Politica

Pubblicato il 7 Maggio 2018 | di Silvio Biazzo

Aldo Moro e il suo martirio

9 maggio 1978, furono certamente i 55 giorni tra i più nefasti della nostra storia repubblicana, tutto forse per colpa di un’idea (la Rai rievoca l’evento coinvolgendo due grandi personaggi del cinema, Luca Zingaretti e Sergio Castellitto).

E forse fu appunto per colpa dell’idea di Aldo Moro di coinvolgere il PCI nella politica governativa dell’epoca, quindi con il famigerato Compromesso Storico, il 16 marzo 1978 un gruppo di terroristi di estrema sinistra appartenenti alle Brigate Rosse intercettarono la macchina su cui viaggiava Aldo Moro.

I primi spari furono rivolti ai cinque poliziotti che formavano la sua scorta, da quel momento iniziarono i 55 giorni più tragici di Aldo Moro: la location Via Fani, a Roma. Per quei lunghissimi giorni il mondo intero concentrò la sua attenzione sul rapimento di Aldo Moro e, in Italia, si discuteva se trattare oppure no con i terroristi come richiedeva Aldo Moro dalle sue lettere scritte e fatte pervenire durante la prigionia ad alcuni uomini politici dell’epoca.

Alla fine non venne fatto nulla e Aldo Moro venne ucciso della Brigate Rosse, immolato diremmo noi: i terroristi lo fecero salire nel portabagagli di una Renault 4 Rossa rubata dicendogli che lo avrebbero portato in un luogo più sicuro e, dopo averlo coperto con una coperta gli spararono, dieci i colpi che crivellarono il suo corpo . Il cadavere di Aldo Moro fu poi ritrovato proprio nell’auto il 9 maggio a Roma in Via Caetani. Quel sito fu certamente una scelta strategica perchè era una via esattamente a metà tra la sede del DC e quella del PCI. Ai funerali, che si tennero il 13 maggio, la famiglia non partecipò in segno di protesta contro lo Stato che, a loro dire, aveva fatto poco o niente per salvare Aldo Moro.

Furono le Brigate Rosse a rapire, sequestrare e uccidere Aldo Moro e, il loro scopo, era quello di colpire il “regime democristiano” e il PCI era considerato come un concorrente da battere. Se, infatti, la loro azione fosse andata a buon fine avrebbero interrotto la “marca comunista verso le istituzioni” per poi affermare le basi del controllo da parte delle BR sulla sinistra italiana per lottare contro il capitalismo.

Un’altra ipotesi, più semplicistica forse, vuole che le Brigate Rosse decisero di rapire Aldo Moro come artefice dell’avvicinamento tra DC e PCI per punirlo.

Mai personaggio tanto noto e importante, oltretutto scortato, era stato obiettivo del terrorismo. Le Brigate rosse si facevano chiamare partito comunista combattente, avevano scelto la lotta armata contro lo Stato uccidendo, organizzando rapimenti e gambizzazioni, sparando cioè alle gambe degli avversari del loro ideale marxista-leninista. Sembrò tutto sbagliato nella gestione del sequestro Moro. Inutili posti di blocco ovunque per le vie di Roma, perquisizioni sempre a un passo dal covo in cui i brigatisti tenevano l’uomo politico, ma senza mai arrivare a lui.

Il mondo politico diviso fra chi era aperto alla trattativa e chi rifiutava ogni contatto con i brigatisti. L’epilogo il 9 maggio del 1978: il corpo di Moro viene ritrovato, come su accennato, nel bagagliaio di una Renault 4 Rossa in via Caetani, centro di Roma, vicino alla sede di allora del Partito comunista, via delle Botteghe Oscure, erano trascorsi 55 giorni dopo dal sequestro. In via Caetani, dietro Botteghe Oscure, sede del Pci e poco distante da piazza del Gesù, sede della Dc, la mattina del 9 maggio viene fatta trovare una Renault 4 rossa con il cadavere del politico nel portabagagli.

È una telefonata di Valerio Morucci “Matteo” ad annunciare dove si trova il corpo di Moro. Alle 12 e 30 del 9 maggio parla con il professor Francesco Tritto, uno degli assistenti di Moro, dice di chiamarsi “dottor Nicolai” e indica dive si trova la macchina dandone i primi numeri della targa; Il corpo di Moro è piegato e irrigidito, addosso lo stesso abito scuro del giorno del rapimento. La famiglia della vittima rifiuta ogni celebrazione ufficiale: «Nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso: nessun lutto nazionale, né funerali di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia».

Dopo il ritrovamento del cadavere Francesco Cossiga lascia il Ministro dell’Interno. Il caso Moro segna la fine del compromesso storico e dei governi di solidarietà nazionale con l’appoggio del Partito Comunista. La lotta dello Stato alle Br è andata avanti senza compromessi e dialogo, ma anche senza leggi speciali.

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Autore

Silvio Biazzo

Giornalista Pubblicista dal 1980 , ha collaborato con Radio Insieme, Avvenire, Giornale di Sicilia e Gazzetta del Sud e tv locali, diploma di Maturità Classica, studi universitari in Giurisprudenza , dal 1993 insignito della Onorificenza di Cavaliere dell’ O.M.R.I.



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