Fra’ Paolo Messina: «Noi cristiani, a Gerusalemme durante la guerra»
«Abbiamo un compito, in quanto cristiani: fornire motivi di speranza e di pace a tutti quelli che vivono, con noi, in questa terra martoriata». Lapidaria la frase, quanto condivisibile. Specie se a pronunciarla, in una telefonata tramite whatsapp a un mese dallo scoppio della guerra tra Israele e Hamas, è fra’ Paolo Messina.
Guardiano della fraternità cappuccina di Gerusalemme “Io sono la luce del Mondo”, professore e dottore di ricerca presso lo Studium Biblicum Franciscanum (Facoltà di Scienze Bibliche e Archeologia della Pontificia Università “Antonianum”), e conosciutissimo nella nostra Diocesi perché per anni vice parroco della chiesa della Sacra Famiglia di Ragusa. Ma adesso sono anni che fra’ Paolo è in Israele, a Gerusalemme.
Ad oltre un mese dallo scoppio del conflitto lo abbiamo raggiunto al telefono per farci raccontare come vive, lui e la sua comunità, il periodo più buio degli ultimi decenni in quel Medio Oriente che da sempre, purtroppo, è teatro di conflitti che ai più appaiono non risolvibili.
«Qui a Gerusalemme si è vissuto il terrore della guerra nei primi giorni dopo l’attacco di Hamas e la replica dell’esercito israeliano. Sembrava essere tornato il lockdown di tre anni fa. Poi si è tornati lentamente alla normalità. Adesso parrebbe essere tutto normale. Ovviamente non lo è. Il paese è in guerra e non manca la tensione».
Chiediamo al cappuccino di spiegarci cosa questo comporta, come si vive in una città che è la contestata capitale di almeno due stati e a soli ottanta chilometri in linea d’aria (e di missile) da quella striscia di Gaza dove si combatte metro per metro e si sommano i morti a migliaia.
«Siamo al centro di una città che da sempre vive in perenne allarme. Potremmo dire che noi cittadini siamo abituati, per quanto non ci si abitua mai all’allarme missilistico in piena notte, come anche alle notizie, non solo quelle ufficialmente diffuse dai media, di violenze e uccisioni, dall’una e dall’altra parte. Quello che maggiormente si nota, in verità sempre ma adesso con maggiore rigidità, è la gestione, da parte dell’autorità israeliana, dei palestinesi musulmani. In pratica, nessuno può circolare liberamente, occorrono i permessi da parte governativa per poter andare a lavorare. Si tenga conto che la gran parte dei palestinesi, quasi sempre musulmani, di etnia araba, lavora in Israele. Noi stessi cappuccini, nella nostra fraternità, abbiamo tre collaboratori palestinesi. Due signore, di religione cristiana, che si occupano dei servizi all’interno della fraternità, ed un giardiniere, in realtà una sorta di factotum, di religione musulmana. Da qualche settimana sono tornati a lavorare da noi, ma con notevoli difficoltà di circolazione. Ma a parte i casi singoli, quello che logora tutti noi è lo stato di tensione che da un mese è aumentato moltissimo».”
A fra’ Paolo chiediamo cosa fanno i cristiani d’Israele, come si pongono nello scontro tra le due parti, entrambe armate.
«Come si comprende bene, noi cristiani non ci schieriamo. Noi percepiamo l’odio profondissimo che separa le due comunità, costrette a convivere. Un odio talmente radicato, da talmente tanto tempo, che emerge sempre e comunque. Noi cristiani non prendiamo le parti di nessuno, e per quanto ci è concesso, parliamo sia coi palestinesi sia con gli israeliani per tentare, non senza grandi difficoltà, a spiegare che la legge del taglione non paga, non pagherà mai. In tal senso, non possono nascondere un certo pessimismo. Quello che ci sorregge è la parola di Cristo, il suo guardare a ciò che unisce. Ma, credetemi, è assai difficile».
Salutiamo fra’ Paolo Messina con i migliori auguri e chiedendogli, forse sbagliando, se ha intenzione di rimanere in quella Terra Santa che trasuda odio e sangue: «Io a Gerusalemme vivo da anni, vivo in una fraternità francescana che è la mia casa, la mia vita. Inoltre, ho un impegno preso con gli allievi, e per almeno un altro anno sarò qui ad insegnare. Ma ritengo che sia proprio in questa terra, in questo clima e in questo momento che bisogna svolgere la mia, la nostra missione. Di figli di Cristo, il portatore di pace».
