponendo di far pagare a tutti la stessa percentuale di tasse, certamente incontra l’approvazione dei ceti medio-alti ben presenti al Nord. Chi riesce a comunicare questi concetti in modo convincente e provocatorio finisce col creare attese, speranze, convincimenti, che si traducono poi nel consenso elettorale. Chi invece, come la sinistra, appare sempre più divisa e incapace di comunicare con la gente comune, finisce con l’essere penalizzato.

La seconda parola che può spiegare il risultato elettorale del 4 marzo è “nazionalismo”, ossia difesa a spada tratta dell’identità nazionale e dei suoi interessi, con conseguente scetticismo nei confronti dell’Unione europea, vista in buona sostanza come un freno allo sviluppo della nazione. I leghisti di Salvini, ma anche altri gruppi della destra e parte dei “pentastellati” non hanno fatto mistero, in campagna elettorale, di essere contrari perfino alla moneta unica dell’euro, così come hanno calcato la mano sul fenomeno dell’immigrazione che, a loro avviso, andrebbe fermato anche con mezzi drastici. Questi argomenti, che sono condivisi con partiti di destra di altre nazioni europee, incontrano sempre più il favore della gente, che vede nell’Europa il nemico da combattere e nell’immigrato l’intruso da espellere.

L’ultima parola che, a mio avviso, può spiegare i risultati delle ultime elezioni politiche è “protesta”. Il voto dato al Movimento 5 stelle e alla Lega parte dai “vaffa day” di Grillo e dai toni non sempre eleganti di Bossi e di Salvini. È un voto che si è posto fin dall’inizio come protesta nei confronti di una classe politica considerata come “casta” privilegiata, dalla quale Di Maio e Salvini dicono di volersi nettamente distinguere. È un voto che è riuscito a raccogliere il consenso di quanti sono scontenti dell’attuale andazzo delle cose e soffrono per le situazioni economico-sociali in cui versano. Alcuni elettori protestano non andando a votare, altri invece scegliendo i partiti che meglio incarnano il loro disagio sociale e la loro rabbia.

Non sarà facile, alla luce dei risultati del 4 marzo, formare un governo che sia sostenuto da una maggioranza solida e “politica”. È chiaro che sia il Movimento 5 stelle che la coalizione di centro-destra hanno bisogno di allearsi con altre forze politiche, se vogliono andare al governo. Trovo emblematico quanto ha dichiarato, in proposito, Beppe Grillo: parlando dell’identità del movimento da lui fondato, il comico genovese ha detto: “Siamo un po’ democristiani, un po’ di destra, un po’ di sinistra… Possiamo adattarci a qualsiasi cosa”.

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Autore

Mario Cascone

Sacerdote dal 1981, attualmente Parroco della Chiesa S. Cuore di Gesù a Vittoria, docente di Teologia Morale allo studio Teologico "San Paolo" di Catania e all'Istituto Teologico Ibleo "S. Giovanni Battista" di Ragusa, autore di numerose pubblicazioni e direttore responsabile di "insieme".



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