Società

Pubblicato il 28 Dicembre 2020 | di Redazione

Nel reparto Covid a fianco dei malati e vicino ai sanitari e ai familiari

Esserci sempre. Perché i malati «non hanno bisogno di essere compatiti, ma di sapere che non sono soli, che tu sei lì per loro». Non ho avuto dubbi durante l’elevato numero di malati Covid-19, quando ancora non si conosceva nulla di questo virus e mi dicevano che era pericoloso, che era bene stare lontano. Ho sentito il bisogno di lasciarmi coinvolgere in questa delicata missione. Ho chiesto l’autorizzazione alla Direzione, ho partecipato al corso di vestizione e svestizione della tuta protettiva e delle misure di informazione e prevenzione igienico-sanitarie e sono entrato nei reparti Covid.

Come sacerdote non c’è un posto migliore dove vorrei essere. Sono diventato compagno di viaggio di chi è solo, al di là del credo religioso. In corsia è un’esperienza straziante e cerco di portare speranza per sostenere i malati. Li ho visti tutti e tanti, compresi i miei confratelli ricoverati, e tanti li ho accompagnati fino all’ultimo attraverso le preghiere, le Benedizioni e il Sacramento dell’Unzione degli Infermi quando è stato possibile. Qualche giorno fa un paziente aveva paura di essere intubato. Mi ha chiesto di pregare intensamente per lui e di andarlo a trovare spesso. I suoi occhi imploravano aiuto e sostegno. Non dimenticherò mai quegli occhi pieni di paura e di speranza.

A differenza della scorsa primavera, ora avverto nei malati un senso di scoraggiamento: hanno una maggiore consapevolezza della malattia, e molta paura della solitudine e delle morte. È come se si sentissero soffocare da un cerchio che si stringe sempre più intorno a loro. Per questo è importante esserci, entrare nel dolore e nella paura dei malati e prendersene cura con amore.

Anche il personale è al limite, soprattutto nelle terapie intensive. Gli operatori sanitari hanno bisogno di sentirsi appoggiati e sostenuti; non si sentono eroi ma professionisti che fanno con impegno e dedizione il loro lavoro. Percepisco che non avvertono più il riconoscimento da parte della gente che li ha sostenuti nei mesi scorsi. E così mi dedico anche a loro. Mi cercano per parlare. E occorre anche dare un senso all’impotenza di chi, nonostante abbia fatto di tutto, si sente sconfitto di fronte alla morte di un paziente.

E il prendersi cura riguarda anche le famiglie che cerco in qualche modo di rasserenare. Spesso mi dicono: “Don, gli dia una parola di conforto da parte nostra, gli dica che tutti a casa lo stiamo aspettando”. Chi soffre ha bisogno di sostegno. La fede si esprime attraverso la preghiera e i sacramenti, ma soprattutto attraverso la concretezza delle nostre azioni. Sabato scorso, celebrando come ogni settimana la messa in cappella ho detto: “Siamo già arrivati alla seconda Domenica d’Avvento e mai come in questa situazione stiamo imparando che il Natale è concretezza, è prendersi cura di un Dio che si fa bambino per noi e ha bisogno delle nostre cure e del nostro amore. Come questi nostri pazienti.”

Pensando al Natale vorrei esprimere una duplice speranza. Anzitutto che i pazienti costretti a trascorrerlo in ospedale lo vivano con la maggiore serenità possibile. In questo tempo prevale la sofferenza di quelli che sono colpiti gravemente dal Covid-19, delle persone ricoverate in terapia intensiva, di quelle che non ce l’hanno fatta, dei loro cari, del personale stremato dalla fatica. Sicuramente loro meritano la nostra vicinanza spirituale e il nostro accompagnamento nella preghiera. Ma è anche vero che il Covid-19 ha causato anche ferite silenti a volte non riconosciute, in mezzo a questa realtà noi dobbiamo essere strumenti di guarigione prendendoci cura di ogni fratello, con la delicatezza e amore.

Questa esperienza ci ha cambiati tutti. È un’esperienza di fraternità, di autentica vicinanza, di dialogo e di ascolto. Voglio ringraziare a nome mio e della Diocesi in particolare tutti gli anestesisti, i primari, i medici e gli infermieri con i quali sto condividendo un’esperienza dalla quale comunque emergono aspetti positivi, cioè che ci sono persone che hanno messo a rischio la loro vita per aiutarne altre.

Chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano. (Santa Teresa di Calcutta).

 

 

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Redazione

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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