La pace richiede sempre una costruzione consapevole
È un paradosso: il tema della pace è divisivo, ora come non mai, dopo l’attacco degli Usa all’Iran; esso appare ridotto a questione tra opposte parti politiche. Necessario è quindi un lavoro culturale, politico e sociale capace di incidere nella realtà. È questo il pensiero di Francesco Occhetta, gesuita e segretario generale della Fondazione Fratelli Tutti, esposto al Consiglio nazionale della Federazione Italiana Settimanali Cattolici (Fisc).
Padre Occhetta ha dato una visione realistica della pace, affatto retorica, andando oltre il dualismo tra utopia e pacifismo: “La pace non è qualcosa che nasce spontaneamente nella storia. Deve essere costruita”. E lo ha magistralmente spiegato richiamando uno scambio epistolare del 1932 tra Albert Einstein e Sigmund Freud. Lo scienziato chiedeva allo psicoanalista se la guerra fosse inevitabile; lui, preoccupato, sosteneva che il tema era giuridico, cioè la forza brutale poteva solo essere contenuta dal diritto, da una società di nazioni più forte, esattamente quello che diciamo oggi sulle Nazioni Unite. Freud, invece, introduceva un elemento ulteriore: nell’essere umano esistono anche pulsioni distruttive che, se non vengono riconosciute e governate, possono trasformarsi in violenza organizzata. Da qui la conclusione: se la guerra può nascere spontaneamente, la pace richiede sempre una costruzione consapevole, quindi, coscienze che anzitutto scelgano la pace all’interno del proprio mondo. Se vogliamo parlare di pace dobbiamo iniziare a costruire relazioni di fraternità; “Perché io mi sono mi sono reso conto – ci dice Occhetta – che parlare di pace non funziona, ti respingono. Oggi vige una cultura che non è più nostra; gli appelli del Magistero non vengono ascoltati. Ma se si costruisce una visione d’insieme coerente e ragionevole, convocando nel mondo chi vuole venire a parlare di fraternità, si ha un quadro, delle radici da cui può nascere qualcosa di diverso”. E invita a parlare e scrivere di scenari di fraternità, di buone pratiche, di mondi che la pace la vivono, di percorsi e processi: “La misura della pace non può essere mai narrata né come utopia né come pacifismo ma deve essere narrata, a mio giudizio, come processo di pacificazione, non quello che vorremmo subito ma un divenire diverso dall’ideale”.
Lo spazio decisivo non si esaurisce nella dimensione militare ma rimane quello delle istituzioni, delle pratiche sociali e delle scelte politiche; servono strutture credibili capaci di prevenire i conflitti e di costruire fiducia tra le persone e tra i popoli. Comprendere che cosa significhi essere umani oggi è una domanda decisiva anche per la pace. Il modo in cui concepiamo la persona, i diritti e la comunità incide profondamente sulle dinamiche sociali e politiche, perché il rischio oggi non è solo il caro petrolio o la distruzione totale ma smarrire l’umanità.
