Attualità

Pubblicato il 12 Dicembre 2025 | di Giovanna Inguanti

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L’Archivio di Stato di Ragusa e la città che ci si specchia dentro

Ci sono luoghi che non si limitano a conservare: pretendono di essere ascoltati. L’Archivio di Stato di Ragusa, nei suoi settant’anni appena festeggiati, è uno di quei posti in cui la polvere non è mai solo polvere e il silenzio non è mai solo silenzio. È un respiro. Un battito. Un invito.

Il convegno organizzato per l’anniversario ha trasformato l’Archivio in una casa aperta, un luogo in cui la città è entrata non come ospite distratta, ma come erede legittima di tutto ciò che lì dentro si custodisce. Perché quelle stanze non sono caveau: sono orgoglio cittadino, specchio di ciò che siamo stati e, forse, di ciò che non abbiamo ancora il coraggio di ammettere di essere.

I ragazzi delle classi IV e V del Liceo Classico Umberto I, guidati dalle loro docenti, le professoresse Agosta e Pizzo, lo hanno capito subito. Per loro, esplorare l’Archivio è stato un lavoro serissimo: “maneggiare con cura, perché lì c’è la storia”. Uno spazio letterario in cui si cammina in punta di piedi, respirando le pagine come si respira un profumo che non si vuole dimenticare. E, soprattutto, un gioco in cui tutto può essere appreso: non servono permessi, né codici arcani. Serve la chiave giusta, quella che apre la porta del documento e lascia scorrere la storia senza filtri, senza autori che interpretino al posto tuo.

E così che riaffiora l’“Archivio Statella”, un piccolo universo di affetti e inquietudini, un dialogo familiare che sa di modernità sorprendente. Padre e figlia che si scrivono, speranze che si alzano come palloncini per poi scoppiare contro il muro delle disillusioni, rivoluzioni che bussano mentre qualcuno chiede solo un po’ di tranquillità. L’”Archivio Statella”, un fondo privato conservato presso l’Archivio di Stato di Ragusa, custodisce la documentazione prodotta dalla famiglia nobiliare Statella: un intreccio di lettere, carteggi personali, appunti amministrativi e corrispondenze intime che attraversano vicende pubbliche e private. È un fondo in cui la storia “ufficiale” sfuma spesso nella vita quotidiana, rivelando emozioni, tensioni domestiche, aspirazioni e contrasti generazionali. Una memoria familiare che, pur nata in ambito privato, oggi parla alla collettività con sorprendente attualità.

Le lettere degli Statella, dopo essere state lette, studiate, amate dagli studenti, sono diventate voci, una performance che non “rappresenta”, ma evoca: sentimenti tirati su dalle pieghe delle lettere, emozioni recuperate dalle crepe dei fogli ingialliti. Per un attimo, i personaggi hanno respirato di nuovo: Garibaldi, Antonio, Caterina, la figura terza di Benedetto, marito di Caterina, che diventa áncora che trattiene da un futuro che vuole essere diverso da quello già scritto. Quello a cui si è assistito oggi è la manifestazione che l’Archivio non è soltanto un luogo che custodisce la memoria: è un luogo che la restituisce. E lo fa con ironia sottile, con tenerezza, con una schiettezza che solo la storia, quella vera, quella che non si trucca, sa avere.

Perché la memoria, quando decide di parlare, non chiede permesso a nessuno e si mostra.

 


Autore

Nata a Vizzini (Ct) vive a Ragusa dal 2005. Laureata in Lettere Classiche e in Filologia Classica, è docente di Italiano, Latino e Greco presso l'I.I.S. Vico -Umberto I - Gagliardi di Ragusa.



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