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Pubblicato il 16 Febbraio 2026 | di Lettera in Redazione

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Parlo per AMORE: una parola chiara e vera sul Liceo Scientifico di Ragusa

Ho letto con attenzione l’articolo che il giornalista Peppe Lizzio in questi giorni ha scritto sul Liceo Scientifico “Enrico Fermi” di Ragusa.
Non scrivo per polemizzare, né per difendere un’istituzione per spirito di appartenenza. Scrivo perché sento una responsabilità morale, educativa e sacerdotale. Dopo oltre trent’anni trascorsi accanto ai giovani, nelle scuole come insegnante di Religione e nelle parrocchie, non posso rimanere in silenzio quando vedo delinearsi un quadro che, per come viene presentato, non corrisponde alla realtà che vivo ogni giorno.
Si parla di corridoi carichi di disagio ignorato, di tensioni silenziose, di una scuola che avrebbe smarrito il senso dell’apprendimento, trasformandosi in una “catena di montaggio”. Sono immagini forti, che colpiscono, che fanno presa, che fanno notizia.
Ma la domanda è: descrivono davvero ciò che accade dentro il nostro liceo? Io posso dire con serenità, ma con assoluta fermezza, che questa rappresentazione non è vera.
Il disagio giovanile esiste ovunque nelle scuole, nelle parrocchie, negli ambienti sportivi…, nessuno lo nega. Sarebbe ingenuo pensare che in una comunità di oltre mille studenti non emergano fragilità, difficoltà familiari, momenti di crisi.
Ma affermare che quel disagio venga ignorato è profondamente ingiusto.
So quante volte la Dirigente scolastica interviene non solo con l’autorità del ruolo, ma con una sensibilità autenticamente materna. So quante volte i docenti sospendono la lezione per ascoltare, per parlare, per cercare di comprendere.
Io stesso, come referente per situazioni di bullismo e cyberbullismo, sono stato coinvolto in alcuni casi in cui l’attenzione verso i ragazzi è stata immediata, concreta, discreta.
Non si è mai scelto il silenzio dell’indifferenza, ma la via più faticosa dell’accompagnamento.
Si parla poi di una didattica “accelerata”, di programmi completati troppo in fretta, quasi che l’insegnamento fosse diventato una corsa contro il tempo. Ma chi conosce davvero il lavoro dei docenti sa che completare un programma non significa correre senza criterio, bensì organizzare con metodo e professionalità il percorso formativo. La scuola non è una gara a chi finisce prima, ma non è neppure un luogo in cui si può ignorare la necessità di preparare seriamente gli studenti.
Dire che la mole di lavoro è insostenibile senza interrogarsi sull’impegno personale rischia di spostare l’attenzione solo su una parte del problema.
La verità è che l’apprendimento richiede collaborazione: il docente insegna, ma lo studente deve studiare. Questo non è autoritarismo, è il fondamento stesso della relazione educativa.
Uno dei punti più delicati dell’articolo riguarda il voto in condotta, in particolare l’attribuzione del 7 legata alle assenze. Si suggerisce che possa trattarsi di una sanzione che colpisce l’effetto senza curare la causa, quasi fosse un gesto punitivo. Io non ho mai conosciuto un insegnante che assegni un voto per perseguitare uno studente. Un voto non è un’arma, è una valutazione. E la condotta non riguarda soltanto la disciplina esteriore, ma il senso di responsabilità, la partecipazione, il rispetto del patto formativo.
Le assenze ripetute, soprattutto quando diventano strategiche, non possono essere ignorate o romanticamente interpretate sempre come segnale di disagio.
Talvolta sono il segnale di una mancanza di responsabilità che la scuola ha il dovere di richiamare.
In questi mesi il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha ribadito con chiarezza che il comportamento è parte integrante della formazione.
Non è un dettaglio accessorio.
La responsabilità, il rispetto delle regole, la capacità di convivere sono dimensioni educative tanto importanti quanto la preparazione culturale.
Si può sapere molto, ma se non si impara a vivere con gli altri, a rispettare impegni e scadenze, a rispondere delle proprie scelte, quella conoscenza rimane incompleta.
Ho talvolta l’impressione che non siano solo alcuni ragazzi a non aver compreso fino in fondo cosa significhi scegliere un liceo scientifico, ma che anche alcune famiglie fatichino a riconoscere la natura di questo percorso. Il liceo scientifico è una scuola esigente. È una scuola che chiede impegno, metodo, costanza. Non lo fa per umiliare, ma per formare. Se si abbassa l’asticella per paura di scontentare, si tradisce proprio la missione educativa.
Nell’articolo si parla di una crisi del dialogo, di docenti arroccati dietro valutazioni e scadenze. La mia esperienza quotidiana mi dice il contrario. Nei consigli di classe vedo insegnanti che discutono a lungo prima di assegnare un’insufficienza, che cercano soluzioni, che valutano percorsi di recupero.
Non vedo arroccamenti, vedo responsabilità. Il dialogo non è uno slogan, è un lavoro quotidiano e spesso silenzioso.
Mi ha colpito, invece, la reazione di molti studenti che si sono sentiti offesi dalla rappresentazione del loro liceo. Questo dovrebbe far riflettere. Se davvero l’istituto fosse diventato un luogo di alienazione e conflitto permanente, non si spiegherebbe perché tanti ragazzi abbiano sentito il bisogno di difenderlo. Evidentemente riconoscono nella scuola non un campo di battaglia, ma una comunità che li forma.
Non nego che possano esistere problemi. Sarebbe poco serio farlo. Ma i problemi di un numero limitato di studenti non possono diventare il ritratto di un’intera comunità educativa di mille alunni. Generalizzare è sempre ingiusto. Raccontare una parte come se fosse il tutto è fuorviante.
Come Sacerdote sento il dovere di dire che non posso accettare che i miei colleghi e la mia Dirigente vengano dipinti come persone che avrebbero smarrito il senso del proprio mestiere.
So con quanta dedizione lavorano. So quante energie spendono oltre l’orario formale. So che senza gli studenti noi non potremmo essere insegnanti, ma è altrettanto vero che senza gli insegnanti gli studenti non potrebbero essere tali. È una relazione reciproca, un’alleanza educativa che va custodita, non incrinata da narrazioni parziali.
Forse, invece di articoli che fanno colpo, sarebbe stato più utile un confronto diretto, un dialogo aperto, un ascolto delle diverse voci. Il dialogo costruisce; le rappresentazioni drastiche rischiano di dividere.
Io continuerò a difendere i ragazzi, perché come dice Don bosco mi basta che siate giovani per amarvi, come ho sempre fatto. Ma difendere i ragazzi non significa dire che hanno sempre ragione. Significa accompagnarli a crescere, a maturare, ad assumersi responsabilità. E continuerò a difendere anche i miei colleghi quando vengono accusati ingiustamente, perché so che il loro lavoro nasce da una vocazione educativa autentica.
Se c’è un istituto a Ragusa che ha formato generazioni di professionisti, di cittadini, di uomini e donne preparati e responsabili, è proprio il Liceo Scientifico “Enrico Fermi”.
E questo non è un ricordo nostalgico del passato, è una realtà presente.
Lo dico con rispetto verso tutti, ma con la coscienza tranquilla di chi vive la scuola ogni giorno: il nostro Liceo non ha smarrito la sua missione. Continua a formare, con amore e con fermezza. Ed è proprio questa fermezza, oggi più che mai, a essere un atto di responsabilità verso i giovani.
Concludo dicendo: amo i miei alunni, amo i miei colleghi, amo i miei superiori e il mio Liceo per questo ho scritto. Don Franco.




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