Società

Pubblicato il 3 Marzo 2020 | di Saro Distefano

Sostenere la collettività con il credito. Il ruolo laico delle banche popolari

Il termine laico mi è divenuto chiaro, nel suo significato, solo da adulto. Intorno ai 22 anni quando, durante un dibattito molto acceso al Consiglio comunale di Ragusa (che io seguivo per fare la radio e poi la tele cronaca per una emittente locale), un consigliere disse, più o meno letteralmente: “… e in Piazza San Giovanni, dove abbiamo i nostri pilastri, la cattedrale cattolica e la cattedrale laica”.

Il riferimento era evidentissimo: da un lato la cattedrale nel senso di chiesa con dentro la cattedra vescovile, la barocca San Giovanni Battista, e dall’altro il palazzo della Banca Agricola Popolare di Ragusa (che all’epoca ospitava ancora la sede centrale, poi trasferita nell’attuale sede di viale Europa).

Quel consigliere comunale, del tutto involontariamente, mi fece capire il termine “laico” nella sua moderna e pregna accezione. Se nel tempio cristiano si raccolgono i fedeli, nell’altra si pratica una attività commerciale che sostiene la collettività. Non esiste contraddizione, specie con riferimento agli istituti di credito che fanno il lavoro di prestito con interesse secondo ben precise, codificate, approvate norme etiche e morali.

Non è un caso che, almeno in Italia, furono moltissime le banche di ispirazione cattolica (oggi sono diminuite molto). A parte lo Ior (Istituto Opere Religiose, con una storia tutta a se stante) si trattava e in parte si tratta ancora di grandi banche (esempio classico è, tra le altre, la Banca Cattolica del Veneto, poi passata per incorporazione nella più grande azienda denominata Banco Ambrosiano Veneto a sua volta confluita nella attuale Banca Intesa) e di banche piccole quando non piccolissime, anche con un solo sportello. È il caso delle tantissime Bcc, banche di credito cooperativo, nate nella seconda metà dell’800 e soprattutto nel Nord Italia. Avevano, alcune hanno ancora, un principio ispiratore: “poco a molti e non molto a pochi”. A codificarlo era stato Luigi Luzzatti, economista e politico (per un anno fu anche presidente del Consiglio dei Ministri) che ha di fatto inventato le Banche Popolari nella accezione storica italiana.

E Popolare era ed è quella Banca Agricola Popolare di Ragusa che in via Matteotti angolo corso Italia segnava e ancora segna il presidio della città di Ragusa. Da un lato la cattedrale cattolica e dall’altra la laica. Una città (ed inevitabilmente, a raggiera, tutto il suo circondario) che si possa vantare di ospitare la sede legale ed operativa di una banca (di medie dimensioni come la Bapr ma anche di istituti più piccoli) è certamente fortunata: la raccolta e gli impieghi (in parole semplici: quanto raccolto tra i risparmiatori e quanto distribuito a famiglie e imprese sotto forma di prestiti e mutui) concentrati in un territorio (per la Bapr questo è nel frattempo diventato l’intera Sicilia orientale) significa una altissima possibilità di avere una sana economia. Ché poi i danni della crisi del 2008 siano arrivati anche qui è inevitabile. Però è come il vaccino: non ti risparmia dall’influenza, ma se dovessi prenderla sarà in forma diluita, sopportabile.

 

 

 

 

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Autore

Saro Distefano

Nato a Ragusa nel 1964 è giornalista pubblicista dal 1990. Collabora con diverse testate giornalistiche, della carta stampata quotidiana e periodica, online e televisive, occupandosi principalmente di cultura e costume. Laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, tiene numerose conferenze intorno al territorio ibleo.



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