Società

Pubblicato il 22 Maggio 2019 | di Silvio Biazzo

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23 maggio 1992: un destino tragico

Giovanni Falcone nasce nel 1939 a Palermo, è stato uno dei magistrati italiani più “genuini”. Il suo primo incarico fu a Lentini come pretore e nel ’78 ottenne il lavoro all’ufficio istruzione sotto la guida di Chinnici affiancato da Paolo Borsellino. Nell’80 gli furono affidate le indagini contro Rosario Spatola, grazie a questo scoprì il quadro di una organizzazione criminale di Cosa Nostra. Paolo Borsellino vede i natali nel 1940 a Palermo ed è stato anche lui un magistrato vittima della mafia. Nel 1963 Borsellino partecipò al concorso per entrare in magistratura divenendo il più giovane magistrato d’Italia. Il suo primo incarico fu al tribunale di Enna nella sezione civile. Nel 1967 fu nominato pretore e da allora iniziò a conoscere la mafia. Nel ‘75 venne trasferito a Palermo dove entrò nell’Ufficio Istruzioni Affari Penali sotto la guida di Chinnici. Nel febbraio 1980 Borsellino fece arrestare i primi sei mafiosi. Il 4 maggio 1980 Emanuele Basile fu assassinato e fu decisa l’assegnazione di una scorta alla famiglia Borsellino.

Falcone, Borsellino e Caponnetto

In quel periodo venne fondato il “pool antimafia”, ideato da Chinnici: una squadra di magistrati pronta a combattere la criminalità organizzata, che era formata da Falcone, Borsellino e dai giudici Lello e Guarnotta, con a capo Antonino Caponnetto. Il pool nacque anche per cercare di unire tutta l’istituzione che era composta da giudici che combattevano contro la mafia ma individualmente senza lo scambio di idee tra loro. Nel pool bisognava agire sempre insieme: il 29 luglio 1983 il consigliere Chinnici fu ucciso con la sua scorta, le inchieste avviate da Chinnici e portate avanti dalle indagini di Falcone e di tutto il pool portarono così a costituire il primo grande processo contro la mafia. Questa reagì nell’estate del 1985 uccidendo Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, e da allora si cominciò a temere anche per loro, per questi motivi di sicurezza vennero mandati a soggiornare per qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell’Asinara per finire le pratiche del maxiprocesso che mandò in carcere 475 imputati .

Nel 1987 Caponetto decise di ritirarsi per ragioni di salute e anche Borsellino ancora prima nel dicembre del 1986 aveva chiesto e ottenne di essere nominato Procuratore della Repubblica di Marsala. Il Consiglio superiore della magistratura preferì nominare a capo dell’Ufficio Istruzione, al posto di Caponnetto che aveva voluto lasciare l’incarico, il consigliere Antonino Meli, piuttosto che il giudice Falcone. Questo innescò amare polemiche, e venne interpretata come una possibile rottura dell’azione investigativa, inoltre rese Falcone un bersaglio molto più facile per la mafia. Il primo a lamentarsi di questo fu Borsellino con dubbi e perplessità rischiando anche un provvedimento disciplinare, ma l’allora Presidente della Repubblica Cossiga lo ascoltò e fece indagare su cosa stesse accadendo nel palazzo della giustizia di Palermo. Il 14 settembre Antonino Meli fu nominato capo del pool; Borsellino tornò a Marsala, dove riprese a lavorare alacremente insieme a giovani magistrati. Iniziava in quei giorni il dibattito per la costituzione di una Superprocura e su chi porvi a capo. Falcone, intanto, va a Roma come direttore degli affari penali e preme per l’istituzione della Superprocura. Borsellino decide di tornare a Palermo nel ’91 diventando Procuratore aggiunto, e tentando di ricostruire quel clima che, ai tempi del Pool, aveva permesso di raggiungere grossi risultati. Ma nell’autunno del 1988 il pool venne sciolto.

L’attentato di Capaci

Il 21 giugno del 1989, la mafia tentò di uccidere Giovanni Falcone piazzando un borsone con tritolo in mezzo agli scogli, a pochi metri dalla villa affittata dal giudice, attentato che fu però sventato. Molti testimoni diretti dei fatti dell’Addaura morirono in circostanze sospette. Una settimana dopo l’attentato il Consiglio Superiore decise la nomina di Falcone come procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo. Dal 1991 fino alla sua morte, Falcone fu sempre più attivo con le indagini, ma non venne appoggiato dal mondo politico. Intanto a Roma venne finalmente istituita la Superprocura . Sia Borsellino che Falcone si resero conto che la Superprocura sarebbe stata molto pericolosa per la loro sicurezza. Nel Maggio 1992 Falcone raggiunse i numeri necessari per vincere l’elezione a Superprocuratore . Ma venne assassinato il 23 maggio 1992 mentre tornava da Roma a Palermo dove lo aspettava Borsellino per festeggiare il suo nuovo incarico. Venne posizionata una quantità immane di tritolo nell’autostrada, l’esplosione fu azionata da Giovanni Brusca, incaricato da Totò Riina. Oltre a Falcone e alla moglie Francesca Morvillo, persero la vita anche gli agenti della scorta: Schifani, Mantinaro e Di Cillo. La conoscenza, da parte degli attentatori, dell’ora di arrivo e partenza di Falcone dimostra che qualcuno “vicino” a lui era immischiato nella mafia come aveva precedentemente detto anche un pentito. Borsellino era già stato avvisato nel ‘91 dal collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara che i progetti per la il suo omicidio erano già stati ultimati. Borsellino, sapendo già il suo destino, non volle troppa protezione attorno a sé, e si isolò anche dalla famiglia per evitare che, non riuscendo a uccidere lui, gli attentatori potessero scegliessero come bersaglio qualcuno della sua famiglia. Le sue ultime indagini lo portarono ad indagare su nomi della politica italiana in rapporti con Cosa Nostra. Per questo cercò di non dire quasi a nessuno le indagini che faceva e gli argomenti degli interrogatori. Borsellino rilasciò interviste e partecipò a numerosi convegni per denunciare l’isolamento dei giudici e l’incapacità o la mancata volontà da parte della politica di dare risposte serie e convinte alla lotta alla criminalità.

Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli , Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove viveva sua madre. In quella via dentro una Fiat erano stati messi 100 kg di esplosivo. L’esplosione uccise lui e i 5 uomini della scorta ed anche Emanuela Loi. Proprio il giorno prima gli era stato comunicato che sarebbe stato il nuovo Superprocuratore.

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Autore

Silvio Biazzo

Giornalista Pubblicista dal 1980 , ha collaborato con Radio Insieme, Avvenire, Giornale di Sicilia e Gazzetta del Sud e tv locali, diploma di Maturità Classica, studi universitari in Giurisprudenza , dal 1993 insignito della Onorificenza di Cavaliere dell’ O.M.R.I.



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