Cultura

Pubblicato il 9 Ottobre 2018 | di Luca Farruggio

Non ci sono miracoli senza umanità

Nell’epoca della disperata ricerca di segni miracolosi e di apparizioni misteriose è bene evidenziare i dati reali del difficile credere e della fede, che non è mai conquistata per sempre. Il passo sulla risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-44) può aiutarci a capire l’umanità che si nasconde dietro un gesto inaudito.

Gesù viene a sapere della morte dell’amico Lazzaro. Egli sa che l’amico, con la morte, raggiungerà il Padre e la fine delle terrene fatiche. Ne è certo, come noi ne siamo certi quando le risposte teologiche ci rassicurano. Ma ecco che, arrivato sul luogo di morte, qualcosa gradualmente cambia.

Lazzaro è morto da quattro giorni. La sorella Marta, vedendo Gesù, gli dice con tutto il cuore: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. Tuttavia la fede della donna, seppur nel tormento, è certa: “so che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”. Gesù vuole rassicurare tutti con grande forza, testimoniando che egli stesso è la risurrezione, che egli tutto può: “io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà”.

Però – quando arriva Maria, l’altra sorella di Lazzaro – improvvisamente avviene il vero miracolo. Anche ella si getta ai suoi piedi dicendogli: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. A queste parole, pronunciate e ascoltate per la seconda volta, non giunge una risposta di teologia della fede. Gesù si commuove e si turba! Egli mostra tutta la sua umanità di fronte alla morte di un adorato amico e al dolore dei suoi cari.

Così Gesù resuscita Lazzaro e – proprio nel momento in cui mostra una fatto grandioso e miracoloso – svela che il miracolo sta proprio nella debolezza, nella commozione franca, nel dolore puro, nel sentire sinceramente le esigenze del prossimo. Per questo può dire a Dio: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto”.

Quante volte noi siamo così vicino alla sofferenza degli altri? Fabrizio De Andrè cantò: “e per tutti il dolore degli altri è dolore a metà”. Ma io penso che se fosse già a metà sarebbe un grande risultato. Infatti, se il dolore non ci tocca all’interno delle viscere, se non tocca le nostre certezze, siamo solo attori increduli e indifferenti (come Jep Gambardella, protagonista del film “La grande Bellezza” di Paolo Sorrentino). Ecco perché Gesù, ringraziando il Padre, aggiunge quello che chiamerei un “capriccio”: “Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”.

Ci crediamo ancora davvero? Lazzaro morirà una seconda volta. Come ci porremo di fronte alla morte naturale? Forse è corretto dire che, al massimo, la morte dell’altro può ricordarci che dobbiamo morire… o che qualche persona cara verrà a mancare… In quel momento, se la nostra fede vacillerà e se la nostra ragione resterà paralizzata, saremo in grado di gridare anche noi come le sorelle di Betania? Invocheremo con tutto il cuore il “capriccio” di Gesù?

Ognuno può dare a se stesso la propria risposta. Di certo dobbiamo abbandonare i nostri capricci colmi di sensazionalismo e invocare con tutta la nostra umanità il “capriccio” (umano e divino) di quell’uomo che ci ha raccontato Dio. Questa è la fede autentica che, purtroppo, pronunciamo solo con la nostra bocca e le nostre parole. Raggiungerla non sarebbe il vero e unico grande miracolo?

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Autore

Luca Farruggio

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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