Il Giubileo dei Giovani ci mostra la Chiesa sorridente e gioiosa che incarna la speranza
La narrazione e le immagini che ci sono giunti in vari modi, da TV2000 a Vatican News, dalle pagine social di ogni realtà ecclesiale ai post dei nostri amici che erano lì, a Roma e a Tor Vergata, tutto ci mostra inequivocabilmente che il Giubileo dei Giovani è stato un evento “allegro, pieno di senso, colorato di speranza” come scrive don Marco Diara sulle pagine web della diocesi di Ragusa; una speranza non proclamata ma incarnata, una speranza che si coniuga con il futuro.
Tutta la Chiesa dovrebbe essere così. Anzi, con maggiore verità, dovremmo dire che tutta la Chiesa è così. Non sempre noi sappiamo esserlo. A volte la gioia, che “è il respiro e il modo di esprimersi del cristiano”, sembra adombrata da preoccupazioni, fatiche o insoddisfazioni.
Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce: stavolta la foresta crescente ha fatto più rumore! Tanto rumore, denso e positivo, che con difficoltà lascerà le nostre orecchie e i nostri occhi. La musica, i canti, i balli, le fatiche, di un milione di giovani riuniti non per l’evento rockettaro dell’estate ma “sotto la stessa luce, sotto la sua croce, cantando ad una voce” il nome di Gesù Cristo. Le parole del Papa come musica per i cuori “È Gesù che cercate quando sognate la felicità”; la sua mano alzata a salutare come nastro che danza “È Lui che ci ha amato con tutto sé stesso, salvando il mondo e mostrandoci così che il dono della vita è la via per realizzare la nostra persona”; la croce nelle sue mani come vessillo di colui che ci precede nella fede verso Gesù Salvatore. L’impianto scenografico di un Giubileo clamoroso, che unisce e rincuora, rafforza l’appartenenza alla Chiesa di questa generazione, la quale poco odora di incenso e più di tablet e microchip, meno di testi di catechesi e più di musica, volontariato, sentieri tra i monti e nuovi stili di vita, poco di rosari e giaculatorie e più di carità operosa e silenzio adorante.
Allora zaini in spalla e riprendiamo insieme a camminare. Passato il gioioso convenire giubilare, state per tornare alle vostre case, alle vostre comunità, alle vostre piazze. Non lasciate gli zaini nei pullman o sui treni: ci sono tende da piantare anche qui, nei nostri ambienti, tra i coetanei e gli adulti, ogni tanto stanchi di essere apostoli operosi, ogni tanto distratti da modelli di vita che i media convincono essere vincenti e attraenti. Il mondo continuerà ad avere le sue ferite ma anche in esse è possibile seminare vita; trasformiamo in vita di comunità l’onda gigantesca di preghiera, testimonianza e fraternità vissuti – voi lì, noi qua – durante i giorni del Giubileo. Esso è stato “universale” perché ha riguardato tutto il mondo giovanile di ogni continente, credente o no, impregnato di fede ed oltre la fede, dietro la stessa croce o dietro ispirazioni diverse dalla fede. Tutti invitati ad essere lievito di trasformazione. Tutti abbracciati a formare una diga che argina la disumanità. A cominciare dalla violenza e dalla guerra: Leone XIV lo ha ricordato ma tutti, ciascuno, uno per uno, avevano pace nel cuore da gridare.