Società

Pubblicato il 14 Ottobre 2026 | di Saro Distefano

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Dove la terra è sottile e il cuore è profondo

Vi prego osservare con attenzione quanto mostra la foto che pubblichiamo. In verità, si tratta di una vista assai diffusa dalle nostre parti. Queste foto sono state scattate all’interno della cerchia urbana di Ragusa. Lo so, si potrebbe ribattere che non è molto chiara l’estensione di questa cerchia urbana. Essa è talmente ampia e sfrangiata che, a settembre 2026 quando si scrivono queste righe, ci sono antiche masserie (certamente non più produttive, ma solo in forma di immobili abbandonati) anche dentro la città, per fare il paio con le tante case e palazzine servite da acqua, fogna e illuminazione pubblica spesso a diversi chilometri – anche oltre sei – da quello che fu il centro della città (considerando centro la chiesa cattedrale di San Giovanni Battista).

Cosa mostrano le foto? Cantieri edili in pieno sviluppo, nella fase iniziale, quella, cioè, dello scavo. Quindi mezzi quali l’escavatore e la pala caricatrice che sfruttando i grossi motori diesel fondamentalmente fanno buchi in terra. Dentro quei buchi i carpentieri collocheranno tondini e casseforti e poi il calcestruzzo per le fondazioni dell’immobile che dopo qualche mese vedrà la luce. A Ragusa nulla di nuovo. I cantieri aperti sono decine (ma non si era parlato di “zero consumo di suolo”, mah). Lo scavo dei mezzi meccanici mostra quanto i geologi e soprattutto i massari sanno già (i geologi da un secolo, i massari da molto più tempo). ovvero che la terra delle nostre “ciuse” è sempre un sottilissimo strato appoggiato sopra un consistente, compatto e bianchissimo strato di calcare. La pietra che contraddistingue l’altopiano ibleo. Quella, cioè, che i già citati massari chiamano (forse meglio sarebbe dire chiamavano) “a timpa”, che quando affiora per metri e metri diventa “a puntara”. Si guardi bene. Pochissimi centimetri di terra. In linea teorica sufficienti a sostenere a stento un povero pascolo, o al massimo qualche pianta nei punti in cui, causa anche il tipico “carsismo” dell’altopiano ibleo, si sarà accumulato qualche centimetro in più di terra, quella nera, tipica di queste parti.

Pochissimi centimetri che però non hanno impedito ai coltivatori ed allevatori iblei di dare vita ad una filiera produttiva che ancora oggi è la più attiva di tutta la Sicilia. Si pensa subito al celebre detto del calabrone: “il calabrone non può volare ma lo fa lo stesso perché non conosce la fisica”.

E qui sono invece gli iblei che, non sapendo quanta terra c’è sotto i loro piedi, continuano a coltivare terre che teoricamente non dovrebbero essere coltivabili.

Si aggiungano altri due elementi fondamentali: il primo, che spesso quelle “ciuse” sono disseminate di pietre e il secondo, che da queste parti la norma è la siccità per almeno sette mesi l’anno. Tutte condizioni che riportano al detto sul calabrone.

Eppure, da millenni, tra frumento, olivi, vigne, mandorli, carrubi, canapa, noci, e poi muli, asini, cavalli, vacche e maiali abbiamo creato un’economia agricola di tutto rispetto. Anzi, molte volte proprio di eccellenza. Siamo più bravi degli altri? Non credo. Siamo più perseveranti, più cocciuti? Probabilmente sì. Siamo quelli che hanno adottato il famoso detto sul calabrone. E non solo. C’è stato addirittura un periodo storico, testimoniato da approfondite e serie ricerche storiche, che gli iblei, approfittando degli scali mercantili di Mazzarelli (oggi Marina di Ragusa) e di Sampieri, hanno addirittura venduto la terra ai dirimpettai maltesi. Ancora più precisamente ai Cavalieri di Malta, i monaci gurrieri riunitesi in Ordine guerresco a Gerusalemme poco dopo l’anno Mille, che furono i governatori dell’arcipelago maltese dal 1530 al 1798 e, avendo voglia di farsi dei bei giardini tutto intorno al loro agglomerato difensivo di La Valletta, acquistarono la terra dai modicani, comisani, ragusani. Una cosa è certa. Quel sottilissimo strato di terra che i caterpillar ci mostrano, appena sufficiente per coltivare piante e allevare animali con notevole successo, è esso stesso il nostro successo. La dimostrazione, cioè, che l’amore per la propria terra rende possibile quanto è difficilissimo. E quindi secoli e secoli di spietramento. E poi muri di contenimento per accumulare la terra che vento e pioggia spostano su quel massiccio calcarea che affiora spesso. Muri alti per ridurre la forza del vento e permettere la coltivazione dentro “vignali” adatti alla coltivazione della vite. Dentro “manniri” per allevare e sfruttare lana, latte, pelli degli animali addomesticati.

Potremmo adottarlo come manifesto della nostra terra povera e ricca, ostile e dolce, difficile e accondiscendente. E senza nemmeno dover ricorrere all’intelligenza artificiale. Ci basteranno una ciusa e un paio di ruspe. Elementi che non mancano certo agli iblei.

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Autore

Nato a Ragusa nel 1964 è giornalista pubblicista dal 1990. Collabora con diverse testate giornalistiche, della carta stampata quotidiana e periodica, online e televisive, occupandosi principalmente di cultura e costume. Laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, tiene numerose conferenze intorno al territorio ibleo.



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