Un codice per una nuova Europa: intervista ad Antonio Maria Baggio
Il 7 novembre è stato presentato a Ragusa “Un Codice per una Nuova Europa” documento redatto dall’Associazione Nuova Camaldoli su input del Cardinale Zuppi per fornire una traccia da seguire per affrontare le nuove sfide di una società umana in rapida evoluzione che desse a tutti una prospettiva di vita pacifica e una dimensione di solidarietà sovranazionale.
Hanno presentato il documento due dei 115 firmatari: Antonio Maria Baggio già professore di Etica Politica presso la Gregoriana e ora docente di Filosofia Politica presso l’Istituto Universitario Sophia di Loppiano e Luisa Trumellini già Segretaria Nazionale e da qualche mese presidente del Movimento Federalista Europeo.
D: Professor Baggio, visto che lei è stato uno di quelli del primo nucleo, ci vuole un po’ illustrare l’esperienza anche dal punto di vista metodologico?
Primo nucleo comprende già oltre 60 esperti, docenti universitari e a loro si sono aggiunti poi responsabili di associazioni, movimenti e organizzazioni sia nel campo cattolico sia in altri campi. Quello che si cercava da parte dell’associazione Nuova Camaldoli era convocare menti, esperienze, competenze, per cercare di individuare un nuovo codice che avesse in qualche modo una funzione simile a quella avuta dal primo codice di Camaldoli elaborato durante la guerra che prefigurava un’Italia democratica.
Alcuni degli estensori del codice ha poi fatto parte della Costituente e alcune delle idee di quel codice sono effettivamente presenti nella nostra Costituzione. L’iniziativa nostra non vuole paragonarsi a quella, però ritiene che sia necessario ripensare non più soltanto l’Italia ma l’intera Europa e quindi una unità di diverse culture, per poter guardare insieme all’avvenire questa è una cosa che avvertiamo con grandissima necessità.
D: La cosa importante di questo documento è che non si occupa solo delle istituzioni e del loro possibile assetto, ma dà anche le coordinate valoriali e culturali di un grande Europa dei popoli.
Sì è così e anche questo ha una base costituzionale perché il documento non contiene esortazioni o riferimenti di tipo moralistico.
È un pensare politicamente insieme da parte di persone che hanno non solo competenze diverse ma anche orientamenti culturali e politici diversi e che trovano nei principi costituzionali la possibilità di raggiungere un programma, una visione condivisa, perché il futuro va guardato insieme, quindi istituzioni, attività economiche, la cultura che dobbiamo valorizzare e le diverse vocazioni sociali sia delle persone sia dei gruppi. Soltanto se tutti questi elementi si mettono insieme e quindi convergono anche con i principi costituzionali attuali e anche li innovano si potrà aprire una visione a dimensione continentale perché il continente è la dimensione minima oggi per una istituzione politica, per uno Stato che deve affrontare problemi enormi che vanno al di là dei confini della nazione.
Le nazioni non sono mortificate da questo, anzi se vogliamo mettere in salvo un’identità nazionale dobbiamo associarla ad altre identità nazionali che hanno lo stesso problema ma che possono salvarsi soltanto se raggiungono una coesione, una capacità progettuale nella dimensione di un continente.
D: Lei in particolare ha fatto parte della commissione che si è occupata del capitolo 10 quindi della sicurezza e della pace. L’Unione europea è stata costituita e pensata per garantire la pace e in questo è stata efficiente perché almeno all’interno dell’Europa la pace è stata salvaguardata per 80 anni cosa che non succedeva da secoli. Ci vuole parlare di questo?
Sì, questo capitolo ha come primo punto la costruzione della pace quindi certamente si pensa alla difesa e rimane in vigore un principio sia costituzionale sia etico generale del diritto di difesa delle persone e delle comunità anche in determinati casi con l’uso della forza. Ma tutto questo sarebbe inutile se non ci fosse una cultura non violenta non aggressiva, non armata della costruzione della pace. Questo riprende certamente l’idea degli inizi dell’Europa che noi oggi abbiamo costruito che si preoccupava certamente della pace interna ma che voleva costruire un modello che potesse essere esportato anche ad altre terre e faceva in primo luogo riferimento all’Africa. Ora, coloro che hanno lavorato molto su questo decimo capitolo sono impegnati politicamente in diverse azioni anche socialmente e quindi c’era chi come cultura tendeva a preoccuparsi degli aspetti per competenza, per storia della difesa e chi invece degli aspetti della costruzione della pace. La cosa importante è che nel concetto di difesa entra in questo documento in maniera primaria e logicamente più importante quello della costruzione attiva delle condizioni culturali, istituzionali, sociali per avere la pace. Bisogna mettere anche le cose nel loro giusto ordine. Poi preoccupiamoci della difesa, una difesa unitaria però, europea perché si spendono già moltissimi soldi per la difesa armata, soldi che vengono spesi dalle singole nazioni. Rafforzando la cooperazione e spendendo con criterio e per la difesa, perché nessuno pensa a fare guerre di aggressione, nel bilancio si risparmiano molti soldi che possono essere liberati per le scuole, per la sanità, per i servizi civili cioè per i diritti sociali delle persone.
Quindi questa è stata la visione che mi sembra veramente nuova che ha animato anche il capitolo dedicato alla guerra e alla pace con la consapevolezza che i rischi di guerra sono attuali e gravi.
D: Lei reputa verosimile una comunità di 27 stati che decide all’unisono di sacrificare parte della propria sovranità per costruire un’Europa più coesa e che abbia una maggior capacità di integrazione?
L’Europa che abbiamo attualmente non è stata costruita così, si è costruita in maniera progressiva quindi è partita da un piccolo nucleo di stati che ha deciso di dare vita a questa organizzazione nuova. È verosimile, ed è da auspicare, che un passo ulteriore verso una costruzione di una sovranità condivisa europea venga fatto da un piccolo gruppo di stati, almeno inizialmente, che hanno le condizioni migliori per poter dare vita a elementi di una struttura federale per marciare poi verso un federalismo più compiuto. Questa idea non è nuova c’era già nella prospettiva di Delors, di coloro che hanno fatto i primi passi che sapevano che avevano fatto la loro parte e poi affidavano alle generazioni successive i passi che si sarebbero resi possibili. Ora noi dobbiamo cercare di fare il passo necessario per rendere possibile un’unione, un’avanguardia di stati che costruiscano le condizioni perché anche gli altri si uniscano in una futura ma non lontanissima Europa federale.
D: Ragusa ha avuto il privilegio di essere la prima città in cui è stato presentato questo documento. Che impressione ne ha tratto dell’esperienza che ha avuto qua da noi a Ragusa?
Allora questo è corretto, dopo la presentazione a Camaldoli in cui partecipavano gli estensori i responsabili delle grandi associazioni poi c’è stata una presentazione all’interno delle università Tommaso d’Aquino a Roma quindi questa è la prima città che si trova ad ospitare una proposta del genere. Ci sono stati due incontri importanti il primo nella mattinata di ieri del 7 novembre con tutte le classi quinte del liceo scientifico Enrico Fermi.
Erano alcune centinaia di giovani in una scuola ben organizzata che erano stati preparati dai loro insegnanti quindi avevano già una conoscenza del documento e hanno fatto domande e interventi appropriati. Io e la professoressa Luisa Trumellini che è la presidente del Movimento Federalista Europeo, siamo stati impressionati per la qualità di questi giovani e per il fatto che abbiano preso come un problema loro questa costruzione. Certamente non può essere una prospettiva mia che ho 69 anni, però di riuscire a vederne almeno un pezzettino di Europa Federale io ci conto, dato la qualità di questi giovani.
E poi ieri pomeriggio, sempre il 7, ci siamo incontrati con la città. C’erano rappresentanti di partiti politici c’erano consiglieri, deputati e anche lì è stato molto interessante.
Quello che mi preme di più è sottolineare che almeno la percezione che abbiamo avuto la presidente Trumellini e io che ci sia stato come una fiammata un risveglio ideale non perché prima non ci fosse ma perché si è capito che anche l’Europa così intesa come abbiamo detto quindi un’Europa per la pace per esportare la pace ha la dimensione di un ideale e vale la pena di abbracciarlo.
