Società

Pubblicato il 27 Marzo 2018 | di Carmelo La Porta

Le zone “grigie” della legge sul fine vita

Interessante forum di bioetica su un tema delicato che necessita di approfondimenti privi di banalizzazioni ideologiche o politiche

Nell’ambito delle giornate diocesane della vita e del malato, che si sono svolte in febbraio, gli uffici per la pastorale della salute, per la pastorale familiare, per l’insegnamento della religione e i responsabili della Consulta delle aggregazioni laicali e del Centro Aiuto alla Vita della Diocesi di Ragusa hanno promosso un forum di bioetica sul tema “L’accompagnamento alla vita. Istanze etiche nel fine vita”.

A relazionare è stato chiamato Salvatore Amato, docente di Filosofia del Diritto del Dipartimento di Giurisprudenza all’Università di Catania, autore di studi sulla bio-giurisprudenza, componente del Comitato Nazionale per la Bioetica e Presidente dell’Unione Giuristi Cattolici di Siracusa, la cui esposizione è stata seguita da un attento e qualificato uditorio che ha riempito il salone parrocchiale di San Giuseppe Artigiano a Ragusa.

Il relatore ha delineato i punti nodali di un tema così delicato e potenzialmente esposto a derive ideologiche o a esemplificazioni generaliste e banalizzanti, quale quello delle questioni giuridiche legate ai problemi del fine vita e delle istanze etiche connesse, dove si intrecciano i conflitti e le domande sul dovere di curarsi e sul diritto di morire.

Il professore Amato ha affrontato le questioni più cogenti che la normativa ha cercato di dipanare, lasciando aperti interrogativi e spazio ad alcune “zone grigie”, come le ha lui stesso definite, quali la questione del diritto a rifiutare le cure, in particolar modo quando le terapie sono dolorose e invasive e si prolungano nel tempo. Questa problema, ha sottolineato il relatore, richiama il tema della condizione di vita del soggetto, della sua libertà e della sua integrità. Il principio generale costituzionalmente definito, afferma che non si può somministrare una cura senza consenso, ma ciò può spingersi fino al rifiuto della cura quando questa può salvare la vita? La legge in vigore esclude la possibilità del suicidio assistito, ossia la possibilità che un soggetto possa farsi somministrare un farmaco per morire, ma lascia aperta la possibilità della rinuncia alla cura. Torna in campo la questione della pluralità di situazioni che si possono verificare e della difficoltà del diritto di normarle nella loro complessità. Il relatore non a caso ha parlato anche di “eutanasie” al plurale dove il termine non va inteso solo come volontà di morire del soggetto, ma va recuperato nella sua accezione positiva di accompagnamento alla “buona morte” o “al morire bene”.

Sul piano medico le cure palliative per i malati terminali offrono una opportunità per migliorare la qualità della vita attraverso la terapia del dolore, l’assistenza psicologica del malato e dei familiari, fino all’accompagnamento alla morte.

Sul piano giuridico l’introduzione delle “Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat) apre la possibilità per un soggetto capace di intendere di indicare i trattamenti sanitari a cui vuole sottoporsi e di indicare il procuratore a cui rivolgersi nei casi di impossibilità o incoscienza. E questo pone inevitabilmente degli interrogativi alla coscienza del singolo e alle strutture sanitarie, prima fra tutte la questione della conflittualità tra disposizione espressa dal soggetto e deontologia del medico, il quale, come prevede la legge, può esimersi per obiezione di coscienza dall’eseguire quanto richiesto.

A conclusione del suo intervento, il professore Amato ha lanciato una questione cruciale che interpella la società, nei suoi diversi livelli, e la comunità ecclesiale: la solitudine del malato. Infatti, se l’80 per cento delle persone che muoiono in ospedale sono sole, va richiamata l’attenzione della società ad uno sguardo più attento, capace di cogliere le fragilità e di garantire assistenza materiale e psicologica.

Se certe scelte estreme sono dettate dalla solitudine, solo una comunità che si prende cura, che sa farsi “samaritana” può restituire dignità alla sofferenza.

Su questo aspetto, ha posto l’attenzione il vescovo monsignor Carmelo Cuttitta che ha concluso i lavori di questo primo incontro del forum di bioetica, augurando che altri approfondimenti possano avvenire per rendere un sevizio alla comunità ecclesiale e alla verità su queste tematiche, dove il confronto è fondamentale e dove le posizioni dei cristiani si confrontano e spesso si scontrano con altri pensieri di riferimento, visto che ci si muove in una società plurale.

 

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Autore

Carmelo La Porta

Direttore dell'Ufficio Diocesano per l'insegnamento della Religione. Ha insegnato religione cattolica presso diversi istituti della città e attualmente presso l'I.I.S. "Galileo Ferraris" di Ragusa. E' docente di Teologia Morale presso la Scuola Teologica di Base della Diocesi di Ragusa e componente del direttivo della stessa scuola.



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