Società

Pubblicato il 2 Dicembre 2025 | di Saro Distefano

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Quando i nonni insegnavano la morte per custodire la vita

Ci fu un tempo, e però non c’è più, che i nonni spiegavano ai figli e ai nipoti che la vita e la morte sono connesse, non esiste una senza l’altra. E per farlo, privi di tecnologia ma fornitissimi di memoria (naturale), raccontavano storie e soprattutto portavano le giovani generazioni al cimitero.

Non solo il 2 novembre, quando si celebrava, e per fortuna questa ancora oggi si celebra, la “Festa dei morti”.

Lo si faceva tutto l’anno. Non foss’altro che per accompagnare al cimitero i tanti morti delle famiglie numerose. E per famiglia s’intendeva quella molto allargata con tutti i parenti che era possibile definire tali.

Poi la cultura popolare – in un periodo non precisato degli anni 90 del secolo scorso, è radicalmente cambiata. Non solo non si portano più i bambini al cimitero, non solo i nonni hanno sempre maggiori difficoltà a definirsi tali (impegnati come sono, ed è giusto, tra il padel, la beauty routine e l’aperitivo al porto), ma è diventata predominante l’idea che la morte non esiste. E quando si muore (perché si muore) ci si meraviglia, e se la persona cara è morta in ospedale si cerca nei medici la causa della scomparsa. Ne deriva, ed è cosa molto facilmente verificabile, che la naturale connessione tra la vita e la morte è rifiutata, non compresa, rubricata come errore, una sorta di crash del computer che è diventata la nostra vita ed il nostro essere.

Ed invece basta fare un semplicissimo esperimento: portare i bambini al cimitero e spiegare loro cosa sono e a cosa servono le tombe, anche senza scendere troppo nel dettaglio delle pratiche funerarie, delle simbologie architettoniche (che pure i nostri nonni e bisnonni, gente che oggi avrebbe tra i 100 e i 150 anni, conoscevano benissimo pur essendo sovente analfabeti). Ebbene, i ragazzini di oggi sapranno perfettamente comprendere il valore di un cimitero, di una tomba, di epigrafi magari non chiarissime, della devozione e delle lacrime. Comprenderanno, di conseguenza, quanto è elevato il valore della vita, che deve essere custodita, sotto ogni forma. Visitare un cimitero significa apprendere storie anche singolari, come quella che al cimitero monumentale di Ragusa capita di sentire nel fare una passeggiata guidata da chi conosce bene quell’opera pubblica. Per esempio, la vicenda di Henry Blondeau, l’aviatore belga che trovò la morte a Ragusa, il 3 settembre del 1890 per aver sfidato con la sua mongolfiera il vento fortissimo, su forte sollecitazione del Comitato per i festeggiamenti in onore del patrono San Giovanni Battista. E quanto dice di noi ragusani la epigrafe collocata dal Municipio sul suo cenotafio: “vittima della sua audacia”. E la vicenda di Gino Giampiccolo, figlio di un geniale pasticcere ragusano, che morì nel 1936 a soli sei anni d’età. E i bambini non mostrano paura davanti la sua tomba (una delle tante che conservano la memoria di bambini, ma conosciuta da tutti perché posta all’ingresso del cimitero). E chiedono, e si informano, e comprendono benissimo che la morte può prendere anche i piccoli, purtroppo. La loro visita al camposanto sarà fruttuosa, utile e didattica. Specie se accompagnati dai nonni, più che da mamme quarantenni che appartengono a quella cultura che ha rigettato l’idea stessa della morte.

 

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Autore

Nato a Ragusa nel 1964 è giornalista pubblicista dal 1990. Collabora con diverse testate giornalistiche, della carta stampata quotidiana e periodica, online e televisive, occupandosi principalmente di cultura e costume. Laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, tiene numerose conferenze intorno al territorio ibleo.



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