Cultura

Pubblicato il 3 Settembre 2020 | di Andrea G.G. Parasiliti

Un passepartout per la libertà

Avrò scoperto l’esistenza di Philippe Daverio fra i 14 e i 15 anni. All’epoca accendevo ancora la televisione. Me lo ritrovai col suo bel faccione fresco di lampada, occhiale fondo bottiglia, riccioli alla carta vetrata e papillon a pois una bella domenica a pranzo, intorno alle 13.30 su Rai 3. Ero nel bel mezzo di una mangiata omerica. I nonni avevano rimosso il termine “dieta” subito dopo la guerra. Era tutto un baccano dionisiaco fra calici alti e cuginetti in combutta col biberon. Non avevo dove prendere informazioni su quello strano personaggio né tanto meno sul suo programma. Internet, ancora, non esisteva. Me ne andai nell’unica edicola di Chiaramonte Gulfi per sfogliare TV Sorrisi e Canzoni. Come a battaglia navale cercai Rai 3 – Domenica – ore 13.30. Uscì fuori “Passepartout” di e con Philippe Daverio. Comprai quel giornale palinsesto. Lo spulciai come un libro raro. Vi trovai un “Passepartout. Notturno con panettone” ore 23.30, Rai 3 non ricordo che giorno. Ricordo però che da quel giorno in poi non smisi più di guardare quel programma in notturna. Daverio invitava di norma 3 studiosi d’arte nella sua ammobiliatissima casa-museo milanese e l’inquadratura partiva dalla finestra del suo attico dalla quale si entrava in casa, al modo degli spiritelli, dove avremmo trovato gli ospiti banchettanti attorno a un tavolo nel proprio salotto, nell’atto di mangiare fagiani bere cognac fumare indistintamente pipe sigari sigarette e parlare d’arte in maniera simpaticamente militante.

Non c’erano le capre di Vittorio Sgarbi. Era piuttosto un convivio di gentiluomini e gentildonne, alla maniera rinascimentale, con tutta l’eleganza della familiarità, della parola scelta con competenza critica e linguistica, che si intrattenevano con naturalezza su temi a me sconosciuti. Alla fine della serata Daverio apriva un panettone farcito e regalava un libro strabiliante a ogni commensale.

La mia prima esperienza con un notturno con panettone fu quella sul “Dada: l’arte e la rivoluzione”. Mi furono presentati personaggi come Duchamp, Picabia, Artaud, Jean-Jacques Lebel, John Cage, Giacomo Balla, Marinetti. Credo che nessuno di loro mi abbia più lasciato.

La sveglia suonava al mattino e mia madre mi veniva a buttare giù dal letto ché dovevamo andare a Ragusa, lei a insegnare io a prendere lezioni al liceo. La terza volta che venni svegliato malamente a causa del sonno perso mi incazzai a tal punto da scrivere un articolo di protesta (forse il mio primo) contro la Rai che mandava Passepartout in seconda serata invece dei Paolo Bonolis, la buonanima di Frizzi, Nonno Libero e Caro Maestro. Me lo pubblicò il “Giornale di Sicilia”.

Nonostante la mia protesta nulla cambiò nel palinsesto della Rai.

Presto mi abituai all’idea che bisogna compiere degli sforzi verso il Bello. Tipo raggiungere i nonni dopo le 14 al pranzo della domenica e svegliarsi un giorno a settimana del tutto riconglionito.

Philippe Daverio meritava tutti questi miei sforzi.

Non bello ma irresistibile, ti teneva incollato per ore ai suoi programmi o alle sue Lectio Magistralis. Un giorno tenne me e  il mio carissimo amico Davide Battaglia, adesso mercante d’arte a Finarte come Daverio, tutto un pomeriggio di luglio, in una cameretta di un collegio milanese senza aria condizionata, giacché, lui, Philippe, era ospite dalla Benedetta Parodi a fare l’Omelette jambon et gruyère.

Entra, salamelecchi della Parodi, prova a schiaffarle subito un libro che lei, saggiamente, prova a rifiutare. Prima di cucinare però Daverio glielo ridà in mano. È il suo ultimo libro sulla Modernità. Le dice che c’è anche un capitolo sulla storia della “patata”. C’è un istante in cui Benedetta non capisce se Daverio stesse parlando dei genitali o del tubero. “Come si fa a capire Van Gogh ché son tutti mangiatori di patata?” “Ahhhhhh, t’hai capì!” replica la signorina mentre Daverio non fa una piega al papillon e continua a scandir bene le parole impastandole a una sbarazzina cantilena milanese condita da dure consonanti alsaziane dal retrogusto germanico (era nato a Mulhouse all’incrocio tra Francia, Svizzera e Germania). Inizia la preparazione della sua Omelette dopo aver spiegato la differenza fra frittata italiana, tortilla spagnola e omelette francese. Dice che deve essere baveuse, morbida, cremosa. “Basta col Burro Philippe!”, “Eh ma l’Europa si divide in 4 grassi alimentari: l’olio, il burro, lo strutto e il grasso d’oca dell’Est”. “Ma tu quante lingue parli?” “Io parlo 5 lingue come tutti gli Europei…” “Ma io parlo a malapena l’italiano!” “Sai cosa diceva Federico II di Prussia? Io parlo il francese con le Dame, lo spagnolo con Dio, l’inglese con i mercanti, l’italiano con gli angeli, e il tedesco con i miei cavalli…”

Per capire il suo modo di vestire bisognava essere al corrente della sua concezione della storia: “Pensate come doveva essere antiquata per un uomo del 1630 una cosa del 1550… C’è il caso strepitoso di uno dei duchi eredi di Ferrara preso da una congiura all’inizio del ’500 e imprigionato dal fratello per 60 anni. Esce dalla prigione alla fine del ’500 e per strada tutti lo guardano strano, era vestito come 60 anni fa… sarà sembrato un marziano! Adesso, io sono vestito come 80 anni fa, porto un blazer che ha 80 anni come il gilet… sono vestito esteticamente come un signore di 80 anni fa, anche le scarpe di cuoio che ho ai piedi hanno 80 anni. Ma non è che se me ne vado in strada mi guardano come un Ufo!”. Daverio sosteneva, infatti, che i parametri estetici si fossero stabilizzati. È come se la storia, da un certo momento in poi, non si sia più evoluta (forse dando ragione a Horkheimer o a Fukuyama). “La lampada ad arco del Castiglioni ha ormai 60 anni ma la consideriamo contemporanea, le sedie thonet hanno più di un secolo, e le abbiamo ancora nei bar…” Un discorso alla base delle sue lezioni di design industriale, quelle per diventare progettisti della contemporaneità.

Je dois apprendre aux curieux, il suo motto, “devo insegnare ai curiosi”, che leggevamo nello sfondo della sceneggiatura di Passepartout, in mezzo alle parole cancellate da Emilio Isgrò.

Scrive oggi Aldo Grasso: “Della curiosità e della conoscenza Daverio (così mirabilmente snob da fare l’assessore leghista alla cultura del comune di Milano, ai tempi di Formentini, e poi la tv) guardava sempre in macchina, per fissare lo spettatore con sguardo ora minaccioso ora complice […] Un bel giorno, era il settembre del 2011, la Rai decise di chiudere »Passepartout», dando il benservito a Daverio, come fosse una badante del sapere. Nessuno è sceso in piazza a gridare contro l’oscurantismo, la censura, la libertà di pensiero”.

Passepartout improvvisamente, per dirla con Daverio, venne a mancare “nel pieno della sua salute”.

In una puntata su Petrarca, per la quale aveva lavorato con Giuseppe Frasso, il massimo studioso delle postille del “Francesco laureato”, inquadrando il cielo proferì: “lo squallore / del mattino / a Milano”. Quelle parole mi convinsero di colpo a non fare più esperienza della mattina lombarda, a cancellare lezioni e a non puntare più la sveglia, dal 2007 a oggi. Forse sarebbe stato meglio se “Passepartout” glielo avessero chiuso prima.

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Autore

Andrea G.G. Parasiliti

(Ragusa, 1988). Post-doctoral Fellow della University of Toronto si è laureato in Filologia Moderna all’Università Cattolica di Milano e ha conseguito il dottorato di ricerca all’Università degli Studi di Catania. Collaboratore del Centro di Ricerca Europeo Libro Editoria Biblioteca della Cattolica di Milano (CRELEB) e, nel 2018, del PRISMES (Langues, Textes, Arts et Cultures du Monde anglophone) dell’Université Sorbonne Nouvelle – Paris 3, si occupa di Libri d’artista e Letteratura Futurista, Disability Studies e Food Studies. Fra le sue pubblicazioni: Dalla parte del lettore: Diceria dell’untore fra esegesi e ebook, Baglieri (Vittoria, 2012); La totalità della parola. Origini e prospettive culturali dell’editoria digitale, Baglieri (Vittoria, 2014); Io siamo già in troppi, libro d’artista di poesie plastiche plastificate galleggianti per il Global Warming, KreativaMente (Ragusa, 2020); Ultima notte in Derbylius, Babbomorto editore (Imola, 2020); All’ombra del vulcano. Il Futurismo in Sicilia e l’Etna di Marinetti, Olschki (Firenze, 2020). Curatore del volume Le Carte e le Pagine. Fonti per lo studio dell’editoria novecentesca, Unicopli (Milano 2017), ha tradotto per il CRELEB le Nuove osservazioni sull’attività scrittoria nel Vicino Oriente antico di Scott B. Noegel (Milano, 2014). Ha pubblicato un racconto dal titolo Odisseo, all’interno della silloge su letteratura e disabilità La mia storia ti appartiene, Edizioni progetto cultura (Roma 2014). Come giornalista pubblicista, ha scritto per il «Corriere canadese» (Toronto), «El boletin. Club giuliano dalmato» (Toronto), «Civiltà delle macchine» (Roma), l’«Intellettuale Dissidente» (Roma), «Torquemada» (Milano), «Emergenze» (Perugia), «Operaincerta» (Modica), e «Insieme» (Ragusa) dal gennaio del 2010.



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