Cultura

Pubblicato il 21 Aprile 2020 | di Saro Distefano

Il colera nella Ragusa del 1837 Giuseppe Carbonaro medico eroe

Nel 1837 la città di Ragusa venne investita dalla epidemia di colera. Tutto inizia intorno alla festa patronale di San Giovanni. A fine ottobre era già passata. Ma aveva lasciato un tragico bilancio di oltre quattromila morti. Circa il 40 per cento della popolazione.

La malattia (orribile: dolori fortissimi, febbri altissime, diarrea incontenibile e morte tra gli spasmi in circa tre giorni di agonia) era arrivata dallIndia attraverso Amsterdam e poi Palermo. Aveva viaggiato per oltre quattro anni (non era ancora un mondo veloce, per quanto già globalizzato).

A Ragusa come ovunque si presentò con qualche morto e nellarco di pochi giorni ne era infettata mezza città. Laltra metà si salvò perché alcuni ragusani erano immuni per chissà quale motivi, alcuni altri (tutti i nobili e i notabili, preti compresi) fuggirono nelle case di campagna sottraendosi al contagio, altri ancora si ammalarono ma guarirono.

In un totale caos, con tantissimi scatenati a rubare di tutto, soprattutto il grano immagazzinato, si distinse un cittadino, un medico. Si chiamava Giuseppe Carbonaro, era nato il 4 maggio del 1800 nel palazzo di famiglia, che è ancora al suo posto, al civico 19 di via 24 maggio, ovvero la strata nternache collega Ibla a Ragusa superiore, quartiere del Carmine, dirimpetto a via Santo Spiridione, più nota in città come a vaneda o nfiernu.

Carbonaro si distinse perché pur appartenente alla classe alta della città, e pur potendo rimanere a lavorare nella sua sede destinata, che era Napoli, dove lepidemia era già un ricordo, preferì rimanere a lavorare a Ragusa assistendo i malati e coordinando i soccorsi. Diede precise disposizioni: maggiore igiene personale e igiene pubblica (non esisteva ancora un farmaco, e Carbonaro aveva solo capito che la sporcizia amplificava diffusione e effetti del virus). Fece bene il suo lavoro e Ragusa tornò alla normalità dopo due mesi dallarrivo del cholera morbuscon un carico di morti altissimo ma minore di quanto poteva potenzialmente accadere.

La gente di Ragusa riconobbe i meriti del concittadino dottor Giuseppe Carbonaro. E ne diede dimostrazione. Siccome allora si riteneva che i grandi disastri fossero solo e soltanto la dimostrazione della rabbia divina per i tanti, troppi peccati dellumanità, quando il pericolo fosse scomparso bisognava ringraziare la divinità. E così fecero i ragusani del 1837. Costruirono una fiureda, la più bella della città, e la dedicarono alla Madonna, ringraziandola per aver finalmente deciso di dare fine alla epidemia. E Carbonaro? Semplice e geniale (come spesso riusciamo ad essere gli altrimenti egoisti e chiusi ragusani): laltare sacro lo dedichiamo alla Madonna che ci ha salvati, ma lo montiamo non in una chiesa, bensì sul muro del palazzo del dottor Carbonaro. Così facendo saremo stati corretti (verso la divinità e verso il salvatore) e lasceremo un perenne simbolo di monito e di gratitudine.

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Autore

Saro Distefano

Nato a Ragusa nel 1964 è giornalista pubblicista dal 1990. Collabora con diverse testate giornalistiche, della carta stampata quotidiana e periodica, online e televisive, occupandosi principalmente di cultura e costume. Laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, tiene numerose conferenze intorno al territorio ibleo.



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