Chiese orientali: una ricchezza per tutta la Chiesa cattolica
Nella parte conclusiva dei funerali di Papa Francesco, durante i riti di benedizione della salma e del commiato, si è avvicinata al feretro una delegazione di vescovi e patriarchi nei loro paramenti orientali. Molti hanno pensato che si trattasse di un gesto di vicinanza e rispetto da parte delle Chiese ortodosse. Si trattava, invece, dell’omaggio reso al Papa defunto dalle Chiese orientali cattoliche: l’incensazione del feretro di Papa Francesco, infatti, è stata effettuata dal Patriarca di Antiochia Youssef Absi.
Nel mondo, attualmente, i cattolici sono circa un miliardo e quattrocento milioni; di questi, circa diciotto milioni appartengono a ventitrè Chiese orientali sui iuris, le cui radici affondano nelle cinque grandi tradizioni orientali che, insieme a quella latina, fin dall’antichità delle prime comunità cristiane sono portatrici e custodi di un importante patrimonio liturgico, teologico, spirituale e disciplinare.
Le cinque grandi tradizioni sono la Bizantina, l’Antiochena, l’Alessandrina, l’Armena e la Caldea: come si può intuire dai loro nomi, si sono sviluppate in Medio Oriente, proprio a partire dal nucleo della Terra Santa, all’interno della quale sono state sempre coinvolte in tutte le dinamiche – spesso drammatiche – che si sono sviluppate fino al tempo presente.
Nell’ambito della loro peculiarità, le Chiese orientali hanno sviluppato un patrimonio disciplinare che si è espresso attraverso complessi di norme che hanno dato luogo a veri e propri ordinamenti giuridici: come per la Chiesa latina il riferimento è il Codice di Diritto Canonico, promulgato da S. Giovanni Paolo II nel 1983, per queste Chiese il punto comune di riferimento giuridico – all’interno del quale ogni Chiesa sui iuris emana il proprio diritto particolare – è il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, promulgato nel 1990 dallo stesso Pontefice santo.
Il diritto delle Chiese orientali, di conseguenza, sebbene rivolto ad un numero di fedeli molto piccolo – in valore assoluto – ha l’importante ruolo di riuscire a determinare un contesto di chiarezza delle situazioni, affinché la certezza delle norme possa essere una preziosa risorsa per tutte le comunità, una volta concentrate nei territori del Medio Oriente e, adesso, sparse in tutto il mondo e seriamente a rischio di sopravvivenza.
I canonisti orientali non sono molti, ma un gruppo di amici volenterosi – tra cui il sottoscritto – da più di 25 anni si riunisce annualmente per studiare, approfondire e rendere un servizio che preservi e promuova la vita di queste Chiese, per molti versi diventata precaria: la loro condizione di minoranza nell’ambito della Chiesa cattolica, infatti, insieme alla drammatica condizione dei luoghi originari e a flussi migratori che, spesso, le hanno frammentate e liquefatte, merita una attenzione particolare da parte di tutta le Chiesa e di tutti i fedeli.
Il convegno di quest’anno si è svolto dopo Pasqua all’Università Comenius di Bratislava, in Slovacchia, e si è snodato attraverso lo studio del diritto canonico orientale in rapporto alle conclusioni del recente Sinodo della Chiesa universale: è in questa ottica che ho sviluppato la relazione a me affidata, nel rapporto tra necessaria conoscenza e reciproco scambio di doni tra la Chiesa latina e le Chiese orientali, alla luce dei documenti sinodali e dei più recenti documenti del Magistero.
Qui in Sicilia abbiamo una significativa presenza di orientali cattolici nell’Eparchia di Piana degli Albanesi, mentre in diocesi stiamo attualmente ospitando un presbitero appartenente alla Chiesa Siro-Malabarese. Ma sono tanti i fedeli che, giunti nella nostra terra, si sono inseriti nelle nostre comunità ecclesiali e corrono il rischio di finire assimilati alla Chiesa latina, perdendo un’identità e un’appartenenza che costituiscono una immensa ricchezza per tutta la Chiesa e che dobbiamo sforzarci in tutti i modi di preservare e valorizzare.
Paolo La Terra
