Società

Pubblicato il 30 ottobre 2018 | di Mario Tamburino

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Rapporto da riannodare tra adolescenti e adulti

L’infelicità dei ragazzi anche figlia della mancanza di testimonianze significative e credibili

Ponti che crollano. Quello tra adulti e adolescenti. Me ne riaccorgo all’inizio del nuovo anno scolastico. Alla fine dell’ora di inglese, propongo alla classe un momento di relax. “Vi porto al mare”, prometto con bonaria ironia. Il brano che ho scelto, “The Dock of the Bay”, in effetti, fu in ispirato a Otis Redding da una giornata trascorsa a contemplare le barche. Una giornata sul molo passata a fare proprio un bel nulla, “just wasting time”!

Chiedo ai miei alunni di riempire gli spazi vuoti del testo cogliendo le parole mancanti dalla canzone incisa da Redding tre giorni prima della morte, avvenuta in un incidente aereo nel 1967, e accenno alla sua vita. Emerge l’infanzia trascorsa in Georgia, una famiglia povera, l’abbandono degli studi per sostenere economicamente la famiglia.

È a questo punto che mi viene in mente l’articolo in prima pagina su “La Sicilia” di qualche giorno prima. Un ragazzino di 14 anni, Igor Maj, morto durante un gioco che utilizza tecniche di auto-soffocamento, il “Blackout-game”, per provocare la momentanea perdita dei sensi insieme ad uno stato di intensa euforia. «Ecco – proclamo, riferendomi ai sacrifici del giovane Otis – quando si deve lottare per sopravvivere, non c’è tempo per questi giochi stupidi» ed indico la storia in evidenza sul giornale. Maldestramente cerco di descrivere la dinamica di quello che per me è solo un gioco assurdo finito male.

Giulia (nome di fantasia) mi interrompe garbatamente. «No professore – mi spiega – questo gioco funziona così» e ci racconta come la mancanza di aria al cervello provochi lo svenimento «e, nello stesso tempo, una sensazione incredibile». Lei lo ha sperimentato. «Ricordo che mentre avevo perso coscienza vedevo delle cose bellissime e provavo sensazioni fortissime».

Le parole di Giulia mi ricordano le descrizioni delle allucinazioni da Lsd degli anni Settanta: lo stesso desiderio di fuggire dal reale, solo a costo zero e alla portata dei bambini. «Ma potevi morire» esclamo protestando la pericolosità del gioco. La mia alunna passa benevolmente sopra la mia ingenuità. «Per evitare questo, lo si fa in gruppo e qualcuno ti tiene quando svieni».

Quale distanza si è scavata tra noi e loro perché quando ci rendiamo conto di ciò che succede nel mondo dei ragazzi, loro hanno già archiviato da tempo quella fase? Perché ai loro occhi la realtà è meno attraente di quel cono d’ombra tra la vita e la morte che è solo un’illusione di felicità?

Non basta sorvegliare meglio né segnalare i pericoli. È necessario riannodare il filo di un rapporto. Ma, ci chiediamo, ci sono ancora degli adulti che, alla domanda: “Si può essere felici nella la realtà?”, rispondano positivamente e siano credibili? Siamo disposti ad accompagnare i ragazzi offrendo un rapporto si protrae oltre il suono dell’ultima campana?

«Avete ragione – ammetto davanti alla classe – non basta la predica. Occorre provare che si può essere contenti in un altro modo. Io porto dei pacchi alimentari a delle famiglie bisognose ogni quindici giorni. Chi di voi è disposto a darmi una mano? Vi sfido a verificare insieme se questo gesto di attenzione alla vita non ci renda, infine, più contenti dell’adrenalina di un momento di un gioco di morte».

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