Quando la Messa attraversa 180 chilometri di foresta
Delta Junction è un paese di circa 950 abitanti – peraltro spalmatissimi su un vasto territorio – che si trova nell’interno dell’Alaska, sulle rive del fiume Delta, nel punto di confluenza (junction, appunto) di due arterie stradali importanti: nel nostro caso la Alaska Highway (n. 2) e la Richardson Highway (n. 4).
Nella parrocchia di Delta Junction, dedicata alla Beata Vergine Addolorata, sono stato mandato a sostituire il parroco nella seconda metà di luglio.
Dopo due permanenze nella zona costiera del Mare di Bering, nei villaggi dei nativi Yupik insediati nel bel mezzo della tundra, ho avuto la possibilità di visitare la parte interna della diocesi di Fairbanks (e dell’Alaska), nella direttrice in cui si è sviluppata la corsa all’oro nella seconda metà del 1800.
Alla ricchezza di testimonianze della corsa all’oro si è incrociata a bellezza mozzafiato della taiga, la foresta di conifere, abeti e larici che si sviluppano a perdita d’occhio, intervallata da una miriade di laghi di ogni dimensione, di fiumi e di torrenti, come anche dall’affiorare di paludi e zone umide che puntualmente ricordano al viaggiatore che si trova in una zona sub-artica.
Si tratta della zona con la più alta concentrazione di alci dell’Alaska (qualcuno ho avuto la possibilità di vederlo), ma anche segnata dalla presenza di orsi, grizzly, lupi e caribù: nonostante, durante i trekking, avessi avuto sempre con me lo spray anti-orso e il fischietto – che pare funzioni per mettere in fuga i grandi animali – non sono riuscito a vederne neanche uno, se non impagliato nei Centri di informazione turistica dei luoghi in cui mi sono recato.
Percorrendo le due grandi strade che da Delta Junction si dipartono, saltavano immediatamente agli occhi le drammatiche conseguenze dei cambiamenti climatici, che in questi luoghi acquisiscono una gravità ancora più pronunciata. Innanzitutto l’innalzamento della temperatura: 29 gradi ho lasciato a Ragusa e 29 gradi ho trovato in Alaska: nonostante il clima sia continentale, si tratta di una temperatura eccessiva per queste latitudini, che favorisce gli incendi nelle foreste.
Lungo la strada ho attraversato basse catene di montagne, scavate da ghiacciai e adesso rimaste svuotate nella classica forma a U, con un piccolo nevaio residuo che continua a rilasciare gli ultimi rivoli di acqua destinata a disperdersi, essendo scomparsi con i ghiacciai anche i laghi glaciali che la raccoglievano alle loro falde.
I pochi ghiacciai che ho visto sono in stato evidente di regressione: sembravano quasi gridare il dolore del loro non più lento consumarsi, mentre li inquadravo con l’obiettivo della macchina fotografica.
A pochi chilometri da Delta Junction si trova una importante base missilistica della difesa aerea americana: Fort Greeley. Mentre visitavo la zona dei servizi della base, ho riflettuto sull’importanza della pace e sulla necessità che non possa essere basata semplicemente sulla deterrenza e sui rapporti di forza.
Sul versante pastorale, anche questo viaggio è stata una piacevole conferma del fatto che, dovunque tu vada nel mondo ed entri in una chiesa cattolica, ti senti immediatamente a casa: possono cambiare nomi e volti, ma troverai sempre chi si occupa della logistica, chi della liturgia, chi di animare il rosario e chi cura la contabilità della parrocchia. Un laicato coinvolto e maturo, consapevole del suo ruolo, soprattutto a causa della carenza endemica di presbiteri. Infatti, in quel posto, tutto sommato remoto, la presenza di un presbitero e del suo servizio sacramentale, che noi qui diamo per scontato, è considerata una grazia, un dono. Per comprenderlo ancora meglio può essere utile ricordare che la diocesi di Fairbanks è grande due volte e mezzo l’Italia e ha 48 parrocchie, servite da 25 preti; prevalentemente fidei donum, cioè provenienti dai luoghi più disparati: dal Botswana alla Polonia, passando per la Corea del Sud. I fedeli cattolici in tutta la diocesi sono poco più di undicimila e questo fa comprendere perché – sebbene negli Stati Uniti – la diocesi di Fairbanks sia considerata territorio di missione. Ho preso atto della grande frammentazione sul territorio quando ho scoperto che, la domenica, dopo avere celebrato la Messa delle 10.30 a Delta Junction, avrei dovuto mettermi in macchina per andare a celebrare alle 16 la Messa domenicale in un altro paese, Tok, distante circa 180 chilometri, per poi fare ritorno. In termini siculi, è come andare a celebrare la Messa a Messina alle 16.00, dopo averla celebrata a Ragusa alle 10.30. Con la differenza che, nel caso in cui non fossi andato, la gente di Messina sarebbe rimasta senza Messa. E così, anche quest’anno, quando me ne sono andato, ho lasciato le pissidi piene nei tabernacoli di Delta Junction e Tok, perché tutti, la domenica, potessero ricevere l’Eucaristia anche se non ci fosse stata la possibilità di avere il presbitero per la celebrazione della Messa.
Tutto ciò mi ha fatto riflettere, ancora una volta, sul grande dono che è l’Eucaristia e, di conseguenza, il sacerdozio; doni della cui importanza ci accorgiamo : solo quando vengono a mancare o c’è il serio rischio che questo succeda.
In questi giorni artici (o sub-artici) ho ricevuto in dono tanta bellezza e amicizia, facendo ritorno a casa con un senso di responsabilità ulteriormente rinvigorito: da un lato, infatti , non può essere dato per scontato il fatto che noi presbiteri siamo chiamati primariamente a dispensare il Pane e il Perdono; dall’altro, correlativamente, il nostro servizio e la nostra missione non possono prescindere dalla presenza di comunità cristiane vive, animate dalla presenza di laiche e laici adulti e formati, perché il Vangelo possa essere annunciato fino agli estremi confini della terra (o “Ultima frontiera”, in questo caso, come gli americani definiscono l’Alaska).
Paolo La Terra
